Fu nella Grande Guerra che i soldati cominciarono a scappare e consegnarsi prigionieri. I servi della gleba russi furono messi in uniforme e mandati davanti al fuoco delle mitragliatrici senza fucile: “Quando un vostro compagno morirà, prendete il suo fucile e sparate”. I Regi Carabinieri seguivano i fanti all’assalto e quando qualcuno scappava avevano l’ordine di fucilarlo. Fra loro – i fucilati – un mio sconosciuto prozio di cui si sussurrava con pena e vergogna in famiglia. La canzone era “Fuoco e mitragliatrici”, Diceva così: “Oh Gorizia tu sia maledetta, maledetti signori ufficiali…”.

Si fucilavano disertori in tutti gli eserciti, e le spie, le presunte spie. Sulle Ardenne, nel 1944, si fucilavano i tedeschi che parlavano americano perché erano nati in America. E noi ragazzi dell’immediato dopoguerra, cantavamo Aznavour, l’Amour et la guerre: “Perché dovrei tornare a fare la guerra dopo ciò che so e che ho visto? Dove sono finiti gli eroi della guerra? Sono andati troppo lontano per cercare la verità dei nostri padri? Tutti spariti a cercare la verità, ogni anno torneranno le cicogne e io sono qui per amarti, voglio amarti senza mai smettere, finché il sole illuminerà i nostri passi”. E Italo Calvino componeva canzoni come “L’avvoltoio” – la guerra – che deve cessare affinché i ragazzi possano dormire nel letto delle fidanzate e non morire nelle acque dei fiumi in cui “scendono carpe e trote, non più i corpi dei soldati che la fanno insanguinar”. Il comunismo sovietico fu durissimo con i pacifisti e con i disfattisti, gli ammutinati e i disertori.

Quando il primogenito di Stalin, Jakov Josifovic Dzugasvili fu catturato dai tedeschi, i nazisti proposero lo scambio con il feldmaresciallo Friedrich Paulus, in mano ai russi. Ma Stalin rifiutò: “Non scambio un generale tedesco con un soldato sovietico”. Quando gli comunicarono che Jakov si era suicidato nel campo di Sachenhausen gettandosi sulla recinzione elettrica, il suo commento fu: “Finalmente si è comportato da uomo”. Posso dire, per testimonianza generazionale, che chi oggi ha meno di settanta anni non può avere la più pallida idea di quale fosse stato nei secoli passati e fino agli anni Sessanta, il rapporto eterno fra guerra, morte, amori spezzati (le mogli che mettono in salvo i bambini fuori dall’Ucraina mentre i papà, mariti e fratelli sono orgogliosamente al fronte). Fino a questa guerra ucraina, primo orrendo assaggio della vera guerra, psichiatri ed educatori stavano affrontando i mali della pace sotto il Covid: la DAD, la socialità interrotta, l’anoressia, il bullismo nei social, la tenue fragilità degli adolescenti, la solitudine. Per pura testimonianza, ricordo bene che fino a vent’anni, quando manifestavamo in massa contro la guerra in Vietnam pronti a nostra volta alla guerra, sognando la guerra, e sognando poi la rivoluzione cubana, quanto la guerra ci fosse accanto, sopra, dentro e quanto la guerra era sia di destra che di sinistra, fascisti e antifascisti, cantavamo le opposte canzoni della guerra di Spagna che fu dalle due parti una guerra di annientamento il cui simbolo diventò poi Guernica di Picasso, quadro che il pittore spagnolo esponeva nel suo atelier a Parigi occupata dai tedeschi, che nella capitale francese tentavano di apparire relativamente civili. Un giorno un ufficiale tedesco in un buon francese entrò nell’atelier e restò ipnotizzato dal grande quadro di Picasso, anzi ammirato: “L’avete fatto voi?”, chiese. “No, voi” fu la risposta di Pablo.

Il pacifismo ebbe diverse radici. Una delle prime fu quella di Ghandi che in India adottò la resistenza passiva nei confronti degli inglesi: piuttosto morire, mai reagire. Paradossalmente uno dei più chiassosi sostenitori di Ghandi fu Benito Mussolini che vedeva in lui una efficace arma con cui abbattere l’impero britannico in India. La resistenza passiva assunse poi spesso le forme del suicidio pubblico in segno di rimostranza contro l’invasore: lo shock in Occidente fu tremendo quando il primo bonzo buddista si cosparse di benzina a Saigon e si dette fuoco ardendo seduto fino a carbonizzarsi. E poi i bonzi seguitarono ad ardere immobili e fiammanti nel Tibet in segno di ribellione contro il governo comunista cinese e il loro gesto era stato già imitato da un ragazzo boemo, Jan Palach, che si era dato fuoco a Praga per protesta contro i armati russi che avevano invaso il suo Paese nel 1968, lo stesso anno in cui il ribellismo studentesco sfidava i corpi speciali a Parigi, Roma, Milano, Berlino Est, Praga, Berkeley, New York e San Francisco cantando “We shall overcome” che Bob Dylan e Joan Baez – tuttora una delle colonne del pacifismo – avevano imposto come inno internazionale della guerra alla guerra, che non è esattamente la pace per la pace.

