Quando i tedeschi attaccarono la Polonia il primo settembre del 1939, si aspettavano che entro un paio di giorni l’Armata Rossa facesse il suo ingresso da Est. Invece, non accadde nulla. E poi Nulla e poi nulla ancora per due settimane, finché Hitler cominciò a dare segni di nervosismo: che sta facendo Stalin? Il protocollo segreto del cosiddetto “Patto di non aggressione” firmato ad agosto dai ministri degli Esteri Molotov e von Ribbentrop alla presenza di Stalin, parlavano chiaro. Hitler chiese a von Ribbentrop di parlare con i sovietici e Molotov rispose: «Noi non vogliamo fare la figura degli invasori. Preferiamo aspettare che a Varsavia cada il governo e poi entreremo per difendere le minoranze russe, ucraine e romene».

E così fu: i russi presero il 51 per cento della Polonia mentre i tedeschi occuparono l’altro 49 e il modello politico dell’invasione benefica era stato varato una volta e per sempre: la Russia, sovietica o post sovietica, non invade ma assiste fraternamente. Dopo aver assistito la Polonia, i russi andarono ad assistere la Finlandia o meglio le minoranze russe della Finlandia e proseguirono salvando fraternamente le Repubbliche baltiche, non senza aver preso un sacco di umiliazioni dall’esercito finlandese cosa che costrinse l’imbarazzato Stalin a far giustiziare con un colpo alla nuca tutti i comandanti russi. L’alleanza di fatto fra sovietici e nazisti finì soltanto il giorno in cui Hitler pugnalò alle spalle l’alleato invadendo l’Urss nel giugno del 1941, ma dopo l’ultima perfidia poi raccontata dal maresciallo Zukov. Poco prima dell’attacco, Hitler fece avere a Stalin – preoccupato per l’ammassamento di truppe tedesche – una lettera in cui gli raccomandava di non reagire scompostamente se qualche testa calda fra i suoi generali affetto da manie anticomuniste, avesse fatto un’incursione in terra sovietica: «Se ciò accadesse me lo faccia immediatamente sapere, ma le raccomando di non rendere irreversibili gli effetti di un tale colpo di testa».

Questa fu la ragione per cui Stalin, avuta notizia dell’invasione, per una settimana non fece nulla salvo tentare mille volte di chiamare Berlino che non rispondeva. Fu così che l’Urss perse milioni di uomini prima di aver la forza di riorganizzarsi e sbarrare a Stalingrado la via dell’accesso ai pozzi petroliferi. L’Unione Sovietica è l’unico Paese in cui non esiste di nome una Seconda Guerra Mondiale, ma una Grande Guerra Patriottica iniziata nel giugno del ’41 e finita con la presa di Berlino nel 1945. Ciò che era accaduto fra il settembre del 1939 al giugno 1941 non esiste nelle scuole e nelle celebrazioni. Nel 2019 Vladimir Putin fece varare una legge che colpisce con gravi sanzioni chiunque sostenga che Stalin si fosse alleato con Hitler, ribadendo che la Russia si limitò a entrare nei Paesi devastati dalla guerra tedesca per proteggere le minoranze russe. Finita la guerra calda e inaugurata la guerra fredda col discorso di Winston Churchill all’Università di Fulton negli Stati Uniti, quando disse che una “cortina di ferro” che partiva da Trieste (il maresciallo jugoslavo Tito era ancora il delfino di Stalin) separava le democrazie dalla dittatura comunista, la Russia sovietica si impegnò più volte e con molta generosità a correre in soccorso della rivoluzione tradita e delle minoranze minacciate.

Di fronte all’aggressione degli operai tedeschi al governo della Ddr che riduceva le paghe e aumentava la produzione obbligatoria, il 17 giugno 1953 il presidio militare sovietico attaccò gli operai e ne arrestò cinquemila, ignoto il numero dei morti. Una grande operazione di soccorso fu affidato all’Armata Rossa a Budapest quando, morto Stalin e insediato Nikita Krusciov, fu necessario affrontare un’altra grave rivolta in Ungheria, fomentata dagli stessi operai comunisti e dagli studenti. La rivolta fu repressa nel sangue dai carri armati sovietici sotto l’occhio della televisione che portava per la prima volta le immagini della strage nelle case di tutto il mondo. Abbiamo saputo in seguito che, essendo Krusciov molto esitante, la decisione di invadere e reprimere fu presa per l’insistenza del segretario del Pci italiano Palmiro Togliatti e di quello comunista cinese, Mao Zedong. Da allora in Italia con il termine “carristi” furono indicati tutti coloro che approvavano l’intervento dei carri armati russi. I carri armati non invadevano mai ma venivano in soccorso del comunismo sovietico attaccato da oscure forze reazionarie sempre in combutta con gli Stati Uniti e la Cia per una provocazione della Nato. E passarono dodici anni prima di rivederli a Praga in una mattina d’agosto del 1968, stavolta in sferragliante soccorso non si sa di chi, visto che intervenivano contro il tentativo di instaurare un “socialismo dal volto umano” promosso dal segretario Dubcek.

