Referendum giustizia
L’avvocato Gomiero: “Travaglio e Gratteri si sbagliano di grosso, chiedete pure a un indagato: sei contento che chi ti accusa sia collega di chi ti giudica?”
Il presidente della Camera Penale Veronese, favorevole al referendum sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, spiega perché questo cambiamento sarebbe un passo in avanti per tutti
Il referendum si avvicina e la riforma delle carriere di giudici e pubblici ministeri è al centro del dibattito pubblico. Tra i sostenitori della divisione delle carriere c’è l’avvocato Stefano Gomiero, presidente della Camera Penale Veronese che spiega perché il cambiamento rappresenterebbe un passo in avanti per tutti.
Oggetto di critica in particolare è il sorteggio dei membri del Csm. I contrari sostengono che rischi di umiliare la magistratura o di renderla più esposta alla politica. È davvero così?
«Direi di no. Prima di tutto bisogna chiarire che il Consiglio Superiore della Magistratura non è un organo di rappresentanza politica dei magistrati. Non è il loro “parlamento”, ma un organo di alta amministrazione previsto dalla Costituzione che si occupa di trasferimenti, promozioni e disciplina. Oggi i membri laici vengono di fatto individuati attraverso accordi tra i partiti, mentre la componente togata è fortemente influenzata dal sistema delle correnti interne alla magistratura. Il sorteggio è stato pensato proprio per ridurre i rapporti di credito e debito tra eletti ed elettori e limitare il peso delle correnti. Non è una malattia, ma una cura a un problema che è emerso chiaramente anche dopo lo scandalo Palamara».
Il cuore della riforma resta, però, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Perché la ritiene necessaria?
«Semplicemente perché il nostro processo è accusatorio. Dal 1989, con il codice di procedura penale ispirato al modello anglosassone, accusa e difesa devono confrontarsi davanti a un giudice terzo e imparziale. La Costituzione lo ribadisce all’articolo 111: il processo si svolge nel contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo. Ma oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, hanno la stessa carriera e condividono lo stesso organo di autogoverno. Questo crea un legame ordinamentale tra chi accusa e chi giudica. Io ho incontrato sempre giudici imparziali, ma non davvero terzi. Del resto terzo e imparziale non sono sinonimi. E la terzietà, in un processo accusatorio, è fondamentale».
Lei sostiene anche che l’unitarietà della magistratura sia un retaggio storico preciso.
«Sì, l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri fu voluta dal fascismo con la riforma del 1941, promossa dal ministro Dino Grandi. In quel modello il pubblico ministero e il giudice istruttore avevano l’obiettivo di punire. Era un sistema inquisitorio, basato di fatto su una presunzione di colpevolezza. Con il processo accusatorio e con il principio della presunzione di innocenza il paradigma è cambiato completamente. Oggi il pubblico ministero deve cercare sia gli elementi a carico sia quelli a discarico e il giudice deve verificare criticamente il suo lavoro. Per questo è logico che le due figure non appartengano alla stessa “casa”».
Alcuni commentatori come Travaglio e Gratteri sostengono che questa riforma sia sbagliata e indebolisca la magistratura. Perché secondo lei si sbagliano?
«Perché partono da una premessa che non condivido: l’idea che il pubblico ministero sia una sorta di “primo giudice del fatto”. Questa è una visione che non appartiene al processo accusatorio ed è paternalistica. Il pubblico ministero è una parte processuale, anche se rappresenta lo Stato. Deve indagare e raccogliere prove, ma il suo lavoro deve essere verificato da un giudice realmente indipendente. Se giudice e pubblico ministero restano ordinamentalmente collegati, il rischio è che il giudice finisca per validare automaticamente il lavoro del collega. La separazione delle carriere non indebolisce la magistratura: la rende più coerente con il sistema processuale e rafforza la credibilità del giudice».
Un altro punto della riforma riguarda l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Qual è l’obiettivo?
«L’obiettivo è superare quella che spesso viene definita una “giustizia domestica”. Oggi le questioni disciplinari sono gestite all’interno dello stesso sistema. Con una corte autonoma si introduce un livello di controllo più trasparente. Anche qui la componente togata resta maggioritaria, quindi non c’è nessuna invasione della politica».
Avvocato, è una riforma liberale?
«Il giudice deve essere davvero indipendente dall’interno e dall’esterno, solo così il processo può essere il luogo in cui accusa e difesa si confrontano ad armi pari davanti a un arbitro realmente terzo. Chiedete all’indagato se è contento che chi lo accusa sia collega di chi lo giudica».
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