Un libro che si intitola Dio – nientemeno! – potrebbe apparire un atto di hybris cognitiva, di megalomania lievemente blasfema, e invece coincide probabilmente con il più umile esercizio dell’intelligenza umana, che si interroga sull’inizio e la fine di tutto. Per fortuna, di Dio nessuno può dirsi – propriamente – esperto, o più autorizzato a parlare (altra cosa è la teologia, speculazione teorica che ha per oggetto la religione). Perciò il saggio di Stefano Levi Della Torre – Dio, Bollati Boringhieri – uno dei libri più belli e stimolanti di questa stagione, si pone legittimamente come riflessione libera, personale, colta ma non erudita, di qualcuno che vive nell’epoca della secolarizzazione, e ne condivide la incredulità di fondo, tentando di capire dove sia andato a finire quel concetto pur fondamentale per l’umanità. Lo fa spaziando tra cristianesimo, ebraismo (la materia che conosce meglio), mitologia classica, induismo, e poi fisica, biologia, antropologia, etc., ma con la disinvolta leggerezza di un flâneur dell’intelletto. Proviamo a ripercorrerne alcune linee di fondo.

Si comincia dicendo che Dio è anzitutto un contenitore, una forma del pensiero (capace di abbracciare la totalità di ciò che esiste), e dunque esserne a un tratto privi – la morte di Dio che caratterizza la modernità (continuano a esserci molti credenti ma la fede resta un fatto privato, di cui la scienza non sente la necessità, come disse Buffon a Napoleone) – crea un vuoto traumatico. Con cosa lo sostituiremo? In tal senso l’ateismo dell’autore non è “positivo”, come quello dei libertini, ma si colora di una tinta malinconica. Poi si afferma che Dio è una domanda travestita da risposta: giustissimo, anche se evidentemente nessun credente potrebbe convenirne (come “domanda” infatti non adempirebbe più la sua funzione consolatoria e rassicurante).

Aggiungo: inteso invece come risposta in un certo senso toglie il mistero, e dunque riduce lo stupore di fronte al miracolo dell’universo. Se postulo una causa prima – proiezione della nostra mente finalistica – e assumo l’universo come disegno di Dio allora riesco a spiegare tutto, e il mio cuore cessa di essere “inquieto”. Nel libro ci sono pagine illuminanti sulla tendenza umana a cercare sempre una causalità: per noi tutto ha una causa precisa e deve tendere a una finalità. Come ci mostra Darwin, la selezione naturale premia le modificazioni casuali più efficienti, ma ogni logica progettuale è ricostruita da noi a priori: in natura il processo è la causa del risultato, cioè di una relativa situazione di equilibrio provvisorio (l’universo è un immenso gioco di concatenazioni, senza alcun obiettivo, e la “forma” di qualsiasi specie vivente non è il fine del processo). Qui l’autore si schiera tutto dalla parte di Feuerbach: è la nostra idea di Dio ad essere a nostra immagine e somiglianza.

Il capitolo più avvincente è quello sull’etica, dove ci viene ricordato che nel Deuteronomio Dio chiede a Mosè di scegliere non tra il bene e il male ma tra la vita e la morte, e sappiamo che la vita è metabolismo feroce, che la vita si nutre di altra vita. Cos’è, una autorizzazione a compiere il male, senza troppi sensi di colpa? No, piuttosto il Dio veterotestamentario ci invita a scegliere la vita (la potenza vitale) – il lupo e l’agnello riconciliati (o, poniamo, una tigre vegetariana) evocherebbe solo una immagine di natura depotenziata – ma al tempo stesso il divieto biblico di consumare il sangue e restituirlo simbolicamente alla terra impone un limite alla violenza, al “male necessario”. Ma a proposito dell’etica ricordo come l’autore è tutto dalla parte della idea kabbalistica di Creazione come ritrarsi di Dio: creando Dio produce il non-Dio, «non è il mondo il luogo di Dio, ma Dio è il luogo del mondo» (Genesi), la condizione della sua esistenza (Dio creando si fa creatore). Il che non solo potrebbe dare una risposta, almeno parziale, alla cosiddetta teodicea (il perché del male), dato che Dio ha rinunciato a esserci – nel mondo -, ha abdicato alla sua onnipotenza, ma anche implicazioni morali. Nel settimo giorno è prescritto infatti all’uomo di ritrarsi (così come aveva fatto Dio) dal trasformare il mondo per lasciare ad esso il suo farsi: per un momento mettiamo da parte la volontà, quasi sempre illusoria, di modificare la realtà, e ci limitiamo ad ascoltarla, a contemplarla, ad assecondarne il ritmo segreto.

La scienza constata i fatti, e verifica la constatazione con la dimostrazione (dove non si constata la mera evidenza – che ad es. il sole gira intorno alla terra – : piuttosto si procede per esperimenti). Ora, dell’origine e della fine non può esserci constatazione: restano parentesi oscure e inspiegabili. È interessante la distinzione di Levi Della Torre tra sapere e credere, dove il secondo è assai più radicato nella natura umana. Il peccato più grave per l’ebraismo è l’idolatria, l’adorazione di un prodotto della nostra mente. Qui però vorrei solo ricordargli che idolatria non è solo il “feticismo delle merci” ma anche il marxismo, vissuto dalla mia generazione come una religione, che dava risposta ad ogni interrogativo e che trasferiva abusivamente il paradiso nel futuro (come se il futuro avesse una qualità ontologica diversa). Per gli intellettuali che allora mi hanno formato di più, per i Fortini, Rossanda, etc. il Comunismo (a cui credevano!) coincideva con la Città di Dio e – come aggravante – gli orrori della Rivoluzione Culturale cinese ne rappresentavano la migliore approssimazione (forse non esistono atei ma solo idolatri!).

Illuminante la pagina in cui, citando l’Esodo, si osserva come il Dio intuito da Abramo è diverso da quello intuito da Isacco, etc.: Dio dal suo lato è unico e unitario (e imperscrutabile, inaccessibile: un tema questo caro all’ebraismo). Ma dal nostro lato ci si presenta secondo diversi aspetti: un Dio universale, ma soprattutto un Dio che sarà quello che ciascuno saprà far essere per lui. La fede diventa così un fatto dell’esistenza, una concreta forma di vita, e non una credenza astratta.

Il libro, come avrete capito, non si finirebbe di chiosare, dato l’argomento, per definizione totalizzante. Ma concludo su un tema che mi sembra decisivo. In che modo pensare l’eternità? Non è un tempo infinito ma una simultaneità, un presente infinito fuori dal tempo, la plenitudo vitae: “l’eternità è”. Sulla questione dell’attimo vissuto una parola definitiva l’ha detta Giacomo Noventa: «lasciarsi sfuggire l’attimo in cui viviamo è lasciare che l’eternità ci sfugga per sempre». Per noi increduli, disincantati abitatori di un mondo abbandonato dagli dei, qualsiasi “religiosità” deve ripartire da qui, da un eterno fatto di ogni istante della vita presente, se riusciamo ad aderirvi con pienezza. Infine: se davvero Dio non è il bandolo, la conclusione della catena causale ma «il luogo della sua dissolvenza nel paradosso», allora si può parlare di Dio solo in poesia, dove il linguaggio è per definizione polisemico e paradossale!