Enrico Letta ha avanzato pubblicamente una proposta per intervenire su una distribuzione del reddito peraltro sempre più intollerabile. Il segretario del Pd ha proposto di aumentare in modo progressivo la tassa di successione, con una franchigia a un milione di euro. Si sa che su questo tipo di tasse, anche se non solo su queste, l’Italia è un caso limite in Europa. Avendo il grado più basso di entrate. Vincenzo Visco ha scritto che “se riferita all’intero sistema fiscale si tratta di un intervento marginale, poco rilevante, salvo che per i ricchi veri”. Niente a che vedere con l’attacco alle ricchezze che muove l’amministrazione Biden.

Eppure l’uscita di Letta è diventata un caso. Un po’ perché una volta tanto il Pd rompe il silenzio del dormiente e dice una cosa giusta. Un po’ perché, in ciò che resta della politica, le tasse sono un tabù, specie quelle che dovrebbero toccare ai ricchi. Un tabù per le destre ovunque collocate, ma pure per il centrosinistra. Dunque bene, verrebbe da dire. Bene che il segretario del Pd abbia avanzato questa proposta, accogliendo quella precedentemente lanciata da Fabrizio Barca. Peraltro, Letta non ha neppure dovuto uscire dal suo seminato, giacché la tassa di successione è sempre stata nel cuore del pensiero liberale e dei suoi leader, fino a Luigi Einaudi.

Non so se Letta immaginasse di essere sommerso dall’ immediata ondata di critiche che la sua uscita ha suscitato. Vedremo se a questa ondata di critiche reagirà promuovendo una lotta politica – categoria data per dispersa – per sostenere la sua proposta. Ma il Pd è parte organica del governo Draghi. Il presidente del Consiglio, a una domanda per conoscere la sua posizione sulla proposta Letta, ha risposto: no. Le ricchezze non si toccano. Non è il momento – ha detto- e chissà quando mai lo sarà. Qui però i problemi sono due.

Il primo riguarda la politica di questo governo. La replica di Draghi è significativa di un suo più generale orientamento sulla questione della distribuzione del reddito. Le forze politiche della maggioranza, è vero, che contano poco: ma se volessero uscire dal campo della propaganda in cui sono confinate, dovrebbero farci sapere cosa pensano del programma del governo, cioè del loro programma.

Il secondo problema riguarda direttamente Letta. Il Pd non è un partito di opposizione che può lanciare le sue proposte e affidarsi all’iniziativa parlamentare. Il Pd è al governo. È lì che dovrebbe portare avanti , allora, la sua proposta. Nel consiglio dei ministri, e poi dovrebbe dare conto al Parlamento e al paese del consenso ottenuto sulla sua proposta. Oppure del compromesso raggiunto su di essa. Oppure del suo rifiuto. Ma quest’ultimo non potrebbe essere indolore e dovrebbe chiamare il partito all’iniziativa politica. Altrimenti il governo fa la politica e ai partiti – in questo caso al Pd – resta solo la propaganda.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.