Cosa resterà delle nostre destre negli anni delle guerre di Putin? Un amico, che afferma di conoscere le meccaniche di quel contesto politico, giorni addietro, ragionando di umane miserie, così al telefono, ha pronunciato una sentenza inappellabile a suo modo: “Vedrai, manca davvero poco all’esplosione del centro destra, non dimenticare che sono stati tutti filo-Putin”. Certo, non avverrà subito, occorrerà ancora attendere prima d’assistere a una loro l’Armageddon interna. E poco importa se si manifesterà in forma di esplosione o magari di progressiva implosione, ha poi concluso. Volendo fare un esempio prosaico, riferibile al sismografo dei social con i suoi “meme” crudelmente immediati, l’immagine di Salvini al confine polacco accolto con un amministratore locale, addirittura sovranista e altrettanto di estrema destra, tuttavia pronto a mostrargli la sua t-shirt già stampigliata e consacrata al volto di Putin, basterebbe a mostrare qualcosa di tombale, l’annuncio, se non del possibile precipizio pronto a trascinare con sé il gruppo dirigente della Lega e dei suoi consimili, dell’esistenza di un nodo politico e perfino etico da sciogliere.

L’episodio, va da sé, avrebbe dovuto suscitare d’istinto indignazione, se non disagio, presso la sua base elettorale, il suo pubblico di riferimento. Qualcosa che, salvo ci sia sfuggito, non sembra invece essere avvenuto, anzi. Infatti, da parte di quel “popolo” abbiamo colto soprattutto silenzi, probabilmente da leggere come difesa d’ufficio territoriale del “Capitano”, fedeltà. Cancellato così anche ogni ricordo della comunicazione de “La Bestia”, dove sempre Salvini si mostrava come doppio putiniano presso il Belpaese, quasi il concessionario del modello russo, così sotto gli occhi del responsabile della propaganda, tal Luca Morisi. D’altronde, se è vero che in politica memoria non c’è, appare altrettanto dimenticata quell’altra immagine che mostra Berlusconi accanto a Putin mimare il gesto di una pistola rivolto a una giornalista che aveva appena rivolto una domanda ritenuta “insolente” al presidente russo.

Intendiamoci, la consapevolezza dei gesti trascorsi è assente ovunque, anche a sinistra, altrimenti non avremmo sotto gli occhi un segmento di mondo “antagonista” a suo modo implicitamente o addirittura esplicitamente dalla parte dell’aggressione russa, comunque pronto a comprenderne le ragioni, chiamando in causa ora la Nato ora gli Usa e la volontà dell’Occidente nell’avere “mortificato” la Russia dopo la caduta dell’Urss. Restando però nel silenzio delle destre, matassa umana reticente, incapace di un gesto di dissociazione, resta forse da immaginare, almeno tra i suoi gruppi dirigenti, ora in casa Meloni ora nel bunker di Salvini, dei negoziati segreti, o magari un congresso non meno sotterraneo per uscire dall’impasse, soprattutto di fronte del mutato quadro geopolitico globale. Non è comunque da escludere che il “Palazzo” delle destre possa trovare una via di fuga tra cinismo e realpolitik di sempre. Ritenendo d’altronde masochistico mettere in discussione le proprie rendite di posizione e il proprio stesso portafoglio. Si è detto già che perfino il mondo intorno ha la memoria corta?

Accantonati adesso per evidente improponibilità gli osanna a Putin e alla sua Russia come “migliore dei governi possibili” la stessa destra fa già ritorno agli argomenti che le sono propri da sempre: “tasse”, “prima gli italiani” e i migranti indicati come soggetti criminogeni. Un pensiero comunque prossimo a un segmento di popolazione, nutrita da una subcultura già prossima al fascismo come bene rifugio nazionale, strumento di semplificazione di ogni pensiero complesso. Spiace, inquieta, di più, appare paradossale che nella situazione data le voci proprie di una destra civile, cosciente, compiutamente europeista non ricevano l’attenzione che meriterebbero, che meritano.
Sarà pure ancora una navicella nel mare dei consensi (uso quest’immagine iconicamente filatelica riferita proprio all’Europa, e non quella della “Caravella”, che rimanda invece al neo-fascismo) la Buona Destra, movimento antisovranista, estraneo alla retorica populista messo al mondo delle idee da Filippo Rossi, e tuttavia risponde all’impresentabilità politica e ancor prima etica di quegli altri.

Filippo Rossi, già protagonista dell’esperienza di FareFuturo, fondatore del festival “Caffeina” a Viterbo, nel proprio manifesto di intenti auspica di “aggregare una nuova classe dirigente che rinneghi ogni sciatto populismo e ogni sovranismo estremista, costruire un grande movimento di destra repubblicano, europeista”. E si devono proprio a Rossi, in questi giorni di guerra, parole di chiarezza e onestà intellettuale e politica a fronte della matassa silenziosa della Lega e del partito della Meloni. Altrettanto singolare che le sue opinioni pubbliche non trovino spazio nel parterre dei talk, pronti invece ad accogliere, accanto agli immancabili agit-prop della paccottiglia e delle menzogne novax, pervenuti adesso al sostegno alla Russia del criminale Putin, ora l’ambiguità notarile di Pietrangelo Buttafuoco con il suo sapore di Casa del Fascio di provincia, ora la persistente protervia di Maria Giovanna Maglie, che interpellata sulla tragica e insieme risibile trasferta di Salvini in Polonia, organizzata dall’amica Francesca Immacolata Chaouqui, sostiene si sia trattato di “una vera e proprio imboscata. Quanto ai danni all’immagine, io ho un’idea un po’ diversa di cosa sono i danni seri. L’effetto di quella imboscata è già finito, se conosco Salvini, gli è dispiaciuta tanta bassezza, ma ha un progetto in testa e se ne infischia” (sic).

La Maglie fa affidamento sull’assenza di memoria come dato ontologico nazionale. E nello stesso tempo conferma la sua stima verso il “Capitano”, anche in presenza dell’evidente caduta inarrestabile di quest’ultimo. Possibile che perfino ignorando l’onestà intellettuale di Filippo Rossi, non sembri retorico, ma è un’evidenza plastica, si preferisca nei media dare voce a caricature, facce di bronzo, volti e posture degne di un progetto di sopravvivenza politica ipocritamente interessato? Anche tutto questo, va detto, rientra nel più ampio ragionamento sulla pozzo nero silenzioso delle destre italiane davanti al massacro in atto in Ucraina. Cosa resterà delle destre negli anni delle guerre di Putin, oltre alla convinzione della Maglie che Salvini abbia subito “un’imboscata”?

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate