Che cosa prova un soldato quando uccide un altro essere umano nel corso di una guerra? La risposta non può essere mai facile, ma il trauma è profondo. Ancora più difficile diventa la risposta quando un militare uccide in un colpo solo decine di migliaia di persone, semplicemente premendo un bottone. Quello che accadde nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki quando i piloti americani lanciarono le bombe atomiche sulla popolazione civile delle due città giapponesi.

Qualcosa che – non a caso – è successo una volta sola nella storia e, per le proporzioni disumane dell’evento, nessuno ha mai più ripetuto. Secondo le stime, i due attacchi nucleari – con i quali, il 6 e il 9 agosto di 75 anni fa, gli Usa misero fine alla guerra con il Giappone – provocarono almeno 200 mila morti. E così, mentre in questi giorni si ricorda il tragico anniversario, viene da chiedersi che fine hanno fatto gli aviatori americani che sganciarono le bombe, come hanno vissuto quella esperienza e quali tracce ha lasciato il bombardamento nella loro esistenza.

«Solo un secondo prima di sganciarla ho pensato che stavamo per uccidere vecchi, donne, bambini. Ma non mi sono mai pentito di aver buttato la bomba su Nagasaki». Diceva così in un’intervista del 1999 Fred J. Olivi, il militare italoamericano – la sua famiglia veniva da Lucca – che il 9 agosto del 1945 co-pilotava il B-29 Bockscar, aereo gemello dell’Enola Gay di Hiroshima. «No, non mi dispiace aver tirato la bomba – spiegava Olivi – anche perché con questa operazione abbiamo fatto finire la seconda guerra mondiale. Senza l’atomica forse oggi molti bambini americani non ci sarebbero: in caso d’invasione del Giappone i loro nonni sarebbero morti e i loro padri non sarebbero mai nati. E quindi nemmeno loro sarebbero nati».

Anche il colonnello Paul Tibbets Jr., che comandava l’unità delle forze aeree dell’esercito incaricata di consegnare le bombe atomiche e pilotava l’aereo che sganciò la bomba su Hiroshima, difese le sue azioni fino ai suoi ultimi giorni. «Ho deciso allora che gli scrupoli morali relativi a quella bomba non erano affar mio», ha detto a un intervistatore nel 1989. «Non ho mai perso una notte di sonno per questa vicenda». Tutti gli aviatori che allora parteciparono alla missione cercarono insomma di giustificarsi in qualche modo. Tutti, meno uno. Anne I. Harrington, professore associato presso il dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università di Cardiff, racconta sul New York Times che, negli anni successivi, il Maggiore Claude Eatherly fu l’unico a farsi avanti per confessare pubblicamente il proprio rimorso per ciò che aveva fatto. «Eatherly, allora un texano di 26 anni, pilotava l’aereo che aveva l’incarico di valutare la visibilità dell’obiettivo su Hiroshima. Fu lui a dare il via libera quel giorno al lancio della bomba. Il suo ruolo nel bombardamento lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita».

Da Taxi driver in poi i film americani hanno sfornato un’enorme collezioni di reduci di guerra traumatizzati dall’esperienza bellica. Spesso si tratta di personaggi “spostati”, che possono diventare pericolosi appena ritornano alla vita sociale “normale”. Proprio come il tassista interpretato da Robert De Niro nel film di Martin Scorsese. Soprattutto dopo l’esperienza del Vietnam e – più di recente – dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq, si moltiplicano i casi di reduci colpiti profondamente dallo shock generato dal conflitto militare. Accade spesso che i veterani di guerra afflitti da questo trauma rimangano bollati a vita e, incapaci di reinserirsi nella società, possano trovare difficoltà nell’accesso al lavoro e vivere in condizioni di marginalità.

Nell’aprile del 1957, Newsweek pubblicò un articolo dal titolo L’eroe in manette. L’eroe era proprio il pilota Claude Eatherly, chiuso in una cella di prigione a Fort Worth per aver scassinato due uffici postali nel Texas rurale. La sua vita dopo la guerra era ridotta a brandelli: soggetto a trattamento psichiatrico in un ospedale di Waco, detenuto in una prigione di New Orleans per aver falsificato un assegno, coinvolto in una serie di rapine nei negozi di alimentari di una piccola città. Ma i suoi crimini erano eseguiti male, in modo perfino goffo. Al punto che veniva sempre catturato. Ecco perché sia il suo psichiatra che uno dei suoi avvocati difensori giunsero alla conclusione che Eatherly avesse l’intenzione di essere scoperto.

Al processo per i furti con scasso presso l’ufficio postale, lo psichiatra di Eatherly testimoniò che il suo paziente soffriva di un complesso di colpa derivante dal suo ruolo nel bombardamento di Hiroshima. Insomma, Eatherly commetteva questi piccoli crimini perché cercava una punizione. Fu rilasciato, perché la giuria lo ritenne «non colpevole per pazzia». Ma Eatherly non è soltanto l’antesignano dei reduci sbandati dei film americani. L’ex pilota, a un certo punto della sua vita, diventa addirittura una sorta di esempio filosofico. Come spiega sempre Anne I.

Harrington sul «New York Times, la discrepanza tra l’enorme potere delle invenzioni dell’umanità e la capacità limitata di ogni singola persona di comprendere, per non parlare di controllare le implicazioni morali e pratiche di quel potere, rappresenta il “divario prometeico” teorizzato da Günther Anders”, filosofo ebreo tedesco del dopoguerra, compagno di Hanna Arendt e attivista antinucleare. Nella mitologia greca Prometeo ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, ma le invenzioni umane conseguenti scatenano nuove forme di morte, distruzione e sfruttamento. Nel mito greco, gli dei punivano Prometeo con l’eterno tormento. Per Anders, gli aviatori americani incaricati di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki sono il primo esempio di persone intrappolate nel divario prometeico. Da un lato, ingranaggi della macchina atomica: anche se avessero rifiutato l’incarico, qualcun altro lo avrebbe svolto al loro posto. Potevano essere, insomma, dei “colpevoli senza colpa».

Dall’altro lato, come partecipanti e testimoni della violenza, furono sottoposti all’enorme peso del rimorso per le loro azioni. «La tecnica ha fatto sì che si possa diventare ‘incolpevolmente colpevoli’, in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri» scrive Gunthers in una lettera a Eatherly, nell’ambito di un celebre carteggio della fine degli anni ’50 (pubblicato in Italia nel 2016). «Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiché Lei è uno dei primi che si è invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere – oggi o domani – ciascuno di noi. A Lei è capitato ciò che potrebbe capitare domani a noi tutti. È per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore». Eatherly soffrì per tutta la vita, ma fece in tempo a diventare un campione del movimento antinucleare e a riconciliarsi con le vittime di Hiroshima.