Una restituzione di dignità al Parlamento, prima ancora che ai singoli rappresentanti politici nelle istituzioni. Questo potrebbe essere il risultato, se oggi la Camera dei deputati votasse a favore dell’emendamento presentato dal radicale di Più Europa Riccardo Magi, da Enrico Costa di Azione, e soprattutto da due esponenti di quel Pd cui in tema di giustizia non resta più nemmeno la dignità, Enza Bruno Bossio e Fausto Raciti. Un voto che dovrà modificare una delle due “Leggi vergogna” contro la politica e contro la democrazia votate negli ultimi dieci anni: la legge Severino del 2012 (governo Monti) e la legge “spazzacorrotti” nel 2019 (primo governo Conte). È questa la norma presa di mira dai quattro deputati con la proposta di modifica dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario nei punti in cui equipara i reati contro la pubblica amministrazione a quelli di terrorismo e criminalità organizzata. E di conseguenza condiziona i benefici penitenziari e la libertà condizionale al “pentimento”, cioè confessione e delazione da parte del condannato.

Sarebbe una vera occasione, se oggi si attuasse una piccola rivoluzione copernicana. Un mezzo miracolo. Anche perché questo Parlamento la dignità l’ha persa da tempo. Non l’ha avuta nei primi anni novanta quando ha messo spontaneamente la testa sotto la mannaia dei pubblici ministeri aprendo la strada alla repubblica giudiziaria, che ha governato almeno fin quando non è comparso all’orizzonte il soldato Luca Palamara e il suo libro scritto con Sandro Sallusti. Ha addirittura fatto harakiri quando ha abolito l’immunità parlamentare, il contrappeso voluto dai padri costituenti a bilanciamento dell’indipendenza della magistratura. Ha toccato il fondo nel 2012 quando ha delegato il famoso governo Monti (quello costruito in vitro per far fuori l’ultimo legittimato da una vera maggioranza elettorale, quello presieduto da Silvio Berlusconi) e la sua guardasigilli Paola Severino a emanare una norma, che porta il nome della ministra, che ha tagliato le gambe non solo agli eletti, ma anche agli elettori. Una normativa che stabilisce la priorità delle decisioni dei giudici (anche quelle non definitive) rispetto a quelle dei cittadini nelle urne.

Ma la verità è che, se credevamo che con quella legge del 2012, che è figlia diretta della sub-cultura moralistica che sovrappone il peccato al reato, lo Stato di diritto avesse chiuso i battenti, ancora non sapevamo che sarebbero arrivati in Parlamento e al Governo i grillini con l’onestà-onestà a suon di marcia a occupare Palazzo Chigi e i due palazzi del potere legislativo, Madama e Montecitorio. Ognuno ha i punti di riferimento che si merita, e al Parlamento del 2018, che è lo stesso di oggi, in cui il Movimento cinque stelle è il primo partito per peso numerico (pur con le tante defezioni), capitò anche come ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Fedele esecutore non più e non soltanto della sub-cultura moralistica, ma soprattutto di quella vendicativa, tipica della frustrazione e dell’invidia. Nei confronti di chi ha avuto successo nella vita, fosse grande imprenditore, intellettuale o politico. Chiunque avesse una cultura appena più alfabetizzata della capacità di pronunciare un “vaffa”, fu visto con sospetto. E in particolare il mondo politico e istituzionale è stato preso di mira con violenza e considerato furfante e ladro.

È in questo clima, alimentato –lo diciamo senza soddisfazione- anche da tanti magistrati (o ex) che trovano ospitalità compiacente non solo sul proprio house organ, il Fatto quotidiano, ma anche in quelli che Travaglio chiama giornaloni, che nasce la “legge spazzacorrotti”, sorella minore ma non meno maligna della “legge Severino”. La primogenita prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per parlamentari, rappresentanti del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali in caso di condanna. Ha valore retroattivo e comporta sia l’impossibilità alla candidatura, ma anche la decadenza in caso di condanna a una pena superiore a due anni per reati gravi, tra cui quelli contro la pubblica amministrazione. Con l’aggravante che, mentre per i parlamentari la norma si applica solo in caso di condanna definitiva, per gli amministratori locali è sufficiente una sentenza di primo grado. Una disparità che ha indotto di recente il Pd, in genere sordo ai richiami sulla giustizia, a presentare una proposta di riforma che equipari le diverse situazioni, pur senza mettere in discussione il principio. Del resto, almeno tre sentenze della Corte Costituzionale hanno confermato l’aderenza alla legge delle leggi. Anche se molti giuristi si erano espressi in modo opposto, soprattutto nei giorni in cui, sulla base dell’applicazione della legge, ci fu la clamorosa decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi, dopo la condanna di cassazione, nell’agosto 2013, per frode fiscale. Piccole proposte di riforma sono state depositate in questi giorni, magari anche per evitare il referendum numero sei che, tra quelli presentati da radicali e Lega, vuol proprio cancellare quella norma Severino e l’automatismo della sua applicazione.

Se la prima delle due “leggi vergogna” interveniva a colpire la politica in relazione all’attività parlamentare o amministrativa, la seconda ha a che fare con le modalità di esecuzione della pena di chiunque sia stato condannato per reati contro la pubblica amministrazione. “Spazzare via”, vuol dire togliere di torno, buttare via. Che cosa? L’immondizia. Immondizia da spazzare sono i condannati per corruzione o concussione o peculato o altri reati previsti dal titolo secondo del codice penale. I principi di questa norma sono due. Il primo è che si tratti di persone indegne e da buttare, appunto, il secondo è che nell’esecuzione della pena debbano essere trattati come i terroristi, i boss mafiosi, piuttosto che i trafficanti di organi o gli schiavisti. Di qui la modifica dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, quello che vincola, per i condannati per reati gravissimi di terrorismo o mafia, la concessione dei benefici previsti dall’ordinamento penitenziario come i permessi premio, il lavoro esterno e la detenzione domiciliare, al “pentimento”. Se non collabori, muori in carcere. Sono i famosi reati “ostativi”, il cui principio è già stato messo in discussione dalla Corte Costituzionale anche per quel che riguarda gli ergastolani. Ed è proprio quello di cui sta discutendo il Parlamento, che ha ancora poco più di un mese di tempo per dare applicazione all’incostituzionalità già adombrata dall’Alta Corte. Come si inquadra, in questa discussione, l’emendamento promosso da Magi, Bruno Bossio, Raciti e Costa?

È un cuneo che cerca di demolire dall’interno una legge nata sulla spinta della propaganda grillina, un mattoncino che va a colpire al cuore la Spazzacorrotti, spazzando via la confusione tra i reati contro la pubblica amministrazione e quelli più gravi previsti dal codice penale. In fondo che differenza c’è tra chi si sia reso responsabile di un fatto di corruzione e un boss mafioso con trenta omicidi? È questo che pensa veramente il Parlamento? E quando poi arriva la condanna e ci sia la possibilità di riparazione al di fuori del carcere, perché questa deve essere negata, soprattutto a condannati che non hanno commesso reati contro la persona? Ci sono stati casi clamorosi, come quello di Roberto Formigoni, che ha dovuto subire la carcerazione addirittura per l’applicazione retroattiva della legge, prima che intervenisse la Corte Costituzionale, con una sentenza storica che ha demolito la giurisprudenza della cassazione applicando il principio di “prevedibilità” sancito dall’articolo 7 della Cedu, per cui ciascuno deve sapere prima non solo quali comportamenti siano considerati reato, ma anche quale pena è prevista. Ma è proprio la sostanza della legge, a dover essere abrogata.

E andrebbe ricordata la pregiudiziale di incostituzionalità che era stata presentata dall’intero gruppo di Forza Italia alla “spazzacorrotti”, proprio perché la norma rompeva quell’equilibrio che teneva distinti il binario mafioso-terroristico di quei reati che destano maggiore allarme sociale e problemi di sicurezza da tutti gli altri, compresi quelli contro la pubblica amministrazione. L’emendamento all’articolo 4-bis che sarà votato oggi va a proprio in quella direzione, e speriamo che Forza Italia e il Pd che aveva votato contro quella legge, se ne ricordino. E consentano al Parlamento un’altra rivoluzione copernicana dopo quella dell’Alta Corte che ha cancellato la retroattività della norma.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.