Inauguriamo oggi “Librarsi”, rubrica che ogni mercoledì stimolerà una riflessione sui temi cari al Riformista, prendendo spunto dai più recenti casi editoriali.

Andrea Di Consoli, con Tutte queste voci che mi premono dentro, inaugura la collana diretta da Fabrizio Coscia per Editoriale Scientifica (p. 150, euro 13) che ci entusiasma per almeno tre ragioni. Il nome: S-Confini, raffinata evocazione di realtà e linguaggi che vogliono sfuggire a facili etichettature; il prodotto editoriale di grande eleganza; la prospettiva prescelta per raccontare la traversata del nostro tempo, cioè una “prosa nomade”, di voci viandanti.
Con l’andamento vivido e raccolto di una conversazione tesa nell’intreccio di ricordi e presenze, scelte morali e dubbi, osservazione rispettosa e critica luminosa, Di Consoli attua la vocazione forse più impellente di ciascuno scrittore: trovare la cadenza giusta per gettar luce su una visione sincera. La profonda musicalità che attraversa queste pagine trasforma il libro in una partitura fitta di rimandi interni e, benché apparentemente molto diversi siano i temi, i soggetti, le considerazioni che si susseguono con libertà e coraggio, il miracolo sta in questo: che noi seguiamo la voce attraverso la scrittura nella sua ansia appassionata di dare «luce, più luce» al mondo, alla storia, alla politica, al senso dell’esperienza di essere uomini e donne del Sud d’Italia.

Difficilmente avrei potuto trovare un libro più adatto a inaugurare questa rubrica: nelle prime pagine ci imbattiamo infatti nel ricordo della militanza (al modo di Di Consoli, certo) comunista dell’autore, quando «non avevo ancora maturato la mia attuale posizione riformista, liberalsocialista e, tutto sommato, individualista – o, per meglio dire, solitaria». Già in questa perfetta specificazione dell’individualismo (additato in Italia come l’origine del male dalle scuole di pensiero di pressoché ogni ordine e grado) nel “solitarismo”, il lettore trova una traccia, anzi di più, una luce per intendere la sincerità di voce che va raccontando del G8 di Genova, dell’ex manicomio di Aversa, dei paesi al confine tra Calabria e Lucania, di Padre Pio e San Francesco di Paola, di Saba e Galeano. A proposito del populismo di quest’ultimo, l’autore annota «l’amaro sospetto per cui un intellettuale, per essere ascoltato, deve anzitutto denunciare, accusare, aizzare e trafficare con l’apocalisse morale». Col che egli fornisce una chiave di lettura affilata degli accadimenti del nostro mondo, anche politico (per esempio, delle sbandierate riforme della giustizia).

Le pagine dedicate al Sud «umile e devoto» sono l’ultimo tassello di questo libro miracoloso: la vera, profonda, palpitante pietas che Di Consoli esprime per le storie dei reclusi nel manicomio aversano – senza proclami, senza roboanti introiezioni foucaultiane – dà accesso alla effettiva capacità curativa di Tutte queste voci che mi premono dentro. Si tratta, infatti, di mettersi in ascolto e in osservazione di quanto viene relegato o si autorelega ai margini del campo visivo. Ed è così, per esempio, che si riconosce che le cartelle cliniche dei malati mentali rinchiusi ad Aversa «sono parte della mia storia, e prima o poi le leggerò, e passerò del tempo per capirle, per portare luce, più luce, tra le anime in pena della Storia».