Provate a misurare un Paese non da ciò che ha, ma da quanto ci mette. Quanti mesi passano da quando un governo annuncia una grande infrastruttura a quando il primo treno la attraversa. Quanti anni intercorrono tra un piano industriale e la prima fabbrica che apre. Quanto tempo separa la scoperta di un giacimento dalla prima molecola di gas che entra in rete. Misurato così, l’Italia non è una nazione povera: è una nazione lenta. E la lentezza, oggi, è la forma contemporanea della povertà. Chiamo questa grandezza latenza sistemica. È il tempo che intercorre tra l’identificazione di un obiettivo collettivo e la sua realizzazione operativa. È una misura semplice da definire e devastante nella sua portata. Quando il tempo tra idea, decisione e azione si dilata oltre una certa soglia, il sistema smette di trasformare le proprie risorse in risultati. Le risorse restano. I risultati no. L’economia neoclassica ci ha insegnato a misurare gli stock — PIL, capitale, ricchezza accumulata. La nuova economia istituzionale, da Douglass North in poi, ci ha insegnato a guardare le regole. Ronald Coase e Oliver Williamson hanno aggiunto la misura dei costi di transazione, dimostrando che ogni scambio incorpora un costo nascosto. Robert Shiller ha portato dentro l’analisi macroeconomica il peso delle narrazioni. Manca, in questo apparato, una grandezza temporale: il tempo che un sistema impiega a fare ciò che ha deciso di fare. La latenza è il pezzo mancante.

Lo Stato non accorcia il tempo tra decisione ed esecuzione

La cosa interessante è che la latenza non coincide con la qualità delle istituzioni misurate dagli indicatori convenzionali. L’Italia ha una magistratura indipendente, una pubblica amministrazione formalmente moderna, una Costituzione tra le più protettive al mondo. Eppure, per portare a termine una tratta ferroviaria della stessa lunghezza, Madrid impiega un terzo del tempo di Roma. Per costruire un terminal di rigassificazione, la Germania nel 2022 ha tenuto i tempi del Paese del Golfo che gliene forniva il gas. Da noi i terminali esistono perché c’erano già, o perché Snam è una macchina di rara efficienza. Non perché lo Stato sappia accorciare il tempo che separa una decisione dalla sua esecuzione.

I tre motivi della lentezza italiana

La latenza italiana è il prodotto di tre fattori che operano insieme. Il primo è il disallineamento tra la scala dell’obiettivo e l’autorità che lo deve realizzare: ogni grande progetto in Italia coinvolge venti soggetti pubblici diversi, ciascuno con potere di veto, nessuno con potere di chiusura. Il secondo è l’instabilità del quadro regolatorio: norme che cambiano ogni tre anni, contenziosi che si moltiplicano, certezze che non maturano mai. Il terzo, il più sottovalutato, è l’assenza di una visione condivisa di Paese che permetta a operatori economici, istituzioni e cittadini di muoversi nella stessa direzione senza dover rinegoziare ogni volta il significato dell’azione collettiva. Thomas Schelling, in una pagina del 1960, lo chiamò punto focale: la rappresentazione condivisa che permette a soggetti diversi di convergere su un esito senza dover negoziare a uno a uno. Le grandi trasformazioni nazionali — la Quinta Repubblica francese, il miracolo coreano, la Vision 2030 saudita, la riunificazione tedesca — hanno sempre avuto un punto focale. A noi, da troppo tempo, manca.

La latenza si traduce, nella pratica italiana, in cifre quantificabili. L’Italia possiede oltre 11.700 miliardi di euro di ricchezza netta privata, 6.150 miliardi in forma finanziaria, più di 1.130 miliardi parcheggiati in conti correnti a rendimento reale negativo. È, in proporzione al PIL, una delle nazioni più ricche del mondo. Ed è una nazione che cresce, in media, dello 0,6% all’anno da venticinque anni. Il capitale c’è e non si muove. Non si muove perché il tempo che separa l’investimento dal ritorno è incerto, le regole cambiano, la direzione del Paese non è leggibile. Milioni di scelte razionali individuali di rinvio producono il blocco collettivo che ci portiamo addosso.

Ho provato a calcolare, partendo dai dati geopolitici e infrastrutturali disponibili — l’apertura del SoutH2 Corridor, l’attivazione di ElMed, la crescita di Gioia Tauro a 4,5 milioni di TEU nel 2025, l’export italiano al record di 643 miliardi, la traiettoria demografica africana — cosa accadrebbe se l’Italia adottasse una visione nazionale capace di funzionare da punto focale: la Repubblica del Mare, proiezione del Paese come piattaforma logistica, energetica e commerciale del Mediterraneo allargato, con orizzonte al 2046, anno del centenario della Repubblica. Lo scenario inerziale — l’Italia che continua a fare ciò che ha fatto negli ultimi venticinque anni — porta il PIL dai 2.258 miliardi del 2025 a 2.527 miliardi nel 2040 e a 2.642 nel 2046. Il tasso medio è quello che conosciamo: poco più dello 0,7% all’anno. Lo scenario centrale della Repubblica del Mare, quello prudente, porta il PIL a 3.220 miliardi nel 2040 e a 3.620 nel 2046. Il tasso medio è del 2,3%. La differenza al centenario è di 978 miliardi di euro. È il dividendo della visione: poco meno di mille miliardi che oggi non vediamo, e che diventano disponibili solo se il Paese si dà una direzione di marcia capace di reggere oltre la legislatura. Non è una scommessa: è una conseguenza meccanica della riduzione della latenza in un sistema in cui le risorse esistono già. John Kotter, lo studioso di Harvard che ha analizzato più di cento processi di grande trasformazione organizzativa, ha dimostrato che le visioni di lungo periodo falliscono quando non producono successi visibili nel breve. Per questo il 2046 è la meta ma non lo strumento: la traiettoria deve essere costellata di vittorie intermedie misurabili — il primo terminal autorizzato in dieci mesi, la prima ZES di nuova generazione operativa entro il 2028, Gioia Tauro stabilmente nei primi cinque porti europei entro il 2032, il PIL che torna a crescere sopra l’uno e mezzo per cento dal 2030. Ogni vittoria intermedia rinforza la successiva. Senza tappe, la visione collassa. Con le tappe, anche le riforme già fatte cominciano finalmente a produrre i risultati attesi.

L’Italia ha il capitale, ha la manifattura, ha la posizione geografica, ha la cultura. Le manca il tempo — non quello fisico, di cui dispone, ma quello istituzionale, che continua a sprecare. Recuperare la latenza è la riforma di sistema che precede ogni altra: senza, qualunque altra riforma fallisce; con, persino le riforme già fatte cominciano a produrre. Le nazioni vincenti del nostro tempo non sono necessariamente le più ricche né le più innovative: sono le più rapide. Sanno decidere e poi sanno fare. E sanno dove vogliono andare. Il 2 giugno del 2046 saremo tutti vent’anni più vecchi: è inevitabile. Ciò che non è inevitabile è in quale Paese ci sveglieremo quel mattino. Le risorse per scegliere il Paese giusto le abbiamo. La geografia anche. Manca solo il tempo recuperato, la latenza ridotta, la visione condivisa. Cento anni di Repubblica sono una cornice che la Storia ci offre. Sprecarla sarebbe l’ultima latenza che ci possiamo permettere.

Avatar photo