Una delle principali fake che la sinistra nelle sue multiformi espressioni, accompagnata dal solito circo mediatico-giudiziario, è riuscita a mettere in campo è che il No al prossimo referendum sia dettato unicamente dalla necessità di difendere la Costituzione. E questo in virtù di una strana e singolare concezione secondo la quale la Costituzione è appannaggio esclusivo della sinistra italiana.

Una tesi, questa, che è decollata curiosamente sin dall’immediato secondo dopoguerra. E non è un caso che tutti i partiti, e le rispettive coalizioni, che sono stati alternativi alla sinistra nel corso degli anni sono stati frontalmente accusati di essere antidemocratici, semiautoritari, illiberali e anche parafascisti. Lo è stata la Democrazia Cristiana per quasi 50 anni. E lo sono stati i partiti, le alleanze e le coalizioni che si sono succeduti dopo il tramonto della DC sempre e solo in ossequio a quel dogma che tutto ciò che si distingue dalla sinistra non può che essere ontologicamente anticostituzionale. Una tesi che affonda le sue radici nella cultura comunista, nella sua versione gramsciana, o togliattiana, o berlingueriana non fa differenza alcuna. È quella tesi che va sotto il nome della “diversità” del comunismo italiano. Una sorta di superiorità morale nei confronti dell’avversario-nemico che non è scientificamente e moralmente titolato a governare e, di conseguenza, non può che essere distrutto e annientato politicamente. Da qui sgorga la concezione che la sinistra è l’unico campo politico, culturale, etico e valoriale titolato a difendere i valori e i princìpi costituzionali.

Ora, e per tornare al referendum costituzionale sulla giustizia, è di tutta evidenza che chi pensa di fare una riforma che tocca e innova alcuni articoli costituzionali non può che essere un perfetto “traditore” e, al contempo, un nemico implacabile della democrazia e delle sue regole. È sufficiente ascoltare le riflessioni dei talk serali de La7, dove imperversano gli esponenti di tutte le mille sfumature di rosso della sinistra italiana per rendersene conto. Una prassi, questa, che però ora si può capovolgere. Non solo perché se vincesse il No il 22-23 marzo si farebbe un gran passo in avanti verso la cosiddetta Repubblica giudiziaria, con l’inevitabile e persino oggettiva conseguenza di ridare piena cittadinanza a quella “via giudiziaria al potere”. Ma perché quello che è in gioco in questa consultazione, oltre ai quesiti della riforma sulla giustizia, è ribadire con forza che la difesa della Costituzione non è appannaggio di nessuno, perché tutti devono difenderla. Tantomeno è una prerogativa della sola sinistra e della storica e atavica superiorità morale ed etica che accampa in ogni occasione, ogni giorno e in qualsiasi consultazione politica e referendaria.

Ecco perché questo referendum assume una valenza profondamente e quasi strutturalmente costituzionale. Un’occasione per smascherare e battere definitivamente chi, in Italia, nel 2026, pensa di avere ancora una concezione proprietaria ed egemonica della Costituzione repubblicana.