Non era mai avvenuto, in questi ultimi decenni, che si creasse nel contesto italiano una separazione così eclatante e significativa tra quello che pensa la gente sulla nuova guerra e quel che di questo evento viene quotidianamente riferito dai media pubblici e da quelli più accreditati. Un distacco del genere, un tale scollamento, dovrebbe allarmare, perché non è indizio di una democrazia aperta, che può vivere solo nel confronto tra voci diverse, nella polifonia come metodo. Ma in tutto questo c’è qualcosa di più: non era mai avvenuto che il popolo della sinistra si sentisse così tradito nei propri più alti ideali, ingannato nelle proprie più profonde convinzioni, da coloro che, avendo in questo momento drammatico poteri di governo, hanno avallato, anzi promosso, una politica militaristica.

Prima hanno deciso l’invio di armi, poi hanno votato l’aumento delle spese militari, adesso si accingono a sponsorizzare e realizzare, attraverso le sanzioni, un’economia di guerra. Queste scelte epocali, che hanno già mandato in frantumi il sogno europeo, e spezzato l’aspirazione di un futuro migliore per le nuove generazioni di questo paese, non sono state discusse, com’era indispensabile, fra coloro che si riconoscono nella sinistra democratica. Al contrario, queste scelte sono state calate dall’alto, con toni lapidari, talvolta perfino saccenti o derisori, affidate per lo più a qualche slogan giornalistico.

Non si tratta solo dei toni forti, in qualche caso persino offensivi e oltraggiosi, usati pubblicamente da esponenti del Pd verso chi dissente e interpreta le cose in un’altra prospettiva. Basti ricordare gli attacchi proditori lanciati contro la Cgil e l’Anpi. Ma la questione è più profonda. Tanta veemenza ha motivi solidi e una continuità decennale. Solo che la guerra, con la sua potenza esplosiva, getta luce su quel che non era forse ancora chiaro, toglie ogni velo, smaschera. Quel che è emerso in modo irrevocabile in questo mese di guerra è che il Pd non è un partito di sinistra, perché compie scelte che devono essere rispettate democraticamente, ma che non sono in nulla scelte di sinistra, né considerandone i principi che le hanno dettate, né tanto meno guardando agli effetti che sortiranno. La mistificazione, nel suo senso eminente, è una delle figure più diffuse nello scenario politico contemporaneo. Chi è di sinistra in Italia, nel paese europeo che può vantare la più grande tradizione culturale e politica di sinistra del mondo occidentale, subisce la mistificazione di un partito che nel tempo non ha fatto che ricollocarsi sempre più a destra. I passi marziali compiuti dal Pd in questo mese sono solo gli ultimi di un lungo cammino. E il problema è ormai che questo partito si rivela alla fin fine solo un tappo mistificatorio che impedisce alla sinistra di coordinarsi, di avere voce, di incidere nella vita politica.

Quale sinistra? Nella dirigenza del Pd, tra coloro che, giornalisti, opinionisti, in quell’area si riconoscono, si ritiene che la sinistra in fondo non esista più, che sia un resto del passato. Perciò sono volate le etichette di “sovietico”, “massimalista”, “putinista”, ecc. in direzione di chi la pensa diversamente. Si tratta della loro proiezione che non ha riscontro nella realtà e la dice lunga su quanto loro siano lontani dai bisogni e dalle aspirazioni del popolo della sinistra. Ma il punto è che questa frattura si è prodotta già dagli anni Settanta, non per caso tabuizzati nel dibattito pubblico, ed è andata aumentando sempre più, per arrivare oggi alla massima distanza. C’è una sinistra culturale e politica che, mentre ha tentato di riflettere sulla democrazia, sulla cittadinanza, sulla comunità, sulla rivoluzione femminista, al di fuori degli schemi neoliberali, ha al contempo esaminato i temi delle discriminazioni di ogni genere, il mondo dei campi a cui sono consegnati i non-cittadini, le disuguaglianze sempre più accentuate, le ripercussioni della tecnica, il collasso ecologico. E lo ha fatto con altri autori, altri punti di riferimento, che non sono quelli neoliberali del Pd. Se c’è qualcosa di vecchio e stantio è in questo partito, chiuso e irrigidito, incapace di dialogare con il popolo alla sua sinistra, che in nessun modo è populista.

Dopo la scelta anti-politica e anti-europea delle armi, dopo l’accesa propaganda bellicistica, sarà molto difficile colmare questo scarto, che è diventato un vero e proprio abisso. Non sappiamo che cosa succederà in uno scenario di ora in ora sempre più drammatico, in cui ci stanno trascinando verso una terza guerra mondiale contro la Russia. Non è difficile prevedere che il Pd perderà voti e consensi, come ammette il segretario Letta, senza tuttavia acquisire né dignità, che non ha a che fare con armi e violenza, né tanto meno credibilità, che nasce sempre dal confronto aperto con i propri elettori e la propria base. L’effetto di cui Letta non parla è la consegna del paese alle destre più autoritarie, che si candidano già al governo, dunque la rovina della democrazia italiana. Altro che difesa belligerante delle democrazie occidentali contro le cosiddette autocrazie! Questo è l’effetto paradossale.

Bisogna dire che in Italia, dopo il primo inevitabile trauma, c’è una mobilitazione pacifista come in nessun altro paese europeo. Manca purtroppo un coordinamento, manca il legame di un’organizzazione politica. Il popolo della sinistra dovrà farsene carico. Nel frattempo questo non impedirà di andare avanti nelle innumerevoli iniziative che ormai ovunque si moltiplicano per chiedere di fermare immediatamente questa guerra, per proteggere la nostra democrazia, per non abdicare al nostro futuro.