C’è modo e modo di fare il domestico. Dipende dal proprio padrone. Dal modo di interpretare il ruolo. Dalla preparazione per svolgere il servizio. «I padroni e le padrone di solito brontolano con i servitori perché non si chiudono la porta alle spalle», scriveva più di due secoli fa Jonathan Swift nelle sue Istruzioni per i domestici. E allora – suggerisce Swift con humour nero ai disperati domestici – «datele, alla porta, una tale sbatacchiata nell’uscire da far tremare tutta la stanza e far crepitare tutto quello che c’è dentro, così rammenterete al vostro padrone e alla signora che vi attenete ai loro comandi».

L’appello degli intellettuali a favore del governo pubblicato dal quotidiano il manifesto – già organo della sinistra critica, oggi scivolato sulla buccia della banana populista – fa lo stesso rumore di una porta malamente sbatacchiata. Intendiamoci: non emerge alcun interesse materiale nel rapporto servile tra i firmatari e il governo. Siamo certi che nulla il governo abbia chiesto a costoro. E che l’impulso alla servitù, squisitamente ideologica, sia nato spontaneo e sincero.

C’era una volta nel Novecento
D’altra parte, pure Lavrentij Pavlovič Berija, l’artefice delle purghe staliniane, mostrava non pochi eccessi di zelo nel suo servizio alla causa sovietica. «Lasciate che i nostri nemici sappiano che chiunque tenti di sollevare una mano contro il nostro popolo, contro il volere del partito di Lenin e Stalin, verrà schiacciato e distrutto senza pietà», ebbe a dire in un discorso nel giugno del 1937. Che sarà mai dunque un appello? Un appello è un genere letterario, in fondo, da giudicare quasi più per il suo valore simbolico e “artistico” che per le sue ricadute concrete. Il Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925, vergogna storica della cultura italiana, fu un testo di tragica grandezza. Intriso di idealismo ed hegelismo di ispirazione gentiliana, aveva uno spessore filosofico che quello che oggi commentiamo si sogna. Vi si legge, a proposito dei principi liberali: «… di due principi uno inferiore e l’altro superiore, uno parziale e l’altro totale, il primo deve necessariamente soccombere perché esso è contenuto nel secondo, e il motivo della sua opposizione è semplicemente negativo, campato nel vuoto». E a proposito dei critici liberali: «…il residuo di vita e di verità dei loro programmi è compreso nel programma fascista, ma in una forma balda, più complessa, più rispondente alla realtà storica e ai bisogni dello spirito umano». Raffinato e crudele, senza se e senza ma. D’altra parte, tra i firmatari c’erano Giovanni Gentile, Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Spirito, Margherita Sarfatti e tanti altri ancora. I domestici non sono tutti uguali. Ma sono tutti – egualmente e organicamente – filistei. Così, la funzione servile dell’intellighenzia nei confronti del potere costituito – pur cambiando radicalmente i contesti – è il ritorno dell’eguale.

Il laboratorio del populismo sudamericano
Storicamente – ormai dovremmo saperlo – l’appello degli intellettuali a favore del governo per tacitare le critiche delle opposizioni è l’arma più educata dei regimi. Ma la storia rivela sempre nuovi interpreti. In tempi recenti, è stata l’America Latina, laboratorio dei populismi di destra e di sinistra, da Peròn a Maduro passando per Castro, il teatro elettivo di queste performance. Come dimenticare le falangi di intellettuali di sinistra schierate in questi anni a favore di Chavez, con quella furia cieca che oggi ci consegna le macerie del Venezuela? L’abbaglio colpisce da decenni una buona parte dell’intellighenzia europea: al punto che, nel 1996, tre intellettuali liberali, Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos Alberto Montaner e Álvaro Vargas Llosa pubblicarono un divertente Manuale del perfetto idiota latinoamericano (tradotto anche in Italia a vantaggio degli idioti nostrani).

