Gli uomini hanno sempre tenuto di fronte alla Natura un atteggiamento duplice: da una parte la considerano il ventre da cui sono nati (Madre Natura, atavica e provvidenziale nutritrice con cibi bio) e quindi la loro giustificatrice suprema, dall’altra la combattono come una nemica (la Natura Selvaggia) che dev’essere contenuta e domata mediante la cultura. Il rapporto tra i due atteggiamenti è mutato a seconda dei luoghi e dei tempi. Nei tempi (e nei luoghi) in cui la Natura prevaleva con l’esuberanza delle foreste, la vastità dei fiumi, l’inaccessibilità dei monti, gli uomini si confederavano per resisterle e la cultura era una forma di solidarietà difensiva. Man mano che la Natura è stata sconfitta dalla tecnica, fiore supremo della cultura inventata dagli uomini, ed è sembrato che nella guerra ingaggiata dagli uomini contro la Natura fosse quest’ultima a uscirne perdente e schiava, gli uomini hanno cominciato a trattarla sottogamba, a sentirsi trionfatori, a inorgoglirsi della cultura che li aveva trasformati nei re della Terra.

La cultura è diventata una bandiera d’aggressione, uno stendardo competitivo per le élite, una lotta a chi poteva vantare i think tank più integrati e gli ordigni più performanti. Ma il difetto della cultura è che inevitabilmente si degrada diffondendosi dalle élite alle masse, e soprattutto che non può essere trasmessa come patrimonio genetico (almeno finora). Lo spropositato affidamento che l’uomo ha fatto sulla cultura, malformazione necessaria, non è inscritto nell’organismo, è una costruzione fragile che i turbini della Storia possono disperdere. Gli uomini si sono costruiti allora un simulacro di natura a loro uso e consumo cercando di imitare, della Natura vera, la persistenza e la generalità.

Quando, nelle società occidentali contemporanee, si dice che qualcosa è “naturale” si intende che è indiscutibile, primario, ovvio, semplice. Con questi aggettivi gli uomini pretendono di essersi appropriati del cuore logico e sentimentale della Natura fornendone una versione edulcorata e di massa, che molti hanno chiamato “seconda natura”. La seconda natura cementa le comunità perché estende la durata e il prestigio delle leggi naturali a valori che invece appartengono totalmente alle alternative della cultura: di solito sono valori conservatori (“il Paese che i nostri nonni ci hanno lasciato”), di tradizione, perfino stereotipi: pensieri o rituali su cui la comunità stessa ha smesso da tempo di interrogarsi, dandoli per scontati una volta per tutte e contrapponendoli alle pericolose usanze “contronatura”. Così appare naturale che una famiglia sia formata da una mamma e da un papà, naturale che i maschietti giochino coi soldatini e le femminucce con le bambole, naturale essere religiosi secondo la nostra religione (“la Madonnina che sta lassù”), naturale che lo star meglio prevalga senza discussione sullo star peggio, naturale condividere con migliaia di follower il momento in cui la sera ci si lava i denti; gli italiani sono naturalmente bianchi, l’Italia nel 1938 dichiarava il proprio naturale diritto ad avere delle colonie, e così via.

Appare naturale ciò che si è sempre fatto o che i più vorrebbero fare impunemente: è naturale l’istinto di sopravvivenza ma allo stesso modo si proclamano naturali il diritto di proprietà, il diritto al lavoro e quello di sparare su chiunque cerchi di forzare il nostro uscio di casa. La seconda natura è ovviamente una finzione, ma è una finzione da non svelare se si vuole che conservi la propria efficacia nell’agglutinare il consenso; la seconda natura funziona se sorvola su valori naturali ma contraddittori (la diffidenza verso l’estraneo è naturale ma i neuroni specchio sono un dato di natura, l’istinto di aggregarsi è naturale quanto il bisogno di solitudine, l’odio è naturale quanto l’amore) e solleva dalla fatica di scegliere da sé il proprio profilo di individuo. La seconda natura consegue il massimo risultato se riesce a travestirsi da “normale sentire” o addirittura da buonsenso (nel maggio 2019 un politico come Matteo Salvini fonda il proprio potere mediatico nei confronti delle masse – premonitore di possibili esiti autoritari – precisamente sull’idea di presentarsi come araldo del senso comune, come persona semplice e dai gusti popolari – mentre la comunicazione del suo staff si avvale di un sofisticato sistema di algoritmi, che lo staff stesso ha soprannominato per antifrasi “la Bestia”. Meno naturale di così…).

