Quando la crisi dei missili a Cuba fu risolta, una vittima restò sul terreno e fu l’onnipotente successore di Stalin, Nikita Krusciov, l’uomo che aveva affrontato a muso duro il giovane presidente americano John Kennedy. Fu messo alla porta dal Comitato Centrale per numerosi “errori”, il più grave dei quali fu un delitto di lesa immagine non menzionato formalmente ma che aveva raggelato il sangue nelle vene dell’austera nomenklatura: aveva fragorosamente e ritmicamente battuto le scarpe sul podio al Palazzo delle Nazioni Unite a New York, parlando all’assemblea, e per di più lo aveva fatto sorridendo in segno di sfida di fronte ai fischi dei delegati occidentali. Le foto pubblicate su tutte le prima pagine del mondo fecero sobbalzare.

Fu la sua fine politica che venne decretata e notificata nel 1964. Poi apparvero alcune foto su una panchina mentre lasciava cadere briciole per i piccioni, un memoir rinnegato che era la fine della sua storia. Erano altri tempi, era l’Unione Sovietica, era il Partito comunista sovietico, un altro mondo e un’altra epoca. Ma ci sono caratteristiche costanti che non dipendono dal tipo di regime, e che appartengono unicamente al codice genetico e anche mentale russo. Putin sta comportandosi in modo bizzarro e i russi lo vedono e lo giudicano, mentre sempre più fitte corrono le voci su una possibile destituzione. Probabilmente nulla del genere sta per accadere, ma è un fatto, sotto gli occhi di tutte le reti televisive, che il Presidente parli mantenendo una distanza minima di sei metri dai propri interlocutori, siano essi capi di Stato come lo sbalordito Emmanuel Macron, oppure il ministro della Difesa in compagnia dello Stato Maggiore. È diventato virale il breve video in cui Putin maltratta con tono sprezzante un dirigente dei servizi segreti, il quale si era permesso di balbettare “Avrei desiderio di informarla”. E Putin lo interrompe: “Che vuol dire che lei ha il desiderio di informarmi? Ha il desiderio, oppure vuole davvero informarmi? Si decida: che intenzioni ha?”.

Il povero disgraziato nel video resta pietrificato e balbettante e per poco non cadeva. Ma c’è di peggio. E si tratta di qualcosa che riguarda di nuovo il misterioso collegamento sia storico che neuronale con gli usi e costumi sovietici. Le famiglie dei soldati mandati in Ucraina hanno appreso dai loro figli attraverso i cellulari che non stavano affatto compiendo esercitazioni militari in tempo di pace, ma che erano invece entrati in guerra con gli ucraini, cosa culturalmente inconcepibile per il russo medio, dal momento che l’Ucraina è considerata una nazione parente. Accadeva così anche quando – molti anni prima che esistessero i cellulari – i soldati dell’Armata Rossa si rendevano conto a Budapest, a Praga, alla periferia di Varsavia, e molti anni dopo la fine dell’Urss e l’avvento di Putin, che esisteva uno stato di guerra con la Georgia, patria nativa di Stalin, e poi con le altre regioni confinanti. Era accaduto già con le guerre cecene di cui sempre Putin si era occupato usando il pugno di ferro, in quel caso con l’approvazione visibile dell’opinione pubblica sconvolta dagli atti di terrorismo ceceno, che – si scoprì – erano stati più volte delle messinscene per giustificare repressioni sanguinosissime.

La novità è che, sia pure con una crescente censura che ha calcato la sua pesantissima mano prima di tutto sui social che non sono i nostri social, ma cadono sotto il controllo statale e da cui tuttavia emergono velocemente fotografie, video, audio e testi, benché le notizie siano filtrate, censurate o edulcorate, come accade in questi giorni in cui è proibito usare le parole “guerra” o “invasione”, trattandosi al massimo di una serie di manovre di persuasione militare cui il popolo ucraino reagisce con entusiasmo. Il nuovo avversario interno per Putin è il fronte interno, perché si sono unificate fra loro tutte le notizie che riguardano le difficoltà finanziarie, le banche con le file ai bancomat e le notizie di natura militare. La gente si rende conto, osservando quanto si vede dai network televisivi russi, che non è affatto probabile quel che si sostiene ufficialmente e cioè che il popolo ucraino sta accogliendo l’esercito russo come un liberatore, visto che i morti e i feriti sono ormai migliaia e sono visibili, comunque, le immagini dei tank russi, sventati dalle difese anticarro. Dunque, si sta producendo in scala sempre maggiore un antico fenomeno russo: quello per cui il famoso inconscio collettivo capisce che il Cremlino, chiunque ci sia dentro, non ce la conta giusta, i nostri figli vanno a uccidere e a morire, i mercati sono vuoti, le banche cercano di smaltire una fila lunga un chilometro.

È un conflitto sia di interessi che generazionale: i giovani sono abituati a usare carte di credito e pagamenti con il telefonino. come i loro coetanei occidentali. E di colpo si ritrovano all’età della pietra. E perché? Perché il loro governo ha deciso che la Russia, benché sia il Paese più grande del pianeta, abbia diritto a rivendicare il diritto di garantirsi se necessario a cannonate la sudditanza dei Paesi limitrofi, cui nega ogni sovranità. La cosa sta diventando imbarazzante di ora in ora, non importa di quanti chilometri avanzi ogni giorno l’immensa armata degli “Orchi” (espressione comune non solo in Ucraina mutuata dal Signore degli Anelli) perché ufficialmente è vietato dire che ci sia una guerra e che nella guerra si commettono e subiscano atrocità. E poi c’è il grave problema della avida e robusta classe degli affaristi, gli oligarchi fedeli a Putin che però sono anche coloro che da lui sperano di ottenere appalti, brevetti, licenze in esclusiva e che si ritrovano con un rublo deprezzato e il portafoglio vuoto.

Di qui la domanda che serpeggia in tutte le cancellerie e tutte le redazioni di ogni mezzo d’informazione, su quale potrebbe essere il destino di Putin se fallisse la guerra in Ucraina sul piano dell’immagine nazionale e internazionale. Così come era capitato all’allegro Krusciov che pensava di poter sbattere le scarpe sul tavolo davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite. Putin è un uomo calmo, mentalmente organizzato, educato all’autocontrollo e diverso dai suoi predecessori: sia dai comunisti che da quella banda di matti capitanata da Boris Eltsin il quale lo aveva voluto lanciare in politica augurandosi che rimediasse ai suoi errori, come diceva spesso in pubblico. Putin era stato un solerte ufficiale del Kgb, un giovanissimo e poliglotta tenente colonnello nella sede centrale tedesca di Dresda, nella Repubblica Democratica, quando lavorava nell’ufficio di collegamento fra Kgb sovietico e Stasi tedesca, quella de Le vite degli altri e di lì dominava l’intero resau degli intrighi internazionali, compreso il terrorismo arabo e quello itinerante di bande armate a contratto come quella di Ilich Ramirez Sanchez, nome di battaglia Carlos, che sta scontando due ergastoli a Parigi.

Putin non fu affatto contento – è stato lui stesso a raccontarlo – quando si rese conto senza alcun preavviso, che la Repubblica democratica tedesca era in liquidazione. Celebre il suo racconto della notte che precedette la caduta del muro di Berlino, che lui e i suoi commilitoni del Kgb passarono a bruciare nelle stufe tonnellate di carte segrete: «La stufa a un certo punto esplose e dovemmo alimentare un grande falò in cortile finché non riuscimmo a distruggere tutto». Putin fa parte in modo organico della storia russa recente ed è stato considerato per anni un felice traghettatore dal mondo antico verso il mondo moderno, se non proprio verso la democrazia. Ma la società russa ha delle sue sensibilità orgogliose che esprime attraverso i gangli delle sue gerarchie, per quanto corrotte possano essere nelle diverse epoche.

Quel sistema ha delle sensibilità acute e tipiche della mentalità russa e non tollera l’esposizione al ridicolo, come ai tempi di Krusciov durante la guerra fredda e come sta accadendo oggi con la sventurata campagna d’Ucraina. È per questo che, fondate o no, crescono le voci di golpe o di forti movimenti interni al mondo militare che ha un suo codice rigidissimo e che Putin fra l’altro conosce fin troppo bene. Ed è questo il conto che non torna: perché un uomo espresso dall’apparato, si comporta in modo opposto alla tradizione e ai codici? Il tavolo al quale siede Putin si allunga di giorno in giorno e quella distanza crescente è la misura del suo timore e del suo isolamento.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.