Anche “Bella ciao” aveva allora un altro sapore. Era un canto di guerra contro un nemico straniero: questa mattina mi sono alzato e ho trovato l’invasor. È una canzone che chiama alle armi dopo l’invasione tedesca seguita alla resa dell’Italia agli Alleati dell’otto settembre del 1943. Il pacifismo di oggi non è esattamente figlio di quello che seguì l guerra finita nel 1945. Gli inglesi avevano – forse a causa del loro enorme impero – sia una tradizione del dovere militare come virtù civica, sia forti organizzazioni sindacali e politiche, specialmente dei minatori e specialmente irlandesi. Ma il canzoniere del “Little English Soldier” di Rudyard Kipling è tassativo e privo di enfasi: se tu ti trovi ferito e sperduto nelle pianure del Afghanistan e vedi che le donne vengono per farti a pezzi coi coltelli, allungati fino al fucile, fatti saltare le cervella e vai dal tuo dio come un soldato”. Ci fu sicuramente un uso da guerra fredda del pacifismo occidentale fortemente promosso dalle sinistre europee collegate con l’Unione Sovietica che incoraggiava fortemente le arti, le canzoni, il cinema e l’atteggiamento pacifista. Ma il pacifismo era reale, prodotto in gran parte dalla bomba atomica, dal terrore atomico, dal fungo e dalle infinite insopportabili scoperture del martirio del popolo di Hiroshima: quel mattino di un giorno normale in cui i bambini in uniforme salivano sugli autobus scolastici salutati dalle loro madri e che si sarebbero trasformati in ombre poco dopo.

I fisici del progetto Alamo da cui furono prodotte le due bombe destinate al Giappone, ebbero molte crisi di coscienza: non tutti, ma Einstein si era dedicato alla bomba per poi opporsi al suo uso. Tutti quegli scienziati attraversarono diverse crisi di coscienza che però si attenuarono col crescere degli esperimenti atomici sovietici, e poi di quelli francesi e inglesi. La vita dei civili di allora, anni Sessanta e Settanta, sopravviveva su un pianeta bersagliato da continue esplosioni nucleari nei deserti, nei mari, nelle caverne scavate fra le montagne, sulle isole del Pacifico. Il simbolo del pacifismo fu disegnato dal grafico inglese Gerald Holtom alla fine degli anni Cinquanta ma esplose nei primi anni Sessanta insieme alla fantastica ed eversiva minigonna di Mary Quant, più o meno coeva della pillola contracettiva, cose che entrambe mutarono radicalmente non soltanto la qualità della vita con la rivoluzione sessuale, ma anche la prospettiva della vita e della felicità, un bene ignorato o dimenticato dopo decenni di terrore, massacri e precarietà.

E fu naturalmente la guerra del Vietnam a cambiare il corso della storia e dei sentimenti, nonché della musica, la percezione delle relazioni umane e l’arrivo delle droghe portate dai soldati americani negli Stati Uniti e di lì in Europa, in Asia e lentamente varcando le cupe frontiere dell’Est nel mondo sovietico. La televisione e la stampa portarono alla ribalta stragi e uccisioni indiscriminate e il filosofo Bertrand Russell insieme ad Albert Einstein avviarono la gigantesca opera pacifista ma anche di forte denuncia di quello che diverrà il Tribunale Russell. In Italia fiorirono moltissime associazioni pacifiste e antiautoritarie come quella di don Milani. Le lunghe lotte iniziate negli Stati Uniti per metter fine alla segregazione razziale negli Stati del Sud portarono alla ribalta figure gigantesche e tragiche come quella di Martin Luther King. Poi, niente grandi guerre ma solo macellerie di cortile come in Iraq e Afghanistan. Fino a questo nuovo conflitto nell’impero sovietico-zarista che ha posto una domanda alla Nanni Moretti: è miglior pacifismo quello che si fa lasciandosi ammazzare o quello in cui si risponde agli schiaffi magari gettando catinelle di acqua bollente dalle finestre come stanno pensando di fare le nonne ucraine?

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.