I libri di storia sul nostro passato, quando sono di buon livello, parlano al presente. Lo spiegano, in parte o in tutto. Di qui scaturisce l’argomento per cui il fluire della storia sarebbe un processo, e che a dominare sia la continuità invece della rottura. Questa biografia (appena pubblicata nella Collana storica diretta da Andrea Bosco) del prefetto Federico U. D’Amato, alla testa per molti cruciali decenni dopo la guerra di liberazione di un potentissimo organo del Ministero dell’Interno (Giacomo Pacini, La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati, Torino, Einaudi) è in controluce la storia di uno, ancora oggi, dei maggiori problemi dell’Italia repubblicana: il modo con cui, al di là degli esiti elettorali, è avvenuto l’isolamento del Pci.

Alla base ci fu, immediatamente dopo la guerra di liberazione, un’intesa strettissima tra il capo dei servizi segreti Usa in Italia James Christ Angleton e il suo collaboratore D’Amato. A loro avviso il fascismo era stato una sorta di male minore e occorreva concentrare ogni sforzo nella lotta al comunismo. Il Pci era la principale forza politica e sociale dell’anti-fascismo, la meglio organizzata, con legami (compresi i finanziamenti regolarmente ricevuti) con l’Urss, una potenza straniera ostile alla Nato e all’alleanza atlantica. Per poterla arginare i governi, attraverso l’U.A.R. di D’Amato, hanno fatto ricorso sia agli Stati Uniti sia all’uso dei neofascisti. Il Msi e il Pci sono ormai fuori dai radar della politica, sostituiti da sovranisti e Lega. Ma per fare scemare, se non debellare, poteri e influenza dell’estrema destra e della sinistra comunista fino al 1974 ci sono voluti una quarantina di anni dopo la guerra civile del 1943-1945. In tale arco di tempo molte centinaia di migliaia di persone sono state assoggettate a controlli, schedature, intercettazioni ossessive. Non solo della loro vita privata, ma più a fondo, perfino dei costumi sessuali. È uno degli aspetti al limite della stessa costituzione assunto in Italia dall’anti-comunismo.

A darne una vivida e inquietante testimonianza fu il rinvenimento in Via Appia Antica, in un deposito di materiale di servizio del Ministero dell’Interno, di registri di fonti e di molte copie delle schede personali redatte personalmente dal questore Silvano Russomando, stretto collaboratore di D’Amato. Si ebbe così la conferma di quanto da molto tempo si sospettava, cioè che l’attenzione dei nostri apparati di sicurezza era stata rivolta prevalente mente verso cittadini con un orientamento politico di sinistra. E che nei confronti dei neo-fascisti ci fossero stati controlli di minore intensità (salvo azioni plateali come la messa in salvo di Junio Valerio Borghese e in particolare lo scioglimento di due associazioni estremistiche come Avanguardia nazionale e Ordine nuovo ad opera del ministro P.E. Taviani nel 1973). Non escluse forme di collaborazione, se non di vera e propria complicità.

Di queste ultime Pacini sembra volersi occupare in prevalenza nei capitoli che dedica accuratamente alle stragi di Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia, alla strategia della tensione fino all’ecatombe-ancora sub judice-presso la stazione centrale di Bologna. In realtà, se si legge il suo prezioso lavoro tenendo conto della sessantina di fittissime pagine di note bibliografiche, la musica cambia solfeggio. Ciò che ne emerge è molto di più di quanto lo sguardo dello storico grossetano, pur muovendosi tra bolgie infernali ancora ribollenti di accuse e rancori, dà l’impressione (infondata) di voler circoscrivere ad alcuni episodi pur salienti. Lo fa con una scrittura e una metodologia sempre misurata, ma pervasiva, che si distende sull’intero scenario della vita repubblicana. L’U.A.R. e D’Amato sono lo spicchio di un’arancia più grande. I governi antifascisti (penso ai ministri Giuseppe Romita, socialista e soprattutto Mario Scelba, democristiano) si limitarono puramente e semplicemente a consegnare ai maggiori dirigenti degli apparati informativi, di prevenzione e repressione, del ventennio mussoliniano e della Repubblica di Salò la difesa dell’ordine pubblico e la cura della sicurezza (interna e internazionale) del regime repubblicano.

Compiti e personale della disciolta PolPol (cioè della fascistissima Divisione della polizia politica, che svolgeva funzioni in gran parte confidenziali e impiegava informatori e amministrava fondi segreti) erano passati sotto il loro controllo. Nelle 12 cd Zone (e sottozone) Ovra fu assoldata una grande massa di confidenti, infiltrati, provocatori infilati nel cuore delle organizzazioni clandestine anti-fasciste. Grazie a Romita e a Scelba, funzioni, metodi e tecniche adottate da Bocchini, Senise e Leto furono trasferiti all’U.A.R. nel secondo dopoguerra. Il personale dell’Ovra, dopo essersi schierato non col governo Badoglio, ma con la Repubblica sociale, sarà anch’esso, in gran parte, reclutato dall’U.A.R. sancendo il principio della continuità istituzionale anche negli apparati di polizia. Resterà, questa, una ferita aperta nella storia appena cominciata della Repubblica. Si è, alla fine, rischiato di vedere l’ufficio di capo della polizia addirittura intestato allo stesso uomo forte dell’Ovra e dell’anticomunismo, cioè Guido Leto.