E così, alla fine, la famosa guerra di Troia è scoppiata malgrado le benevole speranze di Jean Giroudoux secondo cui non ci sarebbe mai stata e invece eccola là. D’altra parte, anche il grande storico greco Tucidide l’aveva detto: le guerre scoppiano quando se ne parla troppo. Ma chi è che ne parlava sempre e dunque troppo: quell’omino non maestoso e molto composto che si chiama Vladimir Putin. E la guerra di Putin è ovviamente quella di Ucraina, invasa ieri mattina alle quattro.

Devo al lettore una minuscola premessa sulla mia oggettività: da moltissimi anni sono dalla parte di tutti i popoli che vogliono l’indipendenza da quel mostro senz’anima, senza fascino e senz’altro mezzo di convincimento che non fossero milioni di tonnellate di carri armati, che fu l’Unione Sovietica. Inoltre, confesso di essere un fedelissimo consumatore del canale YouTube del presidente Vladimir Putin da cui sono affascinato per due sue caratteristiche: la totale dissennatezza di quel che cerca di ottenere e la pacata e anzi sussurrata forma di comunicazione che lui predilige e di cui fa un sapientissimo uso. Ne sono veramente affascinato. Putin ha introdotto, dopo la fine del Comunismo sovietico, uno sfarzo imperiale su di sé come persona, come funzione di massima autorità e come universo onirico simbolico, destinato sia alle immagini televisive che agli occhi umani, organizzato con pesantissima e tuttavia leggiadra mobilia, tendaggi pesantissimi e trapunti alternati con altri velati e setosi, tavoli, posateria, metri quadrati, marmi, ori, parquet intarsiati, cristalli.

Tutto il mondo del Cremlino si è trasformato da tempo nella coreografia disneyana di Cenerentola, manca solo la zucca con le ruote che comunque non scade a mezzanotte. Quell’universo è prima di tutto un ecosistema simbolico. Avevate mai visto prima di Putin un re o imperatore, presidente, generale o primo ministro che accogliesse un visitatore straniero di pari rango mettendolo a sedere a dieci metri di distanza ai due capi dello stesso enorme tavolo bianco costringendolo – suppongo- ad usare un microfono per parlare faccia a faccia? È quel che Vladimir Putin ha fatto con Macron e con qualsiasi altro ospite. Lui, il Presidente russo, appare normalmente invecchiato e con qualche chilo in più, ma comunque un uomo non gigantesco – neanche Stalin lo era benché così apparisse nell’iconografia – e appare per sua scelta minuscolo in quell’iperspazio stuccato e stucchevole. E poi lo adoro per il tono calmo, composto, probabilmente elegante (non conosco il russo e mi contento di sottotitoli in inglese) con cui dice delle cose terrificanti, ma come se parlasse della spesa della massaia che va al mercato.

Dov’è che tutti i geopolitici raffinati e gli ambasciatori più esperti, toppano. ovvero mancano il punto? Mancano il punto perché non credono alla semplicità e persino all’onestà del pensiero putiniano e si arrovellano chiedendosi quale sia il suo vero piano, non facendosi sfiorare dall’idea che il vero piano di Putin è quello che Putin enuncia e spiega e illustra ogni giorno davanti a torme di scolari e scolarette, davanti ad ambasciatori e giornalisti, cronisti addomesticati e altri a mezzo servizio, di fronte ai quali, in tutta franchezza, dice esattamente quel che pensa e che poi, ci potete giurare, farà. Aveva detto che doveva prendere la Georgia? E l’ha fatto. E la Crimea? Metti un punto sulla lavagna. E il Donbass? Eccolo lì, fatto. E l’Ucraina? Cotta e mangiata anche se la digestione sarà lunga. Il presidente russo dice che è stato un disastro scomporre l’Unione Sovietica e lo dice, come sappiamo, soltanto perché effettivamente lo pensa e – sant’Iddio – deve porre rimedio a questa grandissima cazzata dei suoi predecessori sovietici. Se dice che è ora di ricomporre l’estensione integrale di quell’impero scomparso trent’anni fa, lo pensa e impartisce gli ordini. Se dice che il più grande Stato del pianeta Terra – con sei o sette fusi orari, che comincia dove finisce la Germania e va fino al Giappone passando per la Cina – ha bisogno di più spazio perché non si sa mai che intenzione hanno le altre potenze (guarda tu che ci hanno combinato Napoleone ed Hitler), lo pensa, lo dice e agisce di conseguenza.

Ha detto che la Nato deve sloggiare dagli ex Paesi “satelliti” perché sono i suoi “Stati cuscinetto” senza i quali non può dormire sogni tranquilli? Ma perché dubitarne? Fargli paura con le sanzioni? E come no. Si è visto: tagli ai conti correnti degli oligarchi e polvere per starnutire per i russi più cattivi. Comunque ha invaso l’Ucraina. Ma lui dice di no. Quella non è una invasione. È una sistematina, un colpo qua e uno là. Ma per quale motivo formale? Ma non potevate capirlo da soli? È un aiuto fraterno, Da un secolo in qua, la Russia fa soltanto guerre soccorrevoli favore di Paesi o popoli fratelli. E l’Ucraina, come ha detto Putin, per la Russia è carne della sua carne. culla della sua civiltà, là ci sonio i nostri parenti, zie, babushke, icone, matrioske e siamo talmente fratelli che da dieci anni i russi che si sono installati in Ucraina nel cosiddetto Donbass, e che sono peraltro due repubblichette molto separate e fra loro ostili, giocano a cannonate con gli ucraini dell’ultima generazione.

Perché questo è il fatto veramente nuovo (altro che geopolitica degli stati-cuscinetto): dagli anni Novanta è nata una nuova Ucraina fatta di giovani che oggi hanno trent’anni, ma anche quaranta e che non ha il minimo ricordo, e comunque non un ricordo lieto, della vita ai tempi in cui la loro terra faceva parte dell’impero sovietico. Sentimentalmente, lo si vede e si sente nelle centinaia di interviste raccolte da tutti i network televisivi di tutto il mondo compresi quelli di Al-Jazeera o dalle emittenti cinesi, non soltanto non sentono alcun legame, ma provano orrore per quel passato che non appartiene loro e dicono, gridano, sussurrano che vogliono un modello di vita che non è quello americano, ma quello europeo: vogliono essere come noi italiani, come gli spagnoli, come i polacchi o come i francesi. Chi non l’ha già fatto, vada a vedersi su Netflix il bellissimo documentario Il lungo inverno, quello del 2014, quando il popolo di Kiev passò un centinaio di notti sulla neve e tra i fuochi, assediato da una polizia assassina che ne falciò più di cento, tutti ragazzi e ragazzini che morirono avvolti nelle bandiere insanguinate dell’Unione Europea: quella bandiera azzurra con le stelle che, in fondo, a nessuno di noi fa battere particolarmente il cuore. E morivano così, mentre una pianista suonava una “Polacca” di Chopin su un pianoforte bianco installato su un mucchio di neve e loro morivano ogni notte per manifestare contro un dittatore fantoccio installato da Putin affinché con un colpo di mano e tradendo gli impegni presi col Parlamento, fece saltare l’ultimo passaggio affinché l’Ucraina fosse ammessa nell’Unione Europea.

Gli occidentali non capiranno mai l’animo russo e del resto i russi non ne vogliono sapere di quello occidentale che sbrigativamente definiscono “americano”. Per loro, per Putin, gli ucraini di oggi non somigliano più a quelli delle antiche fotografie ingiallite. Bisogna sterminarli ed eventualmente ricondurli all’ordine. E poi per fortuna c’è il partito antiamericano professionista che è sempre pronto a sostenere che è sempre colpa della Cia, e magari sarà pure vero. Ma quel povero Biden, suvvia, guardatelo: un pulcino bagnato nella stoppia. E poi, il suo Studio Ovale. Ma che figura ci fa davanti ai russi? A quanti metri deve sedere un suo interlocutore a tavola? Roba da miserabili.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.