Parliamo di uno 0,7 per cento, un settantina su novecento parlamentari. Una percentuale minima che rischia però di “rovinare” l’appuntamento di stamani in videocollegamento con il presidente Ucraino Volodymyr Zelensky con le camere convocate a Montecitorio in seduta comune. Tra quei settanta ci sono parlamentari che sarebbe troppo facile definire pro-Putin. Tra gli scettici, i dubbiosi, i contrari, quelli che hanno detto “se ospitiamo Zelensky allora dobbiamo sentire anche Putin” troviamo mille sfumature di cinismo, miopia, opportunismo politico e quella specie di idealismo che può essere persino dannoso. Ci sono i “né-né” altrimenti detti gli “equidistanti”, come se si potesse esserlo davanti alle notizie di devastazione e aggressione che ogni giorno arrivano su radio, tv, giornali e social. Ci sono i pacifisti, che – attenzione – sono ben altra cosa da chi lavora per trovare la pace. Troviamo i complottisti, quelli per cui “il Covid è un’invenzione” e altrettanto lo è guerra. C’è il partito della resa, forse il più diffuso, di quelli che “io sto con Zelensky ma ora potrebbe anche arrendersi”.

Per far capire di cosa si sta parlando, riportiamo la spiegazione di Mattia Crucioli, ex 5 Stelle transitato nel gruppo “Alternativa c’è”: “È inammissibile che Draghi e Zelensky utilizzino il Parlamento italiano per la loro propaganda senza che i parlamentari possano intervenire in alcun modo. Non possiamo offrirci come mera quinta scenografica del monologo di uno dei protagonisti della più delicata e controversa crisi internazionale dalla fine della seconda guerra mondiale. Per questi motivi martedì non ci sarò”. Da quando è stato ufficiale l’appuntamento con Zelensky, c’è chi ha messo sul tavolo del presidente della Camera Roberto Fico ipotesi desolanti ma possibili: “Cosa succede se mentre parla Zelensky qualcuno si mette a fischiare?”. Brividi lungo la schiena. I capigruppo sono stati tutti invitati a contattare personalmente i parlamentari contrari, comunque critici – quella settantina insomma – chiedendo di evitare sceneggiate in diretta mondiale. Che, infatti, non ci dovrebbero essere. Il compromesso, poiché tutti i 900 non potrebbero trovare posto a Montecitorio, è di chiudere un occhio sulle assenze.

Detto questo, le assenze coincideranno con l’area grillina e leghista. E questo crea subito effetti collaterali di tipo politico nella coalizioni destra e a sinistra Stamani saranno assenti i parlamentari della Lega Simone Pillon e Vito Comencini e la deputata pentastellata Enrica Segneri. Il gruppo di “Alternativa c’è” ha comunicato che sarà assente in blocco. “L’intervento in tandem in videoconferenza del presidente dell’Ucraina e del presidente del Consiglio, Mario Draghi è una forzatura che non cambia di una virgola lo stato delle cose”. La definiscono “un’operazione di marketing che non servirà a far cessare le ostilità e non avrà alcuna utilità per la parte offesa”. Quelli di Alternativa attaccano anche il loro ex compagno di squadra Roberto Fico che “dovrebbe mantenere un ruolo super partes, ossequioso delle istituzioni che rappresenta, non certo organizzare eventi mediatici che avviliscono ancora una volta il Parlamento, relegandolo a mero spettatore di un comizio tra il presidente Zelensky e Draghi”. La seduta sarà aperta dagli interventi del presidente Fico e della presidente Casellati. Zelensky è atteso che parli per una quindicina di minuti. Poi sarà il presidente Draghi a tirare la fila e a ribadire la posizione chiara e univoca dell’Italia: al fianco dell’Ucraina senza se e senza ma, che vuol dire armare la resistenza ucraina e dare assistenza ai profughi; stare con l’Europa e con la Nato. Draghi lo ha ripetuto anche ieri a Palmanova, in provincia di Udine, in visita all’hub della protezione civile in cui vengono stoccati i mezzi e i materiali in partenza per l’Ucraina. E poi nel pomeriggio in una videocall con il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il presidente francese, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il primo ministro britannico, Boris Johnson in vista del doppio appuntamento a Bruxelles nei prossimi giorni.

Lega e 5 Stelle, ex e attuali, avranno oggi tutti gli occhi puntati addosso. Il malessere contagia anche Forza Italia: due deputati ex grillini (Dall’Osso e Giannone) hanno detto non intendono partecipare all’evento di domani. Il partito di Putin in questo Parlamento è molto più esteso di quello che si possa immaginare. Del resto era il 2019 quando il capo della Lega Matteo Salvini e l’attuale sottosegretario agli Esteri, fedelissimo di Di Maio, Manlio Di Stefano volavano a Mosca ospiti d’onore nel congresso del partito di Putin. Giuseppe Conte era premier quando fece l’accordo con la Russia durante l’emergenza Covid. “Un gruppo di parlamentari, tra Lega e M5S, ha annunciato in pompa magna che non parteciperà al video collegamento di Zelesnky domani alla Camera – ha detto Andrea Marcucci, senatore dem -. La stessa cosa farà mercoledì in Francia Marine Le Pen. Ogni commento sulla matrice politica di tali assenze sarebbe superfluo”. Il segretario dem Enrico Letta da oggi ha un problema in più nel definire il campo largo dell’alleanza di centrosinistra. Cosa che Matteo Renzi e Carlo Calenda gli fanno notare da un pezzo.

Per evitare ulteriori imbarazzi ieri lo stato maggiore della Lega ha sgomberato il campo da dubbi: il pacifista Salvini sarà in aula e il capogruppo Molinari ha ribadito da che parte sta la Lega: con la Nato e con l’Europa. Con buona pace di Pillon e Comencini, il deputato pronto ad andare nel Donbass “per portare la sua solidarietà agli ucraini separatisti”. La cerimonia dovrebbe durare un’ora circa. Il video di Zelensky, trasmesso in Aula su due megaschermi e con traduzione simultanea, potrà essere rilanciato in diretta da radio e Tv. Analizzando i suoi precedenti interventi nei vari parlamenti, il presidente ucraino potrebbe fare un richiamo alla Resistenza italiana e al nazifascismo. In altri interventi ha tracciato infatti parallelismi fra il conflitto attuale e alcuni tratti dalla storia del Paese ospite. Domenica, ad esempio, Zelensky ha parlato alla Knesset in Israele e ha offeso la sensibilità dei parlamentari israeliani quando ha paragonato l’occupazione russa all’Olocausto. Paragone sbagliato.

Il fatto è che probabilmente Mosca non si aspettava da parte dell’Italia una presa di posizione così netta, immediata e determinata. E probabilmente conta ancora su qualche appoggio in questo Parlamento. L’alto funzionario del ministero degli Esteri russo che minaccia “conseguenze irreversibili” se anche Roma sceglierà di inasprire le sanzioni e bolla come “il numero 1 dei falchi” il ministro Guerini, sono sintomi del fatto che Mosca coltiva l’idea che possa essere proprio l’Italia il punto debole del fronte Nato ed Europeo. Non è un caso se le immagini delle manifestazioni a Pisa conto i “voli Nato” siano stati riprese dalle telecamere della tv di Stato russa. Bene ha fatto il Presidente del Consiglio Draghi a bollare subito come “inaccettabili” le parole del ministro degli Esteri russo.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.