La guerra, tanto più quanto si fa prossima, genera insieme alla tragedia prima, quella della produzione di morte e di distruzione dell’umanità, un trauma che investe tutta la dimensione pubblica. Esso può indurre a riflettere anche sulle cause più profonde, nelle quali va individuata la genesi della tragedia. Così sta accadendo anche da noi, nell’intellettualità più pensosa, sugli attuali destini dell’umanità e della civiltà, mentre il partito della guerra recluta anche nuove forze nella stessa intellettualità e nella politica, come nelle comunicazioni di massa, dando luogo a un coro spesso opprimente e inarticolato.

Della prima meritoria tendenza ne è stato un esempio l’intervento di Biagio De Giovanni su queste colonne. Due sono i campi di indagine che la guerra della Russia di Putin in Ucraina ci propone in termini stringenti, quello della globalizzazione, cioè dell’ultima modernizzazione, e quello dell’Occidente, cioè di una più lunga e complessa storia. Le letture apologetiche della globalizzazione che ne hanno accompagnato l’ascesa vengono ormai diffusamente considerate, com’erano di fatti, sbagliate, mentre viene di conseguenza sollecitata giustamente un’altra idea della globalità del mondo. Per muoverla però bisognerà andare alla radice della ragione per cui la globalizzazione ha tradito tutte le sue promesse, a partire dall’omissione colpevole, in chi l’ha analizzata, di un’aggettivazione della stessa che avrebbe potuto far avanzare dall’inizio, e per tutta la sua scena, l’opzione critica necessaria.

L’aggettivazione necessaria è tanto classica quanto pertinente, è vitalistica, l’aveva annunciata il movimento altermondista e poi, in sequenza, la mobilitazione nel mondo di cento milioni di persone (sembra oggi incredibile) nello stesso giorno contro la guerra. Essi indicavano la connessione della globalizzazione con la politica dello Stato guida di quel processo, gli Usa, che erano arrivati a teorizzare in quel quadro la guerra preventiva, denunciata come guerra permanente secondo la spirale guerra-terrorismo-guerra. Il crollo dei Paesi a socialismo reale, la fine della guerra fredda con la dissoluzione di uno dei due blocchi contrapposti, non aveva affatto dato vita alla fine della storia, bensì all’avvento di una nuova storia, tutt’altro che pacificata. Una gigantesca evoluzione tecno-scientifica è stata messa al servizio dell’accumulazione, del mercato, della concorrenza, della massimizzazione del profitto, mentre la politica e gli Stati venivano sospinti fuori dall’economia e dalla società, regolante e pervase dalla competitività delle merci e della mercificazione delle relazioni alienate da un nuovo imponente macchinismo e dall’invasione del virtuale nella vita concreta delle persone.

L’unificazione dei mercati mondiali, la scomparsa della politica nelle grandi scelte pubbliche, la scomparsa dell’alternativa di società non è riuscita a unificare il mondo, men che meno nella democrazia. Si sono susseguite crisi di diversa natura: politiche ed economiche, e si sono moltiplicate nel mondo le linee di faglia. La stessa globalizzazione ne è stata per rimbalzo investita, dando luogo a dure competizioni per grandi aree economiche e a contese tra gli Stati risucchiati essi stessi nella competizione e nella crisi. Nel teatro sconnesso è entrata tragicamente la guerra. La promessa tradita ha lasciato il campo all’incertezza, all’instabilità e al ripetuto riprodursi delle crisi. La crisi pandemica ha enfatizzato e ingigantito il processo. È a questo punto che i ragionamenti critici sulla globalizzazione e sull’Occidente tendono a congiungersi. È vero che già Spengler all’inizio del secolo scorso scriveva del “tramonto dell’Occidente”, ed è vero che il tema della sua crisi è assai ricorrente, ma questa che viviamo è la crisi del suo ultimo tentativo di ricostruzione, o almeno del tentativo di realizzarne l’impresa.