Vivere secondo istinto è naturale, eppure gli uomini si vergognano di “comportarsi come le bestie”; anche qui la pavida cultura umana ha trovato un astuto compromesso che assume il nome di “vitalismo”. Il vitalismo è un concetto interclassista: vale per gli intellettuali dannunziani, per i giovani borgatari, per i politici golosi di Nutella e di Champions League, per il ceto medio che fa il viaggio di nozze a Santo Domingo. Sgranocchiare le esperienze come sedano fresco, sentirsi scorrere l’adrenalina nelle vene, fuggire la noia più d’ogni altra cosa; carpe diem, quién me quita lo bailado? Non importa essere ricchi o giovani, basta idolatrare la vita ciascuno al proprio livello e cancellando l’età; alle conseguenze delle proprie imprese vitalistiche si penserà dopo, o magari non ci si penserà affatto; l’unico vero peccato è isolarsi, non partecipare al consumo e alla festa, si vive una volta sola (alla faccia del Cristianesimo, tipica religione della seconda vita e quindi contro, o sopra, natura). Perfino chi, nella propria sete o fame di ipervita, lascia che si risvegli in lui l’animale che ha dentro viene guardato con tolleranza se non con simpatia: basta che non esageri e che adduca come alibi la naturalezza dell’istinto (“ho agito di pancia, m’è venuta così” – ovviamente a meno che non appartenga a quella categoria di sottouomini che la cultura qualifica come animaleschi, negri e simili).

Chiunque pensi di dare forza ai propri argomenti prendendo come guida (e scusa) la natura, non dimentichi che la natura scelta come guida assai spesso non è che cultura abortita o andata a male. Non si sfugge alla cultura, nemmeno quando si afferma la naturalità del Bene, dello sdegno guerresco contro le umiliazioni e la servitù; la grinta, l’affrontamento fisico, il piede che scatta per prendere il prepotente a calci in culo – l’acclamare e il linciare, lo schierarsi per il bianco o per il nero come si faceva da bambini giocando a guardie e ladri. Ecco, per i vitalisti d’ogni colore esibire una dose di infantilismo è sempre una buona soluzione, nulla è più vitale e innocente di un bambino, un bambino è pura vita. (E non importa che l’infantilismo sia quasi il contrario dell’infanzia, perché si accontenta di risposte sommarie e ripetitive mentre l’infanzia ha sempre un’altra domanda da fare).

La seconda natura oscilla quindi in un pendolo tra nostalgie di conservatorismo reazionario e rimpianti utopisti di bontà originaria; ma su tutto, alla base, domina la voglia di accelerare verso dosi di piacere o comodità o fierezza sempre nuovi e più intensi; per ottenere quest’ultimo obiettivo può capitare che la troppa cultura umanistica si presenti come zavorra – a questo pone rimedio il progresso della tecnologia, capace di andare incontro a pulsioni ancestrali in una specie di primitivismo ritrovato. Che cosa c’è di più primitivo dell’interfaccia a-prova-di-idiota dei nostri smartphone e iPad, in cui basta toccare un’icona per scatenare contatti eccitanti e informazioni pirotecniche? Ai giovani millennial, assenti per troppa comunicazione, maturi di esperienze che nessuno ha vissuto, frastornati in una solitudine senza silenzio, si offre l’idea di una terza natura, quella aumentata del web e del posthuman. Una donna del Nebraska ha generato un figlio con gli spermatozoi del marito di suo figlio e gli ovuli di sua figlia: dunque, per bontà, al proprio figlio ha generato un fratello che è anche, contemporaneamente, suo figliastro e suo nipote; la tecnologia supera e rende inattuali i tabù primordiali (come l’incesto) che connettevano natura e cultura in nessi comprensibili.

