Questa guerra forse mondiale e forse no, è probabile che sfugga di mano e che diventi davvero una mostruosa guerra mondiale. Non lo si dovrebbe dire, perché l’etichetta imporrebbe affermare sempre e con un minimo di fiducia che occorrono grandi sforzi diplomatici (ed è vero, occorrerebbero) e poi il dialogo. Anche fra sordi, e anche se riforniamo di armi gli aggrediti. Anzi, il Direttore di questo giornale ha aperto un dibattito fra chi è pro o contro questo invio di armi, schierandosi con i secondi perché non si devono mai rifornire di armi i fronti di guerra.

Io, che non sono un guerrafondaio e che la guerra mondiale me la ricordo (insieme ad altre guerre) non so pensare ad altro che a quei ragazzi, maschi e femmine, con nonne e madri che a Kiev si preparano allo scontro finale producendo bottiglie Molotov con l’aiuto del tutorial di Google. Interrogati da decine di catene televisive del mondo, a domanda rispondono: “Questa è la mia terra, mio padre e i miei fratelli sono già al fronte, no io sono ucraina e non russa, combatteremo fino all’ultimo e alla fine vinceremo noi”. Inutile, anzi profondamente sbagliato invocare e paragonare i casi dell’Iraq, o dell’Afghanistan, per una questione fondamentale che riguarda la memoria. Putin dice: l’Ucraina storicamente non esiste, gli ucraini sono lo stesso nostro popolo, sono i nostri parenti spesso in senso letterale. È stata un’idea idiota aver creato a tavolino una Ucraina diversa dalla Russia e oggi quella terra che è la nostra terra, viene usata dai nostri nemici per preparare una aggressione che noi non permetteremo, perché abbiamo deciso di andare avanti comunque con le buone o con le cattive o le cattivissime (uso di armi nucleari) affinché quella terra che è roba nostra sia demilitarizzata e “denazificata”, curioso termine per dire che il presidente ebreo dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, deve essere ucciso, o almeno deposto.

Non sono uno slavista e non ho motivo di dubitare che le due lingue, ucraino e russo, siano due varietà della stessa lingua, come le altre lingue slave. Quando vivevo a New York, ricordo che quasi tutti gli insegnanti di russo, nelle maggiori scuole di lingue, erano ucraini. E non dubitiamo neppure che esista un retroterra comune di ninnenanne, ricette di cucina, balli popolari e memorie. E allora, potrebbe darsi che Vladimir Putin in fin dei conti non abbia tutti i torti? Questa è una teoria piuttosto diffusa specialmente in Italia dove il partito putiniano di sinistra e di destra, è molto forte. Anzi, voglio inserire un ricordo piccolo ma istruttivo. Quando, fra il 2002 e il 2006, ero senatore della Repubblica e presidente di una Commissione bicamerale d’inchiesta sulla penetrazione sovietica in Italia durante la guerra fredda, non ci volle molto per accorgermi che esisteva un sentimento trasversale di ostilità alla Commissione che non era ideologico: il comunismo e il capitalismo non c’entravano affatto.
Fu il capogruppo di un partito ben rappresentato in Commissione che un giorno con affetto e quasi con disperazione, mi disse. “Ma Presidente, ma che cosa dobbiamo fare? Lei ci è anche simpatico, ma non lo vede che è solo? Qui siamo tutti putiniani, sia noi di sinistra che quelli di destra, ma non lo vede? Perché vuole farsi male?”
Non lo ascoltai e mi feci molto male, ma questa è un’altra storia.