L’Occidente certo trascende la sua collocazione nella globalizzazione capitalistica, ma non vi può prescindere. Su di essa ha investito infatti per l’uscita dal Novecento, per l’oltrepassamento della grande contesa storica tra capitalismo e socialismo, e nella sua traduzione storico-statuale realizzatasi dopo la vittoria contro il nazifascismo, cioè quella tra il mondo del socialismo reale e il mondo a guida americano armato nell’alleanza atlantica. Nello sviluppo della globalizzazione, durante le sue crisi interne, i suoi avanzamenti e i suoi ripiegamenti, ha preso corpo nell’instabilità generale una competizione mondiale aspra e inedita e nuove dure criticità: la competizione tra Cina e Urss si è affermata sino a oscurare l’emersione di altre polarità di primo ordine, in Asia, in Africa, nell’America latina.

Ma essa non ha potuto occultare quei drammatici contrasti che, nell’indifferenza dei protagonisti principali mondiali, il Papa ha saputo definire come la terza guerra mondiale a pezzi. In alto, nuove potenze tecno-finanziarie hanno superato persino nei bilanci i grandi Stati e su campi decisivi ne hanno preso il posto. In basso, la globalizzazione ha eroso la democrazia politica facendo della crescita delle diseguaglianze un suo connotato strutturale e di fondo.  L’Occidente statuale ha legittimato l’intero processo sottraendo ai parlamenti, alla politica e ai governi il compito di combattere, o almeno correggere, questo iniquo processo di modernizzazione e lo ha fatto alzando la bandiera della governabilità e della competitività. Le due nuove bandiere della povera politica.

Così è venuto il tempo della crisi anche della democrazia e della politica stessa. Sono queste le basi dell’attuale crisi dell’Occidente e in esso dell’Europa. Perciò esse sono proprio la crisi di questa storia contemporanea dell’Europa, prodotta dal trascinamento del crollo della presunzione di un unico modello di civilizzazione da diffondere nel mondo. È in essa che sono nati i mostri che ora sospingono in avanti la guerra dentro la stessa Europa. Quello di oggi non è uno scontro tra un mondo illiberale e dispotico (che tuttavia esiste ed è grande e potente) e le società democratiche che, come tali, non hanno più alcuna forza di attrazione e sono erose al loro interno dalla crescente mancanza di consenso popolare.

I mostri prendono la forma dei fantasmi del passato, li fanno rivivere dando loro nuovo vigore. Il più grande e pericoloso di essi, sia nel rapporto tra gli Stati che nel rapporto tra gli Stati e i popoli, è la rinascita dei nazionalismi e della logica di potenza. Proprio ciò di cui ci parla la guerra della Russia in Ucraina. È come se l’intero secolo breve, e soprattutto il lungo dopoguerra, nato dalla volontà di costruire la pace universale, volesse essere travolto per tornare alla guerra per la terra, per la patria, contro un’altra patria, contro il nemico che la Storia ti consegna. Come se si dovesse tornare nei dintorni delle culture del tempo che ha preceduto la Prima guerra mondiale.

L’alternativa politica è allora una sola: mettere in campo un’integrale politica di pace, mettere in campo una forza mondiale di pace. C’è più futuro in quel ripudio della guerra della Costituzione repubblicana che in tutto il moderno e postmoderno della globalizzazione capitalistica, come delle ultime potenze statuali dell’ultimo occidente. L’Europa è proprio in questo quadro che si è svuotata della sua vocazione ed è finita in una ridotta pressoché scomparsa politica. La neutralità, suggerita da padri lontani nel tempo ma vicini proprio a questa necessità storica dell’oggi, può essere l’involucro di cui si riveste un grande protagonista sovranazionale, per diventare tale e per farne la divisa della propria collocazione internazionale. A farlo potrebbe essere se lo volesse l’Europa, per rinascere. Ciò che accade solleva più di un dubbio di questa sua possibilità e capacità.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.