La tecnologia senza limiti vista come naturale prolungamento della biologia diventa non solo un addomesticamento della cruda realtà ma una fuga ipnotica dalla realtà stessa (o una fede che non osa dire il proprio nome). Fornisce autostrade informatiche alle pulsioni più regressive, dando loro l’autorità e l’urgenza del “futuro necessario”; il che, per il modo di pensare veteroumanistico, porta alla paradossale conclusione che la tecnologia sia quella cosa che costringe l’umanità a non poter fare a meno del proprio rincoglionimento. Quando la terza natura si sovrappone alla seconda, alla cultura illuministica e poi liberale o socialista non resta più spazio di manovra: il popolo innocente e naturale aspira ai piaceri del cyber, mentre la sovranità si nasconde tra le nubi.
In questo progressivo e annaspante annodarsi di strati culturali la Natura, quella che sta prima della cultura, quella che ogni tanto si scrolla di dosso gli uomini e li stermina sbadatamente, passa per essere non solo nemica ma colpevole (“la montagna assassina”, appena qualche alpinista sventato cade in un crepaccio); l’impressione immediata è che si vendichi d’essere stata così a lungo trascurata e parodiata.

Invece no, la Natura è sovranamente indifferente: non le importa quel che diciamo di lei o come la scimmiottiamo; lei, che ha l’universo come campo giochi, se ne fa un baffo se in un medio pianeta di una stella trascurabile, alla periferia di una delle tante galassie, una specie animale troppo ambiziosa ha reso il proprio habitat una trappola irrespirabile o se invece in un soprassalto di saggezza abbia trovato un momentaneo equilibrio (quegli strani bipedi lo definiscono “giustizia”) – tanto la suddetta stella si raffredderà a tempo debito e amen per i suoi pianeti. La cultura è assunzione di responsabilità, costruzione controversa di umanità, la vita non è mai “pura”; nei suoi momenti più alti la cultura umana riesce al massimo a conciliare le violenze e i divari economici, incastrandoli in un mosaico di reciproche comprensioni del bene e del male dell’essere gettati in questo mondo; riesce a far sì che gli inquilini dell’aiuola-che-ci-fa-feroci possano sopportarsi a vicenda in un groviglio di autocritiche (i bipedi di cui sopra la chiamano “democrazia”).

La cultura non è mai innocente, nemmeno le vittime lo sono, nemmeno chi crede di lavarsi l’anima in un amore disinteressato per gli altri, perché ha comunque dovuto assumersi la responsabilità del proprio sacrificio (chiedere lumi, per questo, alla figlia di Carlo Rosselli: la pazza disperata Amelia). Quando siamo orgogliosi dell’umanesimo alla vista rasserenante delle dolci colline toscane o umbre, e respiriamo la misura che gli uomini hanno trovato nel temperare Natura e cultura, con chiese e madonne create tra guerre fratricide, non dobbiamo dimenticare che proprio lì sotto, nelle faglie dell’Appennino, si nasconde una forza che un giorno o l’altro, con un ottavo grado di magnitudo, potrebbe distruggere ogni cosa.

E non sarebbe colpa di nessuno – l’innocenza è assenza di libertà, solo la Natura ha il diritto di chiamarsi innocente perché ubbidisce a delle leggi impermeabili ai fantasmi d’armonia che vi proiettiamo (gli strani bipedi la chiamano “bellezza”). La libertà è colpa, perché essendo una scelta impedisce a chi non vuol scegliere di assecondare la deriva, di se stesso e di tutto. La Natura è innocente perché non prevede progresso ma solo morte e rinascita; il progressismo è colpa in quanto significa linearità, sottovalutazione di ciò che devia; il conservatorismo è colpevole perché idealizza lo status quo; il multiculturalismo lo è perché stressa tutti con troppe pretese; perfino l’anarchia è colpa perché non capisce quanto le istituzioni siano commoventi e disobbedisce con superbia. Non si sfugge alla dannazione di essere animali sapienti.