Il poeta Eschilo, nella tragedia intitolata Eumenidi, ricorda che il processo celebrato contro Oreste il matricida si risolve attraverso l’intervento di Atena che decide di graziare il colpevole per avviare un nuovo capitolo della storia umana. Diremmo che si tratta di una decisione poco “efficiente”, in quanto poco prevedibile, eppure talmente giusta che le divinità vendicatrici del delitto materno (le Erinni) si tramutano in Benevole, le Eumenidi appunto. Questo per chiarire come l’uso della tecnologia per la giustizia civile e penale, quanto meno negli Stati di diritto (tra i quali, sempre più faticosamente invero, annoveriamo anche l’Italia), non sia un bene in sé e per sé (l’oscuro regno delle italiche intercettazioni in fase di indagini preliminari ne è prova eloquente). La tecnologia può essere servente rispetto alla giustizia soltanto se abbiamo ben chiari gli scopi per cui la utilizziamo. Lo scopo della giustizia è rendere una decisione giusta in tempi ragionevoli. Il resto – Csm, Ministero, Anm, dirigenti, leggi, regolamenti e circolari – deve servire (e aggiungo: con umiltà) questo scopo. Provo a stilare un decalogo.
1) Mezzi e risorse: occorre rivedere in modo strutturale le piante organiche di tribunali e procure su tutto il territorio nazionale e redigere un report analitico (ci vogliono sei mesi) sull’edilizia giudiziaria;
2) definizione dello standard di rendimento del magistrato italiano, requirente e giudicante;
3) funzionamento potenziato – oggi è un funzionamento stentato – del processo telematico: il fermo totale di novembre ancora deve trovare adeguate spiegazioni;
4) costituzione di un “filtro” per Tribunali e Procure, con giudici addetti a coordinare gruppi di lavoro composti anche da giudici onorari e tirocinanti, che serva a “calendarizzare” la trattazione degli affari, imponendo di affrontare con priorità le questioni più rilevanti per impatto umano, sociale, ed economico, e indicando da subito il probabile esito negativo (cioè inutile) del processo (il filtro oggi esiste per il giudizio in Cassazione e per l’appello, ma si potrebbe fare molto meglio);
5) quanto sopra elencato può essere realizzato e aggiornato attraverso l’utilizzo di meccanismi di “IA” (intelligenza artificiale), collettori potenti di “big data”;
6) riduzione drastica del numero di udienze, anche grazie all’uso del “filtro”, con possibilità di riutilizzo degli spazi giudiziari già esistenti, evitando l’accrescimento infinito di essi (con i relativi costi di mantenimento: non è l’aumento delle udienze che fa durar meno i processi, ma il contrario, con buona pace del professor Giavazzi);
7) la pronuncia del Consiglio di Stato 8 aprile 2019 n. 2270 insegna che il procedimento amministrativo può essere gestito anche da un sistema informatico per mezzo di un algoritmo, purché non eluda i principi del (giusto) procedimento (pubblicità, trasparenza, ragionevolezza, proporzionalità): perché il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi spettante al Csm non si attua attraverso un algoritmo, la cui creazione sia però oggetto di profondo dibattito dentro la magistratura e con la società civile? A patto che l’algoritmo premi chi ha lavorato come magistrato, e non chi ha espletato incarichi di altra, pur fascinosa, natura;
8) un “software” adeguato può monitorare il grado di riforme subite in appello dalle pronunce dei tribunali;
9) il mito della prevedibilità della decisione giudiziaria può cedere il passo alla condivisibile necessità che le decisioni del giudice siano socialmente accettabili (secondo il concetto di certezza del diritto in senso sostanziale): sul rigore dell’argomentazione dobbiamo tutti – legislatore, magistratura, avvocatura – ritornare a investire seriamente in formazione;
10) siamo ancora in attesa di una regolamentazione legislativa generale e uniforme sulla celebrazione del processo da remoto, che è una opportunità da cogliere, ma col dovuto rigore.
C’è molto da fare. Chi è pronto? *magistrato