Lara Comi «gode di una rete relazionale di alto livello» e «può contare sulla sua visibilità politica»? Inoltre ha fondato ben quattro associazioni (di cui una si chiama Popolo delle libertà, il che ricorda qualcosa di politico)? Meglio rinchiuderla in casa, in modo che, privata dei suoi rapporti prestigiosi e della sua comunità politica, non possa più commettere reati. È questo il senso dell’ordinanza di custodia cautelare che, a sei mesi dall’inizio dell’inchiesta “Mensa dei poveri” e con gli altri indagati ormai tutti liberi (tranne uno), ha dato un colpo di coda a un’inchiesta ormai morente. Per lo meno rispetto a come si era presentata quel giorno. Quel 7 maggio 2019 a Milano. Sembravano due mitragliate di kalashnikov, si sono ridotte a due colpi a salve, quelli sparati a Milano il 7 maggio scorso, quando la Direzione distrettuale antimafia, con una pomposa conferenza stampa dello steso procuratore capo Francesco Greco, sanciva che «da tempo in Lombardia politica e imprenditoria locale sono colluse con le cosche del territorio. C’è una sinergia tra le cosche della ‘ndrangheta e imprenditori del luogo». E del resto come dargli torto di fronte a un’inchiesta con 95 indagati e un blitz con 43 provvedimenti di custodia cautelare di cui 12 in carcere? La prima mitragliata, che ha portato in galera politici e imprenditori con questo grave sospetto di “mafiosità” non era però seconda all’altro colpo, la caccia al pesce grosso, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.

Non è un caso che il Corriere della sera il giorno dopo abbia dedicato all’evento le prime cinque pagine nazionali, oltre a quelle locali, una delle quali interamente riservata proprio al governatore. Tra notizie e commenti non mancava niente: l’associazione a delinquere con l’aggravante di aver favorito le mafie, la corruzione, il finanziamento illecito dei partiti, la turbativa d’asta, la spartizione negli appalti pubblici. Effetto mediatico spaventoso, molto efficace. Chi potrebbe infatti mai contestare anche un uso eccessivo delle manette se a Milano e in Lombardia c’è la mafia?

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Il punto di partenza aveva riguardato piccoli appalti sulla raccolta dei rifiuti piuttosto che il “piano neve” e un imprenditore che era in contatto con un altro. È cominciata proprio così. Solo che questo altro, Daniele D’Alfonso, ha due caratteristiche che fanno rizzare le antenne agli inquirenti: è di Corsico, zona sospetta per le infiltrazioni mafiose, ed è in contatto con alcuni politici milanesi di Forza Italia. Siamo alla vigilia delle elezioni del 2018 e qualunque conversazione diventa sospetta, qualunque attività lavorativa sembra una finzione, qualunque passaggio di denaro è una mazzetta. Il tutto con lo sfondo della mafia. Perché D’Alfonso è la stessa persona che offre un lavoro al giovane consigliere comunale Pietro Tatarella e lo retribuisce con 5.000 euro al mese, ma anche quello che, nella sua attività di imprenditore nei servizi ambientali, assume come lavoratori delle persone di Corsico e Buccinasco considerate vicine alle storiche famiglie mafiose del luogo. Lo snodo è tutto lì. Ma poi, in una sorta di catena di S.Antonio che va da Milano a Varese, si arriva a un altro personaggio chiave, Nino Caianiello, un ex socialista passato a Forza Italia, molto abile in relazioni e trattative. E da lì a incontri in quel ristorante “Berti” vicino alla Regione Lombardia, dove si dice che Gorbaciov gradisse l’ossobuco e Craxi il bollito, mentre Formigoni preferiva il riso al salto, ma che Caianiello un giorno definì, proprio al telefono con Fontana, “mensa dei poveri”. Forse ironicamente, e non immaginando di aver dato il nome a un’inchiesta giudiziaria fondata anche su intercettazioni in quel ristorante tutt’altro che per nullatenenti.

La storia del presidente della Lombardia sarebbe ridicola, se non fosse tragica. Prima è sospettato di corruzione, poi di essere vittima della tentata corruzione e infine indagato per abuso d’ufficio. Tipico caso di caccia al pescecane finita con pesca di sardine. La mafia nel frattempo è sparita dall’inchiesta, se non nel reato per cui è indagato D’Alfonso, che è per questo ancora agli arresti domiciliari (deve essere davvero pericoloso, visto che non è neppure in carcere) perché i termini di custodia cautelare scadono nel prossimo maggio. Tutto il resto si è trasformato in una piccola, triste, non sappiamo ancora quanto fondata, parodia di quel che fu la Tangentopoli degli anni Novanta. Dalla Milano da bere alla Milano da mangiucchiare? E il gran finale dell’arresto di Lara Comi? “Il solito meccanismo del tipo d’autore, o della colpa d’autore”, dice Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano. E mai definizione fu più indovinata: prima individuo il colpevole, poi gli cucio addosso i reati. E sparo ancora qualche colpo a salve, visto che con il kalashnikov mi è andata male.