Mano pesantissima della procura di Milano sul caso Eni. Il procuratore aggiunto Fabio De pasquale ha chiesto una condanna a 8 anni di reclusione per l’ad di Eni Claudio Descalzi per il ruolo che l’allora numero due del Cane a Sei Zampe avrebbe avuto nell’acquisto del maxi giacimento Opl 245 in Nigeria, per ottenere il quale Eni e Shell avrebbero pagato una maxi tangente da 1,3 miliardi di dollari arrivati a personaggi di spicco del governo nigeriano. Stessa pena è stata sollecitata anche per l’ex ad Paolo Scaroni.

GLI ALTRI MANAGER – Il procuratore aggiunto De Pasquale ha anche chiesto di condannare tre ex manager Eni: Vincenzo Armanna e Ciro Antonio Pagano a 6 anni e 8 mesi e Roberto Casula a 7 anni e 4 mesi.

BISIGNANI E GLI INTERMEDIARI – De Pasquale, titolare dell’accusa insieme al pm Sergio Spadaro, al termine della sua requisitoria ha chiesto inoltre condannare Luigi Bisignani a 6 anni e 8 mesi per il ruolo di mediatore che, secondo la Procura, avrebbe avuto nell’acquisto del giacimento Opl 245 in Nigeria da parte di Eni e Shell in cambio, sempre nell’ipotesi della Procura, di una maxi tangente di 1,3 miliardi di dollari.

I pm De Pasquale e Spadaro hanno anche chiesto di condannare altri due intermediari dell’affare Opl 245, l’italiano Gianfranco Falcioni e il russo Ednan Agaev, rispettivamente a 6 anni di reclusione

LA MAXI CONFISCA – De Pascale, al termine della sua requisitoria, ha chiesto di confiscare a Eni e Shell 1 miliardo 92 milioni e 400mila dollari alle due società, definite “il prezzo del profitto” ottenuto dai due colossi del petrolio dall’acquisto del giacimento Opl 245. Risultato ottenuto pagando, nell’ipotesi dell’accusa, una maxi tangente da 1,3 miliardi di dollari. La stessa cifra è stata chiesta a tutti gli imputati in solido tra loro.

ENI: “RICHIESTE PRIVE DI FONDAMENTO” – In una nota diffusa dalla società, Eni sottolinea di considerare “prive di qualsiasi fondamento” le richieste di condanna avanzate da De Pasquale e Spadaro. “Nel corso della requisitoria – ha aggiunto Eni – il pm, in assenza di qualsivoglia prova o richiamo concreto ai contenuti della istruttoria dibattimentale, ha ribadito la stessa narrativa della fase di indagini, basata su suggestioni e deduzioni, ignorando che sia i testimoni, sia la documentazione emersa hanno smentito, in due anni di processo e oltre quaranta udienze, le tesi accusatorie”.

“Le Difese – si legge ancora – dimostreranno al Tribunale che Eni e il suo management operarono in modo assolutamente corretto nell’ambito dell’operazione Opl245.

Si ricorda che Eni e Shell corrisposero per la licenza un prezzo d’acquisto congruo e ragionevole direttamente al Governo nigeriano, come contrattualmente previsto attraverso modalità chiare, lineari e trasparenti; Eni, inoltre, non conosceva, né era tenuta a conoscere, l’eventuale destinazione dei fondi successivamente versati a Malabu dal Governo nigeriano, pagamento che peraltro avvenne dopo un’istruttoria dell’Autorità Anticorruzione della Gran Bretagna (SOCA). Non esistono quindi tangenti Eni in Nigeria e non esiste uno scandalo Eni – conclude la società -. Eni ricorda i provvedimenti del Dipartimento di Giustizia e dalla Sec americani, che hanno chiuso le proprie indagini senza intraprendere alcuna azione nei confronti della società. Le molteplici indagini interne affidate a soggetti terzi internazionali da parte degli organi di controllo della società avevano già da tempo evidenziato l’assenza di condotte illecite . Eni confida che la verità potrà finalmente essere ristabilita ad esito delle argomentazioni difensive che saranno svolte alla fine di settembre in attesa della sentenza del Tribunale”.