Loro sparano parole come pallottole, lei porta a casa i risultati. Le riforme della ministra Marta Cartabia non piacciono a qualche procuratore né a una certa magistratura, quella associata e quella che siede nel Csm, ma stanno cominciando a produrre una giurisprudenza che profuma molto di Stato di diritto. Come quella sentenza di cassazione che riconosce il diritto al silenzio per la riparazione dopo l’ingiusta detenzione. Il percorso delle riforme della giustizia, quelle richieste dall’Europa anche per l’erogazione dei fondi previsti dal Pnrr, è come uno slalom tra paletti irti di spine o ardenti di fuoco cui è facile scottarsi. Se poi ci si mette quel procuratore Nicola di Calabria, il più antimafia di tutti, a recriminare contro “questo governo” che non si unisce sufficientemente a Lui nella lotta alle cosche (e lui spera nel prossimo, anche se manca più di un anno alle elezioni), la ministra guardasigilli pare proprio un san Sebastiano con mille frecce addosso.

Il procuratore Gratteri è uno di quelli sempre con l’arco teso a mirare la ministra. L’ultima: “Si stanno facendo provvedimenti pensati e diretti dalla ministra Cartabia, che saranno devastanti per i prossimi decenni”. Non è difficile capire che non di mafia, sta parlando, ma di quella bestia nera che è la presunzione di non colpevolezza, specie quando il principio previsto dalla Costituzione all’articolo 27 debba essere accompagnato dalla discrezione e dalla riservatezza dei pubblici ministeri. Rara avis, negli ultimi trent’anni. Dagli anni in cui si sviluppavano Tangentopoli al nord e Mafiopoli al sud. Ma il procuratore Gratteri non è l’unico a preoccuparsi per le proprie conferenze stampa, quelle in cui all’indomani dei suoi blitz indicava già come colpevoli gli arrestati: l’avvocato Pittelli, per esempio, tacciato da subito di essere l’anello di congiunzione tra la mafia, la massoneria e la società civile, fin dal primo incontro del procuratore con la stampa del 20 dicembre 2019. E’ in buona compagnia, il dottor Gratteri, mentre il Parlamento è un po’ impantanato sulla riforma del Csm (con le toghe divise sul sorteggio elettorale) e dell’ordinamento giudiziario, per la spinosa questione della valutazione di professionalità e delle porte girevoli dei magistrati in politica o in ruoli tecnici in organismi come i ministeri.

Di stare un po’ zitti, composti e riservati, i magistrati non vogliono proprio saperne. Soprattutto i pubblici ministeri. E temono tantissimo di dover rispondere di illecito disciplinare. Quindi, come sempre, chiamano in causa concetti altisonanti come l’indipendenza e addirittura la libertà. E’ accaduto due giorni fa al Csm, chiamato a dare pareri e proporre emendamenti sulla riforma Cartabia. Addirittura il plenum dell’organo di autogoverno (con solo 3 contrari e 6 astenuti) si è scagliato contro “il bavaglio” che la norma sulla presunzione di innocenza, con cui l’Italia con anni di ritardo si sta allineando all’Europa, vorrebbe imporre ai procuratori. E che sarebbe “palesemente irrazionale e in contrasto con la manifestazione del pensiero dei magistrati”. A proposito di irrazionalità: il pm deve quindi essere libero di violare i principi costituzionali? Indicando l’indagato o l’arrestato come colpevole? Se poi vogliamo andare nel grottesco, basta ricordare che l’emendamento votato e proposto dalla corrente di Area (chissà perché sono sempre quelli di sinistra i più corporativi), addirittura se la prende con i titolari dell’azione disciplinare, cioè il ministro guardasigilli, ma anche il procuratore generale presso la cassazione, cui sarebbe attribuito il “potere di controllo sul pm”. Ed ecco l’altra bestia nera della magistratura, il timore di dover rispondere, prima o poi, a qualcuno delle proprie azioni. Anche a costo di mancare di rispetto ai diritti dei cittadini, tra cui quelli fondamentali previsti dall’articolo 27 della Costituzione.

Si dice sempre che non tutti i magistrati italiani hanno le stesse sembianze di quelli più appariscenti, o perché hanno incarichi nel sindacato (Anm), o perché diventano famosi con i blitz, o spesso perché vengono citati negli articoli di cronisti compiacenti cui qualche manina ha passato le notizie secretate sottobanco. Si dice, ed è vero, che esistono anche le toghe “normali”. Quelle che non solo rispettano, ma anche applicano la legge e le riforme. Anche quelle decisamente innovative rispetto alla propria tradizionale giurisprudenza. E’ capitato nei giorni scorsi alla quarta sezione penale della cassazione. Che, proprio in riferimento alla nuova disciplina sulla presunzione di innocenza, ha sancito che il silenzio dell’imputato non impedisce il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione. Quanti avvocati si sono visti respingere la richiesta di ristoro perché i loro assistiti, dopo aver scontato giorni e mesi di detenzione da innocenti, venivano accusati di mancata collaborazione con il rappresentante dell’accusa? E sempre l’istanza veniva respinta a tutti coloro che per esempio si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. Giurisprudenza consolidata, anche della cassazione, sulla base non di una legge ma di un orientamento. Oggi la sentenza numero 1684 della quarta sezione penale della cassazione stabilisce che il silenzio dell’indagato non è più ostativo alla riparazione per ingiusta detenzione, proprio sulla base del decreto legislativo 188 del 14 dicembre scorso sulla presunzione di innocenza.

La causa riguarda un provvedimento della corte d’appello dell’Aquila che aveva rigettato la richiesta di riparazione di un indagato il quale “per ben due volte in sede di interrogatorio, a fronte degli elementi emersi dalle indagini, non aveva offerto oggettivi e riscontrabili elementi di contrasto alla ricostruzione dei fatti in chiave accusatoria”. In pratica, con il suo comportamento “ostativo”, l’indagato non aveva aiutato il pm e il giudice a valutare la realtà dei fatti. Anzi in un certo senso aveva messo il bastone tra le ruote per l’accertamento della verità e l’innocenza o colpevolezza delle persone arrestate. In particolare, nel caso in questione, l’indagato accusato di complicità in una rapina, con il suo silenzio non ha aiutato nella ricostruzione dell’evento, cosa che avrebbe potuto fare, avevano detto i giudici della corte d’appello, invece di rinchiudersi nel suo mutismo. Ma a quei giudici la cassazione dà anche un bel pizzicotto. E si chiede anche se il rifiuto a rispondere da parte dell’indagato sia stato il solo elemento alla base dell’ordinanza di custodia cautelare, o se invece non sussistessero altri comportamenti che ne avessero giustificato la detenzione. Cosa che la corte d’appello, prima di decidere se concedere o meno il risarcimento, si è ben guardata dall’indagare.

In ogni caso è anche vero, si ricorda però nella sentenza, che l’intera giurisprudenza precedente della cassazione dava ragione a quel rigetto della richiesta da parte della corte d’appello. Perché c’è oggi un fatto nuovo, in quanto il provvedimento proposto dalla ministra Cartabia sulla presunzione di innocenza ha fatto, sulla facoltà di non rispondere alle domande del magistrato, un preciso riferimento al codice di procedura penale, esplicitando che “l’esercizio da parte dell’imputato della facoltà di cui all’articolo 64 comma 3 lettera b) non incide sul diritto alla riparazione…”. Una bella ventata di aria fresca, nel Paese dove dal 1992 ben 30.000 detenuti innocenti sono stati risarciti con 800 milioni di euro. Ma sappiamo che erano molti di più quelli che lo avrebbero meritato e che erano stati puniti per mancato collaborazionismo. Mentre i magistrati che sbagliano non pagano mai. E hanno il coraggio di lamentarsi perché non potranno più mettere alla gogna pubblicamente gli arrestati, compresi quelli innocenti.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.