Una frase di Daniele Marini vale come spia di un’epoca: «Per loro il futuro è il presente». Descrive una mutazione antropologica che investe l’idea stessa di tempo su cui si è retto il modello produttivo del Nord-Est. Le generazioni dei padri vivevano in verticale: prima la fatica, poi la ricompensa; prima il sacrificio, poi la casa, la famiglia, l’impresa come patrimonio da consegnare. I figli vivono in orizzontale, dentro un mosaico in cui lavoro, affetti, salute, cultura, tempo libero pesano in modo simile. Non è disimpegno: è una diversa architettura del senso.

L’orizzontalità ha conseguenze che sarebbe miope ridurre a stereotipo generazionale. Quando un ventitreenne molla l’astrofisica per fare l’apicoltore, o un ingegnere lascia un’azienda che gli offre di più perché vuole tempo per altro, non sta abdicando: sta riscrivendo il calcolo costi-benefici che ha guidato per decenni l’identità laborista veneta. Il fare resta — i veneti continuano a riconoscersi nel lavoro come elemento identitario — ma è un fare al plurale. Sul piano politico, il dato delle regionali di novembre fotografa una contraddizione produttiva. L’affluenza è crollata al 44,4%, la più bassa di sempre nella regione storicamente più disciplinata d’Italia. Eppure, dentro quel deserto, i flussi SWG segnalano una mobilitazione selettiva: nella fascia 18-34 anni Stefani ha triplicato il consenso del competitor di centrosinistra. Non che i giovani siano tornati in massa al voto — non lo sono — ma chi è andato ha premiato un linguaggio nuovo, un candidato della propria generazione capace di parlare di casa, mobilità qualificata, università e territorio. È la lezione che restituisce anche Simone Rizzo, ventiduenne presidente della Rappresentanza studentesca di Ca’ Foscari oggi candidato alle comunali di Venezia: la sua «terza opzione» — restare, ma a condizioni diverse — rifiuta sia la stabilità rassegnata sia la fuga consolatoria.

Qui si annida un equivoco che un certo capitalismo molecolare veneto fatica a smaltire. Per due generazioni l’azienda è stata un luogo iniziatico: la traiettoria si misurava sul campo. I ventenni arrivano con un’idea di reciprocità che inverte la postura: chiedono traiettorie chiare, una contrattualità del senso prima ancora che dello stipendio. Chi legge questa domanda come pretesa perde talenti. Resta il nodo civico, ed è il più severo. La sociologia politica del Nord-Est aveva storicamente compensato la debolezza dei partiti con una densità di corpi intermedi — parrocchie, associazioni, cooperative, sindacati di mestiere — che funzionavano da palestre di cittadinanza. Quei corpi si sono assottigliati, e nessuna piattaforma digitale ne ha replicato la funzione formativa. La partecipazione per singole istanze, abilitata dalla disintermediazione, è efficace ma intermittente: produce mobilitazioni, non classi dirigenti. Ricostruire luoghi in cui si apprenda cultura civica è oggi una priorità non meno strategica delle infrastrutture digitali. Perché il presente, per essere abitato bene, ha pur sempre bisogno di un futuro pensato.