Il 4% indica la strada
La lezione del referendum è che gli italiani non hanno detto No alla modernizzazione della giustizia, hanno detto No a una revisione costituzionale percepita come forzatura
La presidente del Consiglio ha definito il No al referendum “un’occasione storica persa per l’Italia”. Ha aggiunto che il cantiere sulla giustizia non sarà abbandonato, e che questo governo è fiero di rappresentare un’anomalia — quella di chi preferisce incidere piuttosto che sopravvivere. Prendiamo in parola la presidente. Perché c’è un numero che nessuno cita, e che dovrebbe essere la bussola del cantiere.
4%. È la percentuale di elettori del No che, secondo l’instant poll YouTrend per Sky TG24, ha votato contro la separazione delle carriere in quanto tale. 4. Non 40, non 30. Il 61% ha votato No per non modificare la Costituzione. Il 39% per contrastare il sorteggio. Il 31% come voto di opposizione al governo. Solo il 4% era contrario alla separazione nel merito. La separazione delle carriere non è stata bocciata. È stata bocciata la strada costituzionale. E la differenza non è un dettaglio.
Perché se il problema è la forma — toccare la Costituzione — e non la sostanza, allora la sostanza si può realizzare per legge ordinaria. E non è un’invenzione: è quello che il legislatore può fare già oggi, senza modificare un solo articolo della Carta. Concorsi separati per le funzioni giudicanti e requirenti. Carriere distinte fin dall’ingresso in magistratura. Nessun passaggio di funzione, punto. È sufficiente eliminare del tutto le finestre di transito tra giudice e Pm che la riforma Cartabia aveva già ridotto — ma non azzerato.
Ma non basta. Il referendum ha bocciato anche il sorteggio e l’Alta Corte disciplinare. E qui il ragionamento diventa più interessante. Sul Csm, il governo può intervenire in attuazione del proprio programma: ampliare la componente laica, inserendo avvocati con esperienza e docenti universitari. Un Csm dove siedano non solo magistrati e parlamentari, ma anche chi il processo lo vive dall’altra parte del banco, sarebbe un organo più rappresentativo e meno autoreferenziale. Sulla disciplina, il punto è rendere impugnabili i provvedimenti della sezione disciplinare non solo davanti alle Sezioni Unite della Cassazione — che è pur sempre un organo composto da magistrati — ma anche davanti a un giudice terzo. Non serve un’Alta Corte in Costituzione: serve un meccanismo ordinario di controllo che spezzi il circuito dell’autoassoluzione. Si ottiene così una magistratura formalmente unitaria — perché la Costituzione resta intatta — ma con concorsi differenti, percorsi professionali separati e un organo di governo più aperto. È la separazione delle carriere senza toccare l’articolo 104. È esattamente quello che il 61% degli elettori del No non ha rifiutato, perché non gli è mai stato chiesto.
La lezione del referendum, se la si vuole leggere senza paraocchi ideologici, è che gli italiani non hanno detto No alla modernizzazione della giustizia. Hanno detto No a una revisione costituzionale percepita come forzatura. I dati di YouTrend sono inequivocabili: il 69% degli elettori dichiara di aver votato sul merito della riforma, ma tra gli elettori del No la componente di voto politico è più marcata — il 34% contro il 21% del Sì. Il che significa che una parte rilevante del No non era un No alla giustizia migliore: era un No a Meloni. Anche questo è legittimo. Ma non è un argomento giuridico. Il vero ostacolo, come sempre in Italia, non è giuridico: è politico. L’Anm festeggia come se avesse vinto una battaglia nel merito, quando i dati dicono che ha vinto una battaglia sulla forma. E l’opposizione cavalca il risultato senza offrire alcuna alternativa riformista, perché in Italia la giustizia è un’arma, non un tema. Ma ieri la presidente del Consiglio ha detto che il cantiere è aperto. Montesquieu scriveva che non c’è libertà se il potere di giudicare non è separato dal potere di accusare. Aveva ragione nel 1748. Ha ragione nel 2026. E il 4% indica la strada.
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