I colloqui tra le delegazioni russa e ucraina avranno un secondo round. Ieri, il primo, è durato circa sei ore. E chissà se lo scetticismo di queste ore è stato eccessivo visto che i delegati torneranno ad incontrarsi. Oggi o domani. Le armi intanto non tacciono e le resistenza ucraina sta facendo il suo lavoro. Il fattore tempo è importante. E non gioca a favore di Putin. Che è riuscito a coalizzare il resto dell’Occidente, e non solo, contro quella che il Cremlino vuole che si definisca “operazione militare” e non “guerra”. Lo zar – o “Putler”, crasi tra Putin e Hitler come lo chiamano gli ucraini – è rimasto spiazzato dalla compattezza dell’Occidente e dalle tante “prime volte” che si stanno verificando in queste ore. La minaccia atomica, agitata domenica dal Cremlino, è stata ieri ridimensionata dal portavoce di Putin.

Si è schierata la Svizzera dicendo addio alla sua secolare neutralità. La Germania ha rotto il tabù delle armi e per la prima volta dalla seconda guerra mondiale mette a disposizione del governo di Kiev “cento miliardi per investimenti necessari e nuovi sistemi d’arma”. Perfino il Giappone è stato coinvolto e appoggerà il pacchetto di sanzioni finanziare ed economiche. Lo schiaffo più duro è stato vedere Svezia e Finlandia, che non sono mai entrate nella Nato, sedere al tavolo del segretario Jens Stoltenberg e decidere il potenziamento della frontiera est dell’Alleanza. Decisivo il ruolo della Gran Bretagna dove molti oligarchi russi trasferiscono e blindano le proprie ricchezze: Johnson ha promesso (“questione di giorni”) di congelare gli asset di tutte le banche russe “per impedire al Cremlino di finanziare la guerra” e intanto ha vietato l’ingresso delle navi russe nei propri porti.

Ma la sorpresa più fastidiosa, per lo zar, è arrivata da Bruxelles: mai Putin avrebbe immaginato una Ue così veloce, determinata e compatta nel decidere sanzioni economiche-finanziarie e il supporto bellico con consegna di armi e mezzi alla resistenza del presidente Zelensky. Se l’alba del 24 febbraio – quando truppe e carri russi hanno violato i confini di uno stato sovrano – ha cambiato l’ordine del mondo per come ci era stato consegnato dopo la fine della guerra fredda, nei quattro giorni successivi i governi e le democrazie occidentali e non solo si sono organizzate e hanno scelto da che parte stare. Disegnando “un nuovo mondo” (cit. Annalena Baerbock, la ministra degli esteri tedesca). Senza quei tentennamenti e quegli indugi che hanno invece caratterizzato gli ultimi otto anni, dall’annessione della Crimea a oggi.

Accoglienza e armi: la guerra ibrida
Quella messa in campo è una guerra ibrida dove l’ospitalità per i rifugiati e i profughi si mescola alla consegna di armi, alla fabbricazione di molotov e all’applicazione di sanzioni “massicce e severissime” (cit. Von der Leyen e Borrell) per cui anche la finanza diventa un’arma. Il tutto, è evidente, ha un obiettivo: indebolire Putin all’interno, rendere impossibile la vita agli oligarchi amici in modo che si organizzi un forte dissenso interno. Per tutto questo, che sarebbe sempre una via più indolore di una vera guerra, serve tempo. Nemico di Putin. Amico dell’Europa e della Nato. L’Italia aderisce in pieno alla guerra ibrida decisa da Bruxelles e dalla Nato, Nazioni Unite un po’a rimorchio.

