La diciottesima legislatura resterà nella storia della nostra Repubblica come una di quelle caratterizzate dal maggior numero di turbolenze del sistema politico.
Dopo la breve esperienza del Governo M5S – Lega, il secondo esecutivo presieduto da Conte ha proposto una alleanza alternativa fra due delle tre forze che dividevano il Parlamento dopo le elezioni del 2018. Ma anche questa esperienza è stata breve, confermando l’instabilità endemica degli esecutivi italiani (nonostante le diverse leggi elettorali che il paese ha sperimentato e che, nelle intenzioni dei loro ideatori, avrebbero dovuto, almeno in parte, farvi fronte, ma che l’esito elettorale emerso dalle politiche del 2018 ha totalmente sconvolto).

Matteo Renzi, che aveva inizialmente promosso l’alleanza fra il PD e i 5S, ha posto termine a quella coalizione, che era per lui provvisoria e niente affatto organica. E da quella scelta è nato il governo Draghi, grazie alla iniziativa del Presidente della Repubblica e alla volontà della maggioranza parlamentare – perché non esistono in Italia governi che non siano espressione della fiducia esplicita del parlamento – che può ritirarla quando vuole. Questo governo “senza colore politico” ha affrontato e sta gestendo tre cumulative emergenze: la pandemia del Covid-19, la gestione dei fondi europei del PNRR e ora l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. La legislatura giungerà al suo termine naturale nella primavera del 2023 e negli ultimi anni, a partire in particolare dal secondo governo Conte, si è anche ragionato sull’ipotesi di un futuro riassestamento del sistema politico nella direzione di una competizione binaria e non più tripolare, strutturata intorno ad una coalizione fra una alleanza di centro destra e una di centro sinistra, come nel periodo definito dal giornalismo “seconda repubblica”.

Questa ipotesi è tenuta insieme solo fino ad un certo punto da una legge elettorale, come quella in vigore, che, nonostante il relativamente contenuto numero (37%) di seggi uninominali, incita i partiti a coalizzarsi prima delle elezioni. Tuttavia, le divisioni interne ai due potenziali cartelli elettorali – ché tali sono le coalizioni di cui si parla – rimangono abbastanza forti e devono farci riflettere su due futuri scenari possibili, entrambi perigliosi. Il primo è l’instabilità dei governi, che tutti vogliono evitare, ma che non si è ancora trovato modo di ridurre, perché unirsi per vincere non è sinonimo di essere in grado di restare insieme per governare. Soprattutto però la fragilità di queste coalizioni posticce – è il secondo possibile scenario, visto che la stabilità degli esecutivi in un sistema di partiti frammentato come il nostro dipende dalla corrispondente tenuta delle coalizioni – è legata al fatto che i membri del cartello sono sempre più divisi e in competizione fra di loro e non solo contro la coalizione con cui sarebbero in competizione.

Oggi, nel centro destra FdI è alla opposizione, mentre gli altri due soci dello schieramento sostengono l’esecutivo, anche se la Lega si esercita nel difficile sport (già praticato a suo tempo da Rifondazione comunista) di fare l’opposizione stando dentro il governo. Nell’ ipotizzato centro sinistra lo stare nel governo facendo l’opposizione divide il M5S, dove esistono spaccature evidenti fra le posizioni più vicine a Draghi e al PD e posizioni che anche esplicitamente rifiutano l’alleanza con il PD in vista delle politiche, sconfessando in tal modo il progetto che cerca di costruire Enrico Letta di un “campo largo”, senza il quale il centro sinistra di cui si parla non ha alcune chance di vincere le elezioni. Queste divisioni dentro i due campi si sono accresciute con l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Oltre al vecchio cleavage destra sinistra, esiste ormai oggi una nuova frattura, costituita dell’opposizione fra coloro che difendono la nostra alleanza con gli Stati Uniti, come il PD di Letta e Giorgia Meloni, e coloro che invece considerano, a destra come a sinistra, gli USA e la NATO come in qualche misura responsabili della invasione e della guerra all’Ucraina.

Nessun leader politico di rilievo si mette esplicitamente e acriticamente dalla parte di Putin, ma le misure necessarie alla indipendenza dal gas russo e quelle in aiuto agli Ucraini dividono apparentemente in modo trasversale le due ali della potenziale competizione bipolare. Questa divisione trova anche il suo fondamento nel mercato elettorale e negli orientamenti espressi sin qui dagli italiani. Che mostrano un interessante (almeno per alcune forze politiche) terreno di voti pro Putin (che a suo tempo erano no vax o no green pass) da conquistare. È vero infatti che l’atteggiamento nettamente prevalente degli italiani nei confronti della guerra in Ucraina è una condanna di Putin e dell’invasione russa. Vi è tuttavia una quota, piccola ma significativa (e, quel che più conta, interessante dal punto di vista elettorale e della conquista dei voti) di popolazione che giustifica lo zar Russo. Secondo il sondaggio più recente, effettuato da SWG, si tratta del 12%.

Una dimensione meno numerosa di quanto si possa pensare seguendo e valutando la numerosità degli ospiti pro Putin in certi talk show (beninteso, non in tutti, ce ne sono di molto diversi), ma comunque una porzione importante e non trascurabile della popolazione. Questo dato conferma quanto già emerso da altre ricerche precedenti che stimavano questa posizione attorno al 20%: anzi esso potrebbe indicare che il consenso alle posizioni russe, col passare del tempo si è in qualche misura assottigliato: qualcuno di fronte alla dimensione dell’aggressione russa, ha cambiato idea. Ciò non significa naturalmente che l’orientamento del 88% restante sia unanime. Ci sono varie sfumature del dissenso nei confronti dei russi, con molti distinguo. Tra l’altro, ai sostenitori più netti di Putin, può essere aggiunto quel 11% che, pur non giustificando l’attacco, lo condanna solo parzialmente (“Anche Putin ha le sue ragioni”). A conferma dell’esistenza e dell’ampiezza di questa area di opinione, che potremmo chiamare filorussa, la stessa SWG riporta che circa il 19% degli intervistati ritiene Putin “uno statista che sta agendo nell’interesse del suo paese” o “un fine stratega”.

Nelle analisi condotte in precedenza da Eumetra si rilevava una accentuazione relativa di queste posizioni tra l’elettorato di Fratelli d’Italia, oltre che del M5S. Un dato che emerge anche dalle indagini su coloro (35%) che ritengono errata la decisione del nostro Governo di inviare armi a sostegno dell’Ucraina. In qualche misura questo risultato è sorprendente poiché proprio Giorgia Meloni, leader di quel partito fa parte di quegli esponenti politici che hanno espresso una posizione atlantista in maniera più chiara e decisa. E anche oggi SWG conferma una maggiore presenza del sostegno a Putin tra l’elettorato di centrodestra. Ma la forte accentuazione nel nord-est (22%) di chi giustifica l’attacco fa pensare anche a una consistente presenza di elettori leghisti su queste posizioni. Come si è già sottolineato, tra chi si esprime pro Putin, c’è una forte numerosità di no vax, di no green pass e, in genere, di chi non ha fiducia nelle istituzioni. Un pezzo significativo di elettorato populista e comunque inquieto. Che, per diverse forze politiche, può essere interessante da conquistare.

Di fatto, oggi, l’elettorato che sembra più decisamente schierato a favore dell‘Ucraina (anche per esempio con l’accettazione più netta della decisione governativa di inviare armi a sostegno di quel paese) è quello del PD, che in questo modo si distingue nettamente dal suo alleato M5S. È impossibile sapere come evolverà la situazione internazionale e quindi prevedere in modo chiaro l’impatto dei suoi sviluppi sulla complessa e ormai confusa politica italiana. Ma la competizione all’interno dei due schieramenti non augura bene per la loro coesione ed agibilità, senza parlare della stabilità di eventuali futuri governi. Il M5S potrebbe, oggi o in occasione delle prossime elezioni, sgretolarsi, indebolendo in tal modo il cartello di centro sinistra in cui diversi grillini si sentono a disagio. Il malessere è evidente anche nella Lega e il silenzio imbarazzato dei vecchi amici di Putin fa pensare che FdI sarà decisamente il primo partito della eventuale coalizione di centro destra.

Possono FI e Salvini accettare in caso di vittoria del cartello l’ascesa di Meloni, ormai “sdoganata” grazie a sue recenti (ma assai più nette di altri leader politici) prese di posizioni filoamericane alla leadership del centro destra? Boato di ritorno al proporzionale o comunque di un sistema elettorale in cui ciascuno va dinanzi al corpo elettorale per i fatti suoi si sentono ormai di frequente nei corridoi di Montecitorio. In questo caso, della formazione del governo si parlerebbe semmai dopo le elezioni. Se ci sarà una maggioranza, bisogna aggiungere. Ma molta acqua deve ancora scorrere sotto i ponti della politica internazionale e italiana prima che si veda emergere qualche luce.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino