Il richiamo della foresta talvolta è troppo forte. Nel M5S l’ordine di scuderia è di abbandonare Putin, è vero. Ma le abitudini, si sa, hanno spesso la meglio. Così alla prima prova, al voto al Senato sull’invio di armi agli ucraini che stanno resistendo all’occupante russo, ecco che i ‘se’ e i ‘ma’ in casa grillina vengono a galla. E il caso del giorno è rappresentato da Vito Petrocelli, presidente della Commissione esteri del Senato. Lui proprio non ce la può fare, a dare le spalle a Vladimir Putin. E così votato contro la proposta di risoluzione della maggioranza alla quale anche il suo partito, il Movimento 5 Stelle, appartiene.

Il senatore Pd Andrea Marcucci lo stigmatizza: «È una presa di posizione gravissima». E il vicepresidente del gruppo di Forza Italia al Senato, Massimo Mallegni, non è da meno: «Petrocelli non è un senatore qualunque, è alla guida di una commissione che in questa particolare circostanza storica assume un valore anche simbolico molto importante. Delle due, l’una. O il ministro degli Esteri, Di Maio, anch’egli esponente dei 5Stelle, condivide le posizioni di Petrocelli e quindi si pone fuori dal Governo. Oppure non le condivide come crediamo. In questo caso deve pretendere le dimissioni di Petrocelli che ha dimostrato di non poter ricoprire un incarico così importante, votando contro la maggioranza di cui fa parte». Anni e anni di lealtà allo Zar di Russia non consentono a tutti facili giravolte.

Non ce la può fare nemmeno Gianluca Ferrara, esponente del Movimento a Palazzo Madama. «L’Europa unita, nata sulle macerie della seconda guerra mondiale, si deve mobilitare ancor di più per raggiungere un immediato cessate il fuoco. L’uso delle armi come deterrente e resistenza da parte occidentale, ha senso se bilanciato da una dichiarazione di conclusione storica dell’espansionismo della Nato verso Est». Se oggi c’è la guerra è perché Putin ha perso la ragione, sostiene l’Europa. Ma Ferrara non è d’accordo: «Se oggi c’è la guerra è perché la politica ha fallito. Quando le pallottole prendono il posto delle parole è perché c’è stato un cortocircuito comunicativo. Questo è un momento decisivo per la storia europea, è un’occasione per dimostrare la forza, la civiltà, l’unità e la capacità di parlare con un’unica voce e con un’unica strategia. Questa voce però, a mio avviso, deve essere quella della pace. L’istinto spinge a reagire subito con aggressività, ma la ragione ora suggerisce prudenza e saggezza, come la Costituente ha previsto con il citato articolo 11».

Su La Notizia, quotidiano molto apprezzato nell’area pentastellata, la scelta di campo non si discosta dalle origini. “Guerra nata sul nulla. Ma il paese guidato da Zelensky non è nelle condizioni di entrare nella Ue e nella Nato”. E il fondatore, il garante? Da Genova, la guerra sembra lontana. Beppe Grillo tace. Ma sul Blog delle Stelle rimane, granitico, il post di Manlio Di Stefano datato 2016: «Fuori l’Italia dalla Nato», diceva. Una presa di posizione che varrà il premio di un biglietto per due, nel 2017, quando Di Stefano e Di Battista volano a Mosca su invito di Putin. Nel marzo 2017 fu invitato dal Cremlino per partecipare al congresso di Russia unita, il partito di Putin. Congresso che si concluse con le immancabili foto di rito con i bracci destri putiniani: Robert Shlegel e Sergey Zheleznyak. «Evidentemente in Russia hanno già capito che siamo prossimi al governo — sottolineò con soddisfazione — se ci danno tutto questo peso e hanno apprezzato un lavoro onesto e sincero in questi due anni contro le sanzioni imposte dalla Ue». Fuori dal Movimento c’è l’ex Gianluigi Paragone che può proseguire serenamente a dirsi putiniano: ha votato contro la risoluzione del Parlamento. Un “fermo sostegno” all’attacco russo contro l’Ucraina è stato espresso oggi dal presidente venezuelano Nicolas Maduro.

 

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.