Qualcuno a questo punto avrà già alzato il sopracciglio e ingrottato la fronte. Vogliamo rassicurarlo. In Italia non c’è alcun regime autoritario. Semmai un governicchio, piccolo piccolo come il borghese di Sordi, paternalista e burocratico, mediocre anche a dispetto del suo populismo; ma che pretende un «atto d’amore» e tanto basta per esercitare una “padronanza” culturale. Un governo prima di tutto inetto e ottuso, che sta in piedi solo perché l’alternativa sarebbe peggio: lo ammettono perfino i domestici nel loro appello. Ammissione che ricorda che la grandezza del domestico dipende dalla grandezza del suo padrone. In fondo viviamo nell’epoca delle «passioni tristi», direbbero Miguel Benasayag e Gérard Schmit. E Conte sta a Chavez come l’operetta sta all’opera. O come il Checco Zalone di Quo Vado? sta al Riccardo III di William Shakespeare.

Spegnere la “candela” della libertà
Di fronte a cotanto padrone, che fanno gli intellettuali “appellanti”? Le narrazioni sistematiche non ci sono più. Né servono più le rotonde elaborazioni ideologiche. Il più banale degli schemini populisti – popolo vs élite – è lì a disposizione. L’unico anatema spendibile è questo: la «classe dirigente» e il «ceto intellettuale» (di grazia, scusino, ma lor signori che cosa sono?) hanno tradito! E più di tutti hanno tradito i democratici «liberali». E così, in un (de)crescendo spettacolare, il manipolo di intellettuali domestici – sedicenti democratici – finisce l’appello con una sola banale richiesta: silenziare i liberali. Tutto ciò accade con un tempismo formidabile, pochi giorni dopo la pubblicazione del manifesto promosso dal Nobel Mario Vargas Llosa – con altri 150 intellettuali liberali – dal titolo programmatico: Che la pandemia non sia un pretesto per l’autoritarismo. Ora, se dovessimo dare uno spassionato – ma convenzionale – parere agli appellanti, suggeriremmo di difendere la libertà di critica contro i rischi dell’autoritarismo invece di tacitare le voci libere in difesa dell’autorità.

Ma sarebbe un cattivo consiglio: come insegnano ancora le “istruzioni” di Jonathan Swift, da che mondo è mondo, i domestici devono compiacere il padrone e, anche in assenza degli strumenti adatti, devono ricorrere «a qualsiasi espediente», «piuttosto che lasciare l’opera incompiuta». «Vi sono diverse maniere di spegnere le candele, e voi dovreste conoscerle tutte», scrive Swift: «strusciare il lucignolo della candela accesa contro le boiseries della stanza», «posarla sul pavimento e pestarne col piede il lucignolo», «tenerla capovolta finché resta soffocata dal suo stesso grasso», «schiacciarla nel bocciolo del candeliere», o addirittura, «quando andate a letto, dopo aver fatto acqua, potete immergere la candela nell’orinale». Gli esempi e le tecniche di spegnimento sono tanti: dai bolscevichi ai togliattiani, dagli stalinisti ai brigatisti, fino ai populisti di oggi, la storia della sinistra è storia dei tentativi di spegnere le candele riformiste e liberali; una storia di flirt, non proprio occasionali, con il pensiero autoritario. I populisti di sinistra sono dei domestici specialissimi, incaricati di una prestazione “escatologica”: la salvezza del popolo non contempla deviazioni. Ma che si è messo in testa Vargas Llosa?!

I rischi della servitù
Nella tragicommedia Les bonnes, lo scrittore francese Jean Genet, cantore estremo delle figure marginali, racconta la vicenda di Claire e Solange, sorelle e domestiche al servizio di una ricca signora. Vittime dell’ambivalenza affettiva nei confronti di Madame – amata, ammirata, e insieme invidiata e odiata –, vogliono assomigliarle, ma finiscono per annientarsi, prigioniere della loro stessa incapacità di diventare adulte: alla fine Claire beve la tisana avvelenata che insieme avevano preparato per la padrona, mentre Solange si prepara a scontare la pena per quello che appare un omicidio. Cari intellettuali, a fare i domestici si rischia grosso: se non la morte, almeno lo sputtanamento.

Journalist, author of #Riformisti, politics, food&wine, agri-food, GnamGlam, libertaegualeIT, Juventus. Lunatic but resilient