«In uno scenario dominato dall’incertezza, una cosa appare un po’ più chiara delle altre: la determinazione di Putin a riproporre e imporre l’antica ambizione russa di essere il dominus d’Europa e forte di questo ruolo conquistato, trattare direttamente con l’America. In questa ottica, l’annunciato vertice con Biden, se verrà confermato, dice che Putin sta praticando il suo obiettivo. Addirittura vuol essere lui a dettare i tempi, se non anche i contenuti, di questo vertice a due». A sostenerlo è Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienze politiche dell’Università di Torino. Da grande germanista, il professor Rusconi riflette sul modus operandi di Berlino nella crisi ucraina: «Faccio fatica – annota Rusconi – a definire l’atteggiamento tedesco. Direi che allo stato dell’arte, a prevalere sia una certa timidezza della Germania, delle sue leadership politiche, sul piano geopolitico. Una timidezza che le vicende di cui stiamo parlando mettono a nudo, ma che non nasce oggi».

Professor Rusconi, lei ha scritto Vivere nell’insicurezza. Non c’è il rischio che stavolta l’insicurezza possa essere il preludio di qualcosa di ben più grave?
L’incertezza è qualcosa che segna il nostro tempo, lo si è visto con la pandemia ed oggi si ripropone in termini di guerra o pace. E l’incertezza investe anche il nostro ragionare, almeno il mio, lo confesso. E l’incertezza, in questo caso ma non solo, è anche il portato di una “guerra mediatica” che per certi versi è ancora più grave del movimento dei carri armati. Perché ha come obiettivo disorientare anzitutto le opinioni pubbliche interne, prim’ancora che l’avversario. A chi dare retta? Sembra banale, ma è una domanda vera, che vive nella quotidianità. E in questa incertezza si cerca di decifrare i comportamenti degli attori principali…

Partiamo da Vladimir Putin.
Che la Russia abbia sempre avuto mire imperiali è qualcosa che è nel dna di questa nazione e del suo popolo. Lo è ben prima dell’edificazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, e queste mire sono sopravvissute, anche in chiave di rivincita storiche, anche al crollo dell’Urss. Il panrussismo, il riferirsi alla Grande Madre Russia da parte dei leader succedutisi alla guida di quel Paese, non è solo un artificio retorico di chi deve cementare un consenso interno battendo sul tasto del patriottismo. Basta conoscere un po’ di letteratura russa, dei suoi grandi autori, oltre che di storia, per cogliere questo aspetto. Putin inserisce in tutto questo un elemento in più.Quello di voler far diventare il punto di vista russo opinione dell’Europa. Quel che è sorprendente è l’assenza di una cultura tedesca o di una classe politica tedesca. Un discorso simile si potrebbe fare per la Francia che però almeno sul piano verbale sembra darsi molto da fare. Sono stupito di questa insicurezza tedesca. Ora lungi da me rievocare i Reich ma certo la Germania sembra oggi incerta, smarrita, quasi timorosa nel doversi assumere delle responsabilità di carattere geopolitico, come se tutta la sua determinazione fosse concentrata sul problema del gas o sull’economia. In questa magmatica incertezza non s’intravvede un’idea dominante, convincente.

Non è proprio in situazioni di grande incertezza che si materializza il rischio di una degenerazione in cui la parola passa alle armi?
Siamo di fronte al tentativo della Russia putiniana di farsi largo, a spallate, nella geopolitica mondiale. E nel fare questo, Putin sta mettendo in chiaro che la sicurezza dell’Europa, la sua stabilità, non è un dato acquisito una volta per sempre e che l’attuale statu quo non è affatto gradito a Mosca. I russi saltano l’Europa per parlare direttamente con l’America. Ma, lo ribadisco, anche il linguaggio si fa incerto in una situazione in definizione. Certo è molto frustrante dire queste cose e anche poco soddisfacente, ma è un’ammissione che risponde ad un obbligo di onestà intellettuale al quale non si dovrebbe venir meno.

Ma l’Europa non sta agevolando, con le sue incertezze e divisioni, questo andazzo?
Ognuno sembra andare per la sua strada, privilegiando gli interessi nazionali a quelli comuni. Francamente non è un bel vedere. Abbiamo parlato dell’attivismo francese, che molto si deve alle elezioni presidenziali di aprile, e della timidezza tedesca. Tutto è in divenire, ma appare chiaro che l’Europa sta perdendo peso comunque. Questa è una constatazione di fatto. Va detto però che è stata proprio la Germania, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento dell’impero sovietico, a guardare decisamente ad Est, insistendo, con successo, perché l’Unione Europea si allargasse in quella direzione. Evidentemente sono più preoccupati dell’economia, delle risorse energetiche e non alla politica, nel senso tradizionale della parola. Il che di per sé non è negativo, nel senso che ci si preoccupa di cose concrete, la crescita economica, le fonti energetiche e via dicendo. A restare indeterminata è la visione di sé nel contesto europeo e internazionale. Da questo punto di vista, diciamo che la “locomotiva” tedesca ha perso colpi.

Delle ambizioni di Putin abbiamo parlato. In particolare del suo voler essere un partner alla pari…
Altro che alla pari. Magari fosse solo questo. Alla “pari” nel senso che la Russia è in grado di condizionare il suo interlocutore.

Lei che idea si è fatto della politica estera dell’amministrazione Biden?
Mi pare abbastanza inconsistente. Non è certamente caratterizzata da una qualche esigenza primaria, non dico da una visione strategica. Non c’è più l’America che influisce, ordina, dispone. E questo non sarebbe neanche un male se ci fosse un altro soggetto, in Occidente, a coprire, anche se solo parzialmente, questo vuoto. Per tornare alla Russia. Quando affronta momenti drammatici, ecco rifarsi alle origini, addirittura pre sovietiche. Non pre sovietiche, intendo con questo un dato regressivo, ma è rivendicare un ruolo oggettivo della Russia, che è importante. D’altro canto, della Guerra fredda, così come l’abbiamo vissuta, non c’è più il carattere ideologico che la connotava, oggi non si ha più paura del comunismo. D’altro canto, il comunismo era anche un alibi dietro al quale si nascondeva una politica che aveva altre finalità rispetto a quelle conclamate. Credo che sia limitativo ritenere che le questioni dirimenti riguardino “solo” l’autonomia del Donbass o l’allargamento o meno della Nato ai confini della Russia. Certo c’è tutto questo a rendere preoccupante la situazione, c’è il fatto che Mosca sta facendo di tutto perché Kiev non entri nell’Alleanza atlantica. Al fondo c’è questa volontà dei Russi, e del loro capo, di egemonizzare in qualche modo l’Europa. E questo per poter parlare “alla pari” e ancor di più, con l’America e la Cina. E qui l’incertezza si allarga ulteriormente.

Perché?
Perché non c’è solo l’ambivalenza Russia-Cina, ma dobbiamo fare i conti anche con un’ambivalenza, non chiamiamolo ancora conflitto aperto, tra Cina e Stati Uniti, e in altre misure e modalità tra la Cina e la Russia. Guardi che la Cina è molto importante in questo discorso. Ed è la novità rispetto al nostro modo tradizionale rispetto al nostro modo di guardare l’Europa. Chi l’avrebbe mai detto che noi considerassimo la Cina un fattore immediatamente significativo per l’Europa. Come vede ho messo altra carne al fuoco, ma non ho ricette da dispensare. Avverto anche su di me, sulla determinazione del mio ragionare, il peso di questa grande incertezza che è la cifra di questi tempi.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.