Il nuovo presidente dell’Ordine dei Giornalisti si chiama Carlo Bartoli. Viene dalla Toscana, dove ha lavorato nelle redazioni della Nazione e del Tirreno, ha insegnato giornalismo all’Università ed è stato per molti anni presidente regionale dell’Ordine. Personalmente non lo conosco. Avevo riposto molte speranze nel cambio al vertice perché comunque la sua elezione poneva fine al precedente mandato, che non avevo molto apprezzato. Mi ricordo di una presa di posizione del Presidente dell’epoca, circa un anno fa, con una dichiarazione un po’ scombiccherata, a favore dei magistrati che querelano i giornalisti (in quel caso il giornalista ero io).

Però la prima uscita pubblica di Carlo Bartoli, francamente, mi ha gettato nello sconforto. Ha rilasciato un’intervista al Fatto quotidiano sulla presunzione di innocenza. Al Fatto? Sì. Il Fatto Quotidiano, per capirci, oltre a essere notoriamente l’organo ufficioso dell’Anm (cioè del partito dei Pm) è il giornale dove scrive – e sul quale esercita molto ampiamente la sua influenza – Piercamillo Davigo. A me, dopo tanti anni, Davigo – ora che è in pensione – è anche diventato simpatico. Tuttavia la sua teoria giuridica è nota: quando una persona finisce a processo, specie se è un politico o un imprenditore, è colpevole. Poi può succedere – e spesso succede – che sia assolto, ma questo vuol dire solo che l’ha fatta franca, non certo che sia innocente. Ho un po’ rozzamente sintetizzato il pensiero di Davigo, ma la sostanza mi pare che sia quella. E il Fatto quotidiano, di solito, accoglie senza sfumare – ma anzi enfatizzando – il pensiero di Davigo. Siamo sicuri che se uno vuole esprimere la sua posizione sulla presunzione di innocenza, come atto di inaugurazione del suo mandato a capo dei giornalisti italiani (è entrato in carica la settimana scorsa) debba rivolgersi proprio al Fatto?

Carlo Bartoli, nell’intervista, si scaglia contro la legge sulla presunzione di innocenza appena entrata in vigore, approvata dal Parlamento e chiestaci dall’Europa. Perché l’Europa ci aveva chiesto questa legge? Per permettere all’Italia di allinearsi in qualche modo agli altri paesi europei dove vige lo Stato di diritto e dove la presunzione di innocenza è un dogma. Credo che l’Italia fosse l’unico paese nel quale un Pm poteva sventolare la colpevolezza di un suo indiziato (nemmeno imputato: indiziato), con una conferenza stampa o con una trasmissione in Tv o con un’intervista sui giornali, senza dare neppure all’indiziato la possibilità di difendersi, Era palese a tutti la condizione di inciviltà e di contrasto con le norme europee e con la stessa Costituzione italiana. I precedenti governi, a guida 5 Stelle, non avevano ovviamente avuto la possibilità di intervenire, perché fortemente subordinati al partito dei Pm, il quale non ha mai sopportato la presunzione di innocenza e l’ha sempre considerata un ostacolo (da eliminare) al corretto sviluppo delle indagini e alla punizione preventiva dei presunti colpevoli. Però poi si è insediato il governo Draghi ed è stato impossibile evitare l’approvazione della nuova norma che riporta l’Italia nel rispetto della Costituzione italiana ed evita una pesante sanzione da parte dell’Europa.

La norma ha prodotto molti dissensi tra i magistrati e i giornalisti giudiziari (categorie che spesso hanno un confine assai evanescente). Ma anche alcuni consensi molto autorevoli. Perché è bene che si sappia: la magistratura, è vero, è nelle mani di un pugno di Pm giustizialisti che ne condizionano gli assetti, le decisioni e la sistemazione del potere; ma dentro la magistratura esistono moltissime persone assennate e non assetate di manette. Così persino il capo della Procura nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha espresso il suo parere favorevole alla legge, ha stigmatizzato gli atteggiamenti sceriffeschi e poco seri dei Pm che amano gli show, e ha chiesto che con un processo in corso nessun magistrato agisca sui media in modo da condizionare in qualche modo la giuria a sfavore degli imputati. Dicono che la cosa sia stata accolta con molto fastidio in diversi palazzi di giustizia. Ma soprattutto nelle redazioni dei giornali. Cioè, non esattamente nelle redazioni: nelle stanze dei cronisti giudiziari, i quali però, ormai, purtroppo, sono i padroni incontrastati di molti quotidiani e di moltissimi servizi giornalistici delle Tv.

Forse proprio questo fastidio ha spinto Carlo Bartoli a schierarsi, in modo netto, contro la legge approvata dal Parlamento, contro la Costituzione (articolo 27) e contro l’Europa. Bartoli sostiene che con questa legge, proibendo ai Pm di fare spettacolo o anche semplicemente di avere rapporti confidenziali (ricambiati con articoli amichevoli) coi cronisti giudiziari, si lede il diritto di cronaca. Bartoli dice anche che la pubblicità del processo e dell’azione penale è un cardine dello stato di diritto. E questo è, in parte, vero. Cioè, è vero che la pubblicità del processo è un cardine della stessa Costituzione. Ma la nuova legge non mette in discussione la pubblicità del processo. La pubblicità di tutta l’azione penale invece non è stabilita da nessun principio, e anzi, una parte dell’azione penale è – per un periodo o per sempre – coperta da segreto. Questo segreto, immagino che Bartoli lo sappia bene – spesso è violato dai giornalisti in combutta coi Pm. Spesso è violato addirittura con intenti che non hanno niente a che fare col processo: serve solo a gettare fango. Un esempio recente? Beh, tutte le intercettazioni marginali (e illegali) che servono a ritrarre Matteo Renzi come un poco di buono molto spregiudicato – anche se non si delinea nessun reato – offerte graziosamente ai giornalisti che, graziosamente, le hanno pubblicate.

La pubblicità del processo invece – dicevamo – non è in discussione. Purtroppo questa pubblicità non è certo garantita dalla stampa. Volete qualche cifra, ad esempio, sui giornalisti che hanno partecipato alle conferenze stampa che presentavano il processo “Mafia Capitale” fornendo esclusivamente la versione dell’accusa? Due o trecento. Volete le cifre dei giornalisti che hanno poi seguito il processo vero e proprio, dove si confrontavano accusa e difesa? Tre. Sì, avete letto bene: tre, di cui solo una costantemente. Pubblicità del processo? Ma non diciamo bubbole. Dico così, eh, senza accusare nessuno, solo per spiegare qual è lo scrupolo professionale di noi cronisti. Detto questo, voglio capire: noi giornalisti dobbiamo quindi sentirci parte di una squadra, guidata dai vertici dell’Ordine dei giornalisti, che si schiera contro la legge, contro la Costituzione, e vuole il mercato libero della gogna e del pettegolezzo?
Se qualcuno di noi – magari una ventina…- volesse dissociarsi che cosa potrebbe fare?

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.