Putin era da poco arrivato al potere e non avevo alcun pregiudizio nei suoi confronti mentre lui, come vidi presto, ne aveva moltissimo nei miei perché non tollerava che si mettesse sotto inchiesta, sia pure in un Parlamento straniero, l’operato della sua casa madre, il KGB, che non era un servizio segreto come la Cia americana o l’Mi6 inglese, ma una istituzione che sorvegliava e guidava l’intero popolo entrando nelle famiglie per decidere chi fosse destinato all’accademia militare e chi ai corsi di medicina. In Italia è diffusissima l’idea che “in fondo” sia tutta colpa degli Stati Uniti e della Nato perché l’Ucraina ha da otto anni fatto domanda di ammissione all’Alleanza Atlantica che però l’ha respinta. L’ha respinta proprio perché l’Ucraina ha molti contenziosi con la Russia (Crimea prima e poi Donbass) e dunque un suo ingresso nell’Alleanza avrebbe prima o poi favorito situazioni di guerra. E anche questo è un punto importante perché a quanto pare la Russia ha invaso uno Stato confinante e indipendente dopo un processo alle intenzioni che ricorda la favola del lupo e dell’agnello di Fedro: “Superior stabat lupus, inferior agnus…”. Il lupo stava sopra e l’agnello sotto: “Tu sporchi la mia acqua”, disse il lupo. “Come potrei, se io sono sotto di te?” si difese l’agnello. “Ah, oltre a sporcare la mia acqua, sei anche arrogante!” disse il lupo. E uccise l’agnello.

Nel nostro caso il lupo accusa l’agnello di aver fatto domanda di ammissione (respinta) alla Nato e che questo evento irreversibile è causa sufficiente per procedere all’invasione. Da quel momento è nato in Italia, e se non ci sbagliamo soltanto in Italia, un fecondo dibattito sul tema “Quanto è brutta la guerra”. Ma ancora non siamo arrivati al punto che a mio parere fa da spartiacque. Il punto è che gli ucraini, apparentemente tutti, o la stragrande maggioranza, hanno risposto con le armi della difesa all’invasione russa e pur sapendo di non poter vincere militarmente si sono attrezzati per una lunga e sanguinosa resistenza durante l’occupazione che i russi saranno costretti a rendere permanente, mentre il loro piano era quello di usare un colpo di mano militare per rovesciare un regime democratico e sostituirlo con un governo fantoccio. Il tutto, contando sull’indifferenza, se non sulla soddisfazione degli ucraini, che – tanto – sono sangue del nostro sangue e, quando capita, cantiamo anche le stesse canzoni.

Che cosa è successo, dunque, che è sfuggito a Putin rendendolo così determinato e anzi feroce, tanto da sfidare il mondo o con la sua show-room di armi nucleari? È successo che il fattore tempo ha divorato o almeno annullato il fattore nazionale. In breve: da quando negli anni Novanta la presenza totalizzante benché fraterna di Mosca è scomparsa, è cresciuta una generazione di trentenni, cui possiamo aggiungere quelli nati negli anni Ottanta, ai quali non importa un fico secco della contiguità linguistica con la Russia, perché il loro desiderio è l’Europa. Quando vidi per la prima volta il documentario sulla rivoluzione del 2014 quando centinaia di ragazzi e ragazze si lasciarono assassinare dagli agenti filorussi su piazza Maiden, personalmente rimasi sconvolto dal fatto che tutti quei nuovi esseri umani nati dopo la fine dell’Urss, erano morti insanguinando le bandiere dell’Unione Europea con cui noi arrediamo gli uffici istituzionali.

Quella gente giovane, con i loro genitori e nonni, avevano preso l’abitudine di sognare non l’America ma la nostra Europa: sognavano in maniera molto concreta (sfidare la morte e morire non è retorica) e un futuro simile a quello di noi italiani, dei francesi, dei polacchi, tedeschi o spagnoli. E seguitano a desiderarlo anche adesso mentre preparano le loro diligenti bottiglie incendiarie. Putin non è un pazzo perché la sua pazzia è purtroppo in linea con la soffocante tradizione del potere russo, che sia o non sia comunista. Ma pensa in modo antico e purtroppo decrepito perché non capisce che l’elemento nazionale non conta più nulla di fronte al desiderio di appartenere a una comunità lontana dalla sua famiglia infernale. E a causa di questa incapacità, l’abbiamo visto, sfida il mondo alla guerra. E poiché l’incapacità è antica e inguaribile, bisogna dolorosamente concludere che è più probabile la guerra che la pace perché la guerra è quasi inevitabile. La cosa più tecnologica che possiamo fare, è incrociare le dita.

 

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.