Insegno Storia, Filosofia e Educazione civica in un prestigioso e pubblico Liceo Scientifico di Roma. Ho scritto una lettera alle mie colleghe al termine degli scrutini. Eccone l’essenza.

Sono l’unico uomo in un consiglio di classe di dieci docenti. Ho scritto una lettera alle mie nove colleghe, dopo aver notato l’ennesima discrepanza fra ciò che molte di loro e io intendiamo per “ottimo comportamento in classe”. Ho scritto questa lettera dopo l’ennesimo scrutinio in cui una studentessa che non aveva mai aperto bocca in classe, nemmeno per dire “prof, non ho capito”, si è vista assegnare 10 in condotta. Non è una questione di sensibilità personale. È una questione di diritto, ma non solo di diritto.

La Circolari Ministeriali 100/2008 e il D.Lgs. 62/2017 sono esplicite: il voto di comportamento include tra i suoi parametri la partecipazione attiva al dialogo educativo. Il D.P.R. 249/1998, lo Statuto delle studentesse e degli studenti, afferma all’art. 1 che la scuola è luogo di formazione mediante lo studio e lo sviluppo della coscienza critica, e riconosce all’art. 2 agli studenti il diritto alla partecipazione attiva e responsabile alla vita scolastica. Partecipazione come diritto, dunque, ma anche come dovere valutabile. Assegnare il massimo in condotta a chi non ha mai contribuito al dialogo educativo non è un atto di clemenza: è un atto non conforme ai criteri che la scuola stessa ha definito nel proprio PTOF, e in senso stretto è un atto amministrativo viziato.

Ma il problema non è solo giuridico. È pedagogico, è sociale, ed è politico.

La scuola italiana ha paura delle studentesse che hanno una voce

Non paura di loro nel senso dell’autorità, beninteso. Paura per loro, una paura che si traveste da cura e produce l’effetto opposto. Quando in sede di scrutinio si alzano voti per non drammatizzare, per non compromettere la media in vista della lode in quinta, per non penalizzare la ragazza timida e introversa che però sa tutto, si compie un atto che ha la forma della protezione e la sostanza del tradimento.
Il pedagogista Vygotsky ci ha insegnato che lo sviluppo cognitivo avviene nella zona di sviluppo prossimale: il dialogo in classe, l’esporsi, il rischio della parola pubblica sono esattamente quello scaffolding che rende l’apprendimento autentico e non meramente mnemonico.

“È timida, è la sua indole, ma sa tutto; allora 10 in condotta!”

Qui la questione femminista si fa urgente e concreta. La ricerca sul gender gap nei contesti professionali e accademici mostra in modo consistente che le donne vengono sistematicamente penalizzate quando non sono percepite come sufficientemente assertive. Eagly e Carli, nel loro Through the Labyrinth del 2007, documentano con precisione i meccanismi con cui l’assertività femminile viene scoraggiata fin dall’infanzia, salvo poi diventare il principale criterio di selezione nelle posizioni di responsabilità.

Eppure, nel consiglio di classe, ho sentito più volte l’argomento: è timida, è proprio la sua indole, ma sa tutto. Come se sapere, senza mai comunicarlo alla propria comunità, fosse un valore pieno. Come se il nostro compito non fosse anche quello di strappare le nostre studentesse dal cliché trito della donna brava ma muta. Persino i Maneskin avevano capito che “zitti e buoni” è un mantra da combattere, non da insegnare. Se insegniamo alle nostre studentesse che il silenzio è accettabile, che la timidezza è una condizione da accomodare anziché da accompagnare nel superamento, non le stiamo proteggendo. Le stiamo consegnando disarmate a una società che le penalizzerà per quella stessa timidezza che noi abbiamo premiato con il 10 in condotta.

Aiutare una studentessa timida non significa coprirne il silenzio con un voto generoso: significa creare le condizioni perché quella voce, prima o poi, si faccia sentire. Noi dobbiamo aiutare gli introversi a trovare la propria voce, non dobbiamo condonar loro e premiare col 10 la timidezza come fosse una situazione dalla quale è impossibile uscire. È questa la differenza tra pedagogia e condiscendenza.

Una scuola che rinuncia a pretendere partecipazione non sta proteggendo la studentessa timida: la sta privando di uno strumento di crescita. Sappiamo tutte quanto sia importante, in qualunque gruppo sociale o di lavoro, essere considerate come persone che hanno a cuore il gruppo e contribuiscono a trovare soluzioni a problemi comuni, proponendo cose e idee nuove, rispetto a chi magari è bravissima e diligente, ma non è portata a comunicare nulla alla sua comunità a voce o in modo scritto.

Sul lavoro, se ti presenti sempre puntuale e non sei mai proattiva, può essere motivo di non rinnovo del contratto. All’università, se vai a tutte le lezioni e non alzi mai la mano nell’aula da 300 posti, il prof può perfino decidere di farti svolgere l’esame come non frequentante, dandoti al massimo un 25/30 se sai tutto, rispetto a chi invece è frequentante e partecipante. Visto coi miei occhi alla Sapienza. Nel mondo anglosassone, poi, la partecipazione personale a scuola e in università è addirittura centrale rispetto a ogni altro parametro!

Il secondo nodo è il merito, e anche qui la questione è politica prima ancora che scolastica

Mi rendo conto che la parola meritocrazia abbia assunto, nel dibattito pubblico italiano, una connotazione quasi di destra. È una distorsione che bisogna correggere con forza. Il merito scolastico, inteso come capacità della scuola di riconoscere il talento e l’impegno indipendentemente dall’origine sociale, è uno strumento di giustizia redistributiva, non un privilegio dei forti. È Rawls contro Bourdieu: la scuola dovrebbe essere l’equalizzatore, non il riproduttore del capitale culturale familiare. Quando alziamo agli scrutini di terza il voto alla figlia dei magistrati con la biblioteca in casa perché sia sicura di prendere la lode in quinta – tra ben due anni – come se l’ipotesi di farla uscire con 100 o 98 o 95 sia per lei un’onta sociale — stiamo facendo esattamente quello che Bourdieu temeva: usiamo la valutazione per confermare gerarchie di classe che avremmo il dovere di scalfire.

Il D.Lgs. 62/2017 è esplicito: la valutazione deve rispettare i principi di equità, trasparenza e corrispondenza al merito effettivo. Non è una formula burocratica. È un vincolo etico.

E poi c’è la questione della medianità, che è forse quella che mi sta più a cuore. L’idea che la lode sia un obbligo morale e che qualsiasi esito inferiore sia un fallimento è una delle idee più pericolose che circolino nelle nostre scuole, condivisa da studentesse, famiglie e, talvolta, da chi dovrebbe arginare quella deriva. Carol Dweck ha mostrato con rigore che il growth mindset, la valorizzazione del processo e dell’impegno anche di fronte a risultati modesti, produce persone più resilienti e capaci di apprendimento a lungo termine. Il fallimento, il rimando a settembre, la bocciatura: non sono onte. Sono strumenti pedagogici legittimi che la scuola ha il diritto e il dovere di usare, quando servono.

Tre settimane fa, un chirurgo ha operato una paziente a cui doveva estrarre la milza e le ha estratto il fegato, uccidendola. Si è giustificato dicendo che “era stressato”. Quella donna è morta. Quel chirurgo aveva una specializzazione, una laurea, un diploma di maturità. Forse preso in un liceo scientifico. Forse con voti generosamente arrotondati in suo favore, da docenti convinti di fargli un regalo.

Non era un regalo.

Come ha scritto Marco Campione sulla rivista del Mulino, la scuola attuale, nonostante sia considerata una scuola di sinistra, rimane una scuola sostanzialmente di classe che fallisce il suo mandato costituzionale di promuovere l’eguaglianza sostanziale. Una scuola inclusiva non è una scuola che rinuncia a selezionare. È una scuola che seleziona con onestà, al modo in cui intendeva Piero Calamandrei sulla Funzione della scuola, restituendo a ciascuna una valutazione vera del proprio percorso, nel rispetto dell’impegno di ogni studentessa e studente.

Questo, moltiplicato per ogni classe d’Italia, non è una questione scolastica. È una questione di che paese vogliamo essere.

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Scrivere e insegnare sono le due cose che so far meglio. Beh, almeno tra quelle che si possono raccontare. Nel 2015 la Chicago Quarterly Review ha pubblicato la traduzione in inglese dei primi due capitoli del mio romanzo più venduto, il long-seller Angeli da un’ala soltanto, individuandomi come uno degli scrittori italiani contemporanei più interessanti. Peccato se ne siano accorti solo loro. I miei tre libri più recenti s'intitolano "Lo so f@re! Guida all'apprendimento misto e all'insegnamento (anche) a distanza” (Mondadori Education, 2020), “Tondelli: scrittore totale. Gli anni Ottanta fra impegno, camp e controcultura gay” (Pendragon, 2021). Nel maggio 2022 è uscita la terza edizione di “Angeli da un’ala soltanto” sempre per le edizioni Pendragon.