Meno direttive, più lavoro
L’Europa delle regole ha dimenticato le persone
Abbiamo davanti un mondo sempre più difficile: la guerra alle porte dell’Europa, nuovi equilibri internazionali, una competizione economica e tecnologica durissima, famiglie e imprese preoccupate, giovani che guardano al futuro con meno fiducia. La politica deve ricordarsi perché esiste e per chi esiste. Nei documenti che hanno segnato la storia della nostra famiglia politica ritroviamo parole che conosciamo bene: dignità della persona, libertà, responsabilità, sussidiarietà, solidarietà, economia sociale di mercato. Non sono concetti del passato. Sono la nostra identità. Siamo la principale forza politica europea e abbiamo promesso lavoro, sicurezza, crescita e prosperità. Se qualcosa non funziona dobbiamo cambiarlo. Ripartendo da un principio: la persona viene prima. Prima delle ideologie, delle procedure, della burocrazia. L’Europa è stata costruita per migliorare la vita delle persone, non per chiedere alle persone di adattare la propria vita alle sue regole. Guardiamola con gli occhi di un cittadino. Hai lavorato e risparmiato una vita per comprare una casa e vuoi decidere liberamente come utilizzarla? Rischi di sentirti rispondere: dipende dalle regole europee. Ma per milioni di famiglie la casa è sicurezza e il patrimonio che una generazione lascia alla successiva. Fatichiamo a costruire le case di cui hanno bisogno i giovani, ma siamo velocissimi nell’introdurre nuovi obblighi su quelle esistenti.
Pensiamo all’automobile. Dobbiamo ridurre le emissioni, ma non possiamo decarbonizzare l’Europa deindustrializzandola. Se imponiamo alle nostre imprese costi e vincoli che rendono impossibile competere e poi importiamo ciò che prima producevamo noi, non abbiamo realizzato una transizione: abbiamo trasferito altrove produzione, lavoro, tecnologia e spesso anche le emissioni. Pensiamo ai farmaci innovativi. Per chi ha un tumore o una malattia rara, l’innovazione non è una statistica: è speranza, è tempo di vita. Eppure troppo spesso tra una scoperta e il paziente si frappongono procedure e tempi diversi da Paese a Paese. Il tempo della burocrazia non è il tempo della malattia. Qui abbiamo bisogno di più Europa: più ricerca, più sperimentazioni cliniche, più capacità produttiva, procedure più rapide. Dobbiamo diventare una potenza europea della salute. È questo il senso della sussidiarietà: più Europa dove è indispensabile e meno Europa dove non è necessaria. Più Europa sulla difesa, sull’energia, sulle frontiere, sulla ricerca, sulla salute e sul mercato dei capitali, trasformando il nostro risparmio in investimenti. Più Europa sulla politica industriale, perché se perdiamo l’industria perdiamo competenze, tecnologia e autonomia. Ma meno Europa quando una decisione può essere presa meglio dagli Stati, dai territori e dalle persone. Gli europei non hanno bisogno di una grande amministrazione di condominio. Hanno bisogno di una grande potenza politica europea.
E poi c’è la solidarietà. Pensiamo alla ceramica: 80 mila posti di lavoro in Europa, 20 mila in Spagna, sono a rischio se non interveniamo sulle quote gratuite dell’ETS. Oggi è la Spagna o l’Italia; domani potrebbe essere un altro Paese. La difficoltà di uno deve diventare responsabilità di tutti. Perché quei lavoratori sono europei. L’economia sociale di mercato ci ricorda una verità semplice: la ricchezza, prima di essere redistribuita, deve essere creata. Senza imprese non c’è lavoro. Senza lavoro non c’è crescita. Senza crescita non c’è welfare sostenibile. Nel 2029 i cittadini non ci chiederanno quante direttive abbiamo approvato. Ci chiederanno: la mia vita è migliorata? Il mio lavoro è più sicuro? Il mio stipendio vale di più? Posso permettermi una casa? Se mi ammalo, posso accedere alle cure migliori? Posso avere fiducia nel futuro dei miei figli? Non dobbiamo inventare una nuova identità: abbiamo già i nostri valori. Dignità della persona, libertà e responsabilità, sussidiarietà, solidarietà, economia sociale di mercato. Valori antichi, ma forse mai così moderni. Credo profondamente nell’Europa. Ed è proