“Non è stato lui, invece di ammazzarlo l’hanno mandato in galera perché dava fastidio”. E poi ancora: “Chi ha commesso l’omicidio dovrebbe passarsi una mano sulla coscienza e farsi avanti oppure speriamo in qualche dichiarazione dei collaboratori di giustizia. Non è giusto che deve pagare lui, un innocente”. E’ il disperato appello di Anna Iadonisi e dei figli Ramon e Pasquale D’Andrea, rispettivamente madre e fratelli di Domenico D’Andrea, meglio noto come Pippotto, da 15 anni in carcere dove sta scontando una condanna all’ergastolo.

Un appello anche ai collaboratori di giustizia del clan Lo Russo per far luce sull’omicidio di Salvatore Buglione, il dipendente comunale di 51 anni ucciso a Napoli il 4 settembre 2006 nei pressi dell’edicola che gestiva la moglie in via Pietro Castellino, nel quartiere Arenella, nel corso di una rapina. Un omicidio che ha portato alla condanna all’ergastolo, nel 2007, di Pippotto che ha confessato di essere stato l’autore materiale dell’uccisione, a coltellate, di Buglione. Con lui sono state condannate altre due persone: i fratelli Antonio e Diego Palma, rispettivamente a 18 e 10 anni di carcere (già scontati). Assolto invece l’altro fratello Palma (Pasquale). Sono tutti residenti a Piscinola nel rione che ha preso il nome proprio di Pippotto, il cui soprannome “non è dovuto alla cocaina ma -chiarisce il fratello Ramon – gli venne dato involontariamente da un ragazzino sordomuto che quando eravamo piccoli non riusciva a pronunciare il suo nome, ‘Mimmotto‘”.

L’ergastolo e l’evasione

“Pippotto è stato picchiato per ore e costretto a confessare. Lui quel maledetto 4 settembre non c’era sul luogo dell’omicidio così come i fratelli Palma” continuano a sostenere i familiari del 38enne ergastolano che nelle scorse settimane è stato protagonista di una evasione, durata poche ore, nel carcere Capanne di Perugia. Pippotto aveva usufruito dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario e stava svolgendo attività lavorativa in portineria quando si è reso protagonista della breve fuga. “E’ stata una evasione di protesta, sapeva che non poteva arrivare da nessuna parte. Non aveva soldi, non aveva appoggi, niente. Ha visto la luce del sole ed è scappato perché è consapevole di essere innocente” spiega Ramon, fratello minore. “Lui ha tentato il suicidio tre volte negli ultimi tempi” aggiunge la madre.

Scarcerato con l’indulto poche settimane prime dell’omicidio di Buglione, Pippotto era considerato un “problema” sia per le forze dell’ordine che per la criminalità locale. Il motivo? Commetteva rapine in continuazione (addirittura 14 in un giorno) e questo non faceva altro che attirare l’attenzione di polizia e carabinieri creando non pochi problemi anche all’attività di spaccio e di controllo del territorio da parte dei clan di camorra.

“Non erano sul luogo dell’omicidio”

In quegli anni tra Miano e Piscinola era egemone il clan Lo Russo guidato da Salvatore Lo Russo, boss divenuto dopo l’arresto, così come la maggior parte dei suoi familiari, collaboratore di giustizia. Stando alla ricostruzione dei familiari di D’Andrea, il giorno dell’omicidio (4 settembre) dell’edicolante sia Pippotto che i fratelli Palma non si trovavano sul luogo dell’omicidio. Sarebbero stati arrestati successivamente (17 settembre) dalla squadra mobile di Napoli guidata all’epoca da Vittorio Pisani perché “occorreva dare una risposta immediata all’opinione pubblica dopo quanto accaduto e quindi hanno fermato quattro rapinatori seriali che creavano problemi” sostiene Ramon.

I punti oscuri secondo i familiari

Che aggiunge: “Possibile che una persona accusata di aver commesso un omicidio il 4 settembre, il giorno dopo torna nella stessa zona per commettere una rapina? Perché Pippotto è stato inseguito dalla polizia il 5 settembre sempre in via Castellino”. L’altro fratello Pasquale conferma: “Lasciò lo scooter a terra e scappò a piedi, qualche ora dopo venne la polizia sotto casa nostra perché ero io l’intestatario del motorino. Poi il 17 sono ritornati a prendersi Pippotto che stava giocando a carte con alcuni amici. Uno che commette un omicidio se ne sta liberamente a giocare a carte sotto casa?” chiede.

Altro aspetto che sottolineano i familiari di D’Andrea è quello relativo alle numerose ore passate in Questura dopo il fermo. “Quando sono venuti sotto casa – continua Pasquale – l’hanno portato in Questura con la scusa che non aveva i documenti ma lui era uscito da poche settimane dal carcere e non li aveva ancora”. Una volta giunto negli uffici di via Medina secondo i familiari sarebbe stato picchiato fino allo sfinimento e alla successiva confessione.

La madre ricorda: “Andai fuori la Questura per chiedere informazioni su mio figlio ma i poliziotti hanno sempre negato tutto. Mi dicevano ‘signora qui non c’è nessun Domenico D’Andrea se ne torni a casa‘, ma io sapevo che era lì”. “Sono stati quasi una giornata lì dentro senza chiamare nemmeno gli avvocati” sottolinea Ramon. Poi due settimane dopo l’arresto, alla prima visita in carcere, le condizioni di Pippotto “erano terrificanti” spiega Anna Iadonisi e il figlio Pasquale. “Non riusciva a camminare tanto che doveva essere sorretto da due persone. Non riusciva nemmeno a parlare. Abbiamo chiesto le cartelle cliniche ma non avevano nulla. Preciso che mio figlio non è un santo, ha commesso tanti errori ma da qui ad uccidere una persona ce ne passa. Lui era fuori controllo, non riuscivamo a tenerlo a bada ma non è un assassino”.

Lo stesso Pippotto, in una recente videochiamata dal carcere, ha spiegato di essere “stato legato al tavolo. Poi mi hanno messo un imbuto in bocca versandovi acqua e sale. Non ce la facevo più e ho confessato per paura”. Ramon precisa: “Possibile che uno che confessa poi non rivela agli investigatori dove si trovava l’auto della rapina e il coltello utilizzato per uccidere l’edicolante? Tra l’altro dall’autopsia è emerso che la coltellata l’ha data un mancino, mio fratello invece è destro. Inoltre quando commetteva le rapine utilizzava sempre e solo una pistola giocattolo”.

Ma perché denunciare tutto questo a distanza di tanti anni? “Perché all’epoca avevamo paura di parlare per il contesto in cui vivevamo. I miei due figli, Ramon e Pasquale, erano in carcere anche se da anni hanno cambiato vita e lavorano onestamente. Io – spiega la madre di Pippotto – ero stata abbandonata da mio marito”.

Ciro Cuozzo e Rossella Grasso