Le vittime in quel caso non furono migliaia come a Budapest perché ormai l’occhio della televisione vedeva tutto ciò che in passato poteva essere nascosto, ma contro i carri armati russi e tedeschi orientali (quale sottile raffinatezza far invadere la Cecoslovacchia anche dai tedeschi, per la seconda volta in trent’anni) si lanciarono gli studenti e in particolare le studentesse armate di mazzi di fiori che consegnavano allo sbalordito mitragliere sulla torretta del carro. L’Armata Rossa restò poi per un lungo tempo ai confini della Polonia con i motori accesi in attesa che da Mosca arrivasse l’ordine di invasione dopo gli scioperi operai nei cantieri navali di Danzica e poi per il crescente potere territoriale del sindacato Solidarnosc guidato dall’elettricista Lech Walesa, ma in realtà dal papa polacco Karol Woytjla dopo il fallito tentativo di eliminarlo per mano del killer professionista Ali Agca. L’invasione fraterna era sul punto di partire quando si dette un fatto inatteso: il generale polacco Jaruzelski con un auto-golpe instaurò un regime militare nazionale ma in linea con le richieste di Mosca, che rinunciò a mettere in moto i carri.

La successiva mossa fraterna allo scopo di salvare minoranze russe o russofone con l’aiuto fraterno alla minoranza filosovietica, fu l’Afghanistan nella notte di Natale del 1979 e che durò per ben dieci anni, quando il 15 febbraio 1989 per la prima volta l’Armata Rossa si dichiarò sconfitta e si ritirò in preda alla frustrazione. Quando ciò accadde, il regime comunista vacillava nella stessa Unione Sovietica e sembrava che davvero la vecchia armata fosse davvero stanca di guerra e di repressioni. In Afghanistan aveva dovuto affrontare per la prima volta una guerra asimmetrica fomentata dagli americani che allevarono con i loro aiuti ai ribelli antisovietici una generazione di jihadisti e di guerriglieri armanti di moderni missili ed equipaggiamenti che poi la stessa America sconfitta sullo stesso campo abbandonerà a sua volta sconfitta nel 2021 con la più codarda ritirata che si fosse mai vista.

Negli anni successivi, l’Armata Rossa di fatto si scioglie, Mosca era piena di mercatini dove potevi acquistare per pochi dollari tutte le uniformi, medaglie e cappelli e bandiere dell’esercito della rivoluzione sovietica. Gli oligarchi avevano preso il posto dei gerarchi di partito e la stessa Unione Sovietica era sul punto di disfarsi come poi si disfece. L’arrivo di Putin sulla scena politica fu un evento voluto e programmato dall’unica istituzione dotata di un suo Dna vitale: il Kgb, che si dividerà nei due servizi Fsb per l’Interno e Svr per l’estero. La lunga storia di Vladimir Putin, un uomo solo incontrastato al comando della Russia da più di venti anni non può essere detta in poche righe, ma va ricordato che per anni prestò servizio come tenente colonnello del Kgb nella città di Dresda della Ddr e la sua dottrina è stata espressa in modo limpido e chiaro da lui stesso quasi ogni giorno . da chiunque visibile – in centinaia di video su YouTube: dissolvere l’Unione Sovietica è stato uno scellerato delitto, noi la riunificheremo. Prima libereremo la Georgia (fatto), poi la Crimea; quindi, sarà la volta del Donbass e quanto all’Ucraina, nostra madre e figlia e parente e amica, sangue del nostro sangue, vedrete che è già sulla strada del ritorno a casa e noi fraternamente l’aiuteremo.

L’America torna ad essere quel che è: il nostro mortale nemico e il più grande Paese del mondo ha bisogno di molti buffer states, o paesi satelliti che facciano da cuscinetto per bloccare gli invasori. Da Caterina di Russia a Pietro il Grande a Stalin, i nostri confini sono resi sacri dalla storia, proprio così dice Vladimir Vladimirevic che fu subito ben osservato e compreso dagli studiosi occidentali che conoscono l’animo “liberatorio” russo, Nel 2005 Hélène Blanc, storica dello slavismo e criminologa francese scrisse in Les yeux de V. Poutine (“Gli occhi di Putin”): «Bisogna smettere di considerare la Russia come uno Stato di diritto (non lo è ancora), né uno Stato democratico. Più che mai la Russia di Putin, erede dell’Unione Sovietica, resta uno Stato di forza». Sono passati diciassette anni ed è difficile, anzi impossibile, considerare superata quella definizione.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.