Sui giornali si parla tanto di Blackout Challenge, la sfida di resistenza al soffocamento che starebbe mietendo vittime soprattutto tra i giovani. Ma quanto è facile trovarla sui social? È davvero così accessibile per un bambino? Insieme a Livio Varriale, giornalista esperto di web e autore di libri come “Cultura digitale – Manuale di sopravvivenza per genitori” e “La prigione dell’uminità – dal Deep Web al 4.0” abbiamo provato a cercare la blackout challenge.

Abbiamo scandagliato diverse tipologie di siti, tra cui anche quelli per adulti, visto che il soffocamento spesso è collegato a pratiche erotiche, e non abbiamo trovato nulla. Poi abbiamo passato in rassegna tutti i social e l’unica traccia di blackout challenge e sfide affini che abbiamo trovato consiste nell’enorme volume di articoli scritti sulla triste vicenda della bambina di 10 anni trovata soffocata da una cintura al collo a Palermo. Abbiamo cercato attentamente anche nel dark web e non abbiamo trovato nulla. “Per anni ci hanno detto che lì si trovava qualsiasi tipo di nefandezza ma alla fine il dark web serve solo per far girare soldi con affari sporchi”, spiega Varriale.

La bambina di Palermo, dunque, come ha fatto a trovare quelle challenge? “Potrebbe aver ricevuto qualche messaggio privato che la invitava a partecipare alla sfida – dice Varriale – La sfida è difficile da trovare ed è probabile che sia stata la stessa narrazione dell’episodio ad aumentare la portata del fenomeno. Lo dimostra il numero delle ricerche effettuate per ‘Black Out challenge’ che sono sempre relative all’episodio di cronaca”.

Ed è qui che è fondamentale la partecipazione degli adulti, non solo come controllo ma anche per la diffusione della cultura digitale. “Per i bambini i social sono una porta di condivisione di uno spazio virtuale tra l’adulto e il bambino. Quest’ultimo è troppo piccolo per saper discernere tra giusto e sbagliato e osserva delle tendenze che sono assolutamente improduttive per la sua psiche. YouTube è un social più passivo: si sta lì e si guarda“. Invece Facebook e Instagram prevedono un’interazione. “Qui molte persone mostrano il proprio corpo per avere più like alle foto. TikTok nasce come il social delle sfide. È obbligatoria una partecipazione attiva. Per avere maggiore visibilità in meno tempo bisogna partecipare a quante più sfide è possibile e così i bambini sono finiti per scimmiottare quelli che sono i comportamenti dei grandi. Questo non vuol dire demonizzare un social perché ci sono anche persone che mettono in luce le loro peculiarità”.

Per l’esperto di web un ruolo importante in questa narrazione ce l’hanno i genitori dei bambini, a partire dal fatto che l’iscrizione ai social per legge è consentita dai 13 anni in su. Trasmettere l’idea che si può eludere una simile legge è sbagliato e trasmette un messaggio sbagliato. “Un genitore deve sapere cosa guarda il figlio – conclude Varriale – essere a conoscenza di quali sono i luoghi virtuali che il figlio frequenta, deve applicare dei filtri alla navigazione, soprattutto se il bambino sta solo molte ore e in possesso di dispositivi. Spesso i genitori cadono nell’errore di affidare i dispositivi digitali ai bambini per avere meno stress. È importante anche diffondere la cultura della legalità per cui se c’è un divieto per i minori di 13 anni a essere iscritto ai social quella legge va rispettata“.

Il caso della bambina di Palermo ha acceso un campanello d’allarme tanto da spingere anche il Garante della Privacy a prendere provvedimenti con immediatezza. “Già a dicembre il Garante aveva aperto un’istruttoria nei confronti di TikTok – ha spiegato Ginevra Cerrina Feroni, Vicepresidente dell’Aurotorità Garante per la privacy – contestando la semplicità di iscrizione per i minori, il fatto che non c’è verifica dell’età anagrafica, la scarsa chiarezza su come venissero trattati i dati, l’automatismo con cui una persona si iscrive e il profilo è pubblico. Dopo il caso di Palermo abbiamo inibito il social a tutti i minori: se l’età non è verificata può solo essere uno spettatore passivo. Ma sappiamo che questo è un filtro insufficiente”.

Il garante adesso sta lavorando con tutti i social per trovare una soluzione alla tutela dei minori. Al tavolo non c’è solo TikTok ma anche Facebook, Instagram e altri. “Sarebbe bene che questi social utilizzassero la grande quantità di dati che conservano a scopo commerciale per trovare un modo per controllare. E poi è fondamentale il coinvolgimento delle famiglie: sono loro a dover parlare con i figli e a spiegare i pericoli del web”.

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.