Il premier Draghi è stato il primo venerdì a firmare un primo decreto con cui oltre a mettere a disposizione oltre tremila uomini per rafforzare il fronte est della Nato, dal mar Baltico fino al mar Nero, aveva già messo a disposizione della Nato 3.400 uomini lungo il confine est dell’alleanza e 12 milioni di euro per supporto di armi “non letali”, per la difesa passiva, al governo Ucraino. Ieri Draghi ha firmato un secondo decreto. Entrambi sono stati approvati all’unanimità. Questa volta senza ipocrisie e con decisioni condivise in ambito Ue e Nato, il governo italiano invierà armi direttamente alla resistenza ucraina (top secret i canali di consegna) e al governo di Zelensky con cui Draghi ha parlato almeno un paio di volte negli ultimi giorni.

L’elenco
Al ministero della Difesa stanno preparando l’elenco. Si parla di alcune centinaia di missili (Stinger) in grado di neutralizzare carri armati o aerei, di migliaia di mitragliatrici leggere e pesanti, munizioni e, non è escluso, anche mine anticarro: tutte armi di utilizzo agevole per un soldato addestrato, ma anche per un civile determinato a resistere all’invasione come le centinaia che stiamo vedendo nelle strade di Kiev a preparare bombe molotov. Accanto ai missili poi l’Italia dovrebbe inviare migliaia di armi da fuoco come le mitragliatrici pesanti Browning e le più leggere Mg. Le autorità ucraine hanno chiesto aiuto anche contro i sempre più frequenti cyber attacchi a sedi di governo e dello Stato.

16 mila profughi, più gas e più carbone
La guerra ibrida ha un suo ingrediente chiave nell’accoglienza ai profughi. Anche qui c’è una prima volta: Bruxelles ha immaginato quote per i 27 paesi e ha dato a ciascuno una percentuale da ospitare. Che viene rispettata. All’Italia tocca il 13 per cento degli arrivi dalla rotta ucraina. L’articolo 3, su un totale di sei, prevede l’accoglienza di ben 16 mila profughi per cui si chiede ai prefetti di riaprire e sistemare i centri di accoglienza e di dare accoglienza diretta bypassando la richiesta di asilo. L’articolo 4 mette a disposizione 500 milioni del Fondo di riserva e speciali per inserire professori universitari, studenti e ricercatori in modo che non debbano interrompere studi e docenze per via della fuga. Lo stesso decreto affronta anche l’emergenza energetica. Solo in caso di “necessità” (e non è questo il momento) il governo ricorrerà al razionamento di gas e luce. Intanto, in attesa di un vero piano energetico, si cerca di organizzare un piano B in caso di crisi conclamata: aumentare il volume delle centrali di carbone (dopo che è già stato deciso l’aumento dell’estrazione del gas “casalingo” tramite pozzi già attivi). In un altro decreto (martedì) era stato semplificato l’iter per l’installazione di pannelli solari ed impianti per energia rinnovabile.

I dubbi di Conte e dei 5 stelle su armi e carbone
Il decreto è stato approvato all’unanimità ma le divisioni sono già emerse. E verranno fuori oggi quando il premier Draghi farà le comunicazioni al Parlamento che poi dovrà votare. I gruppi parlamentari sono al lavoro “per una risoluzione unanime e condivisa” che, si augura il leader della Lega Matteo Salvini, “coinvolga anche le opposizioni in un fronte unico per affrontare questa emergenza”. Le linee di frattura però stanno correndo e sono difficili da fermare. Giuseppe Conte ha avuto una lunga telefonata con Draghi in cui gli ha spiegato che “non si può tornare al carbone e neppure al gas”.

La strada è segnata, è una sola ed è quella di Greta: energie rinnovabili. Dopodiché non è chiaro quale sia la soluzione di Conte di fronte ad una crisi energetica come quella attuale a parte fare debito e costringere lo Stato a pagare le bollette di famiglie e imprese. Così come ci sono dubbi nei 5 Stelle ma anche nel Pd e nella Lega sull’invio delle armi alla resistenza ucraina. I 5 Stelle chiedono a Conte la libertà di votare “secondo coscienza”. Meno chiari i dubbi di Salvini che risulta insolito in veste di pacifista che cerca la pace “con la diplomazia e facendo tacere le armi”. Forse ha avuto una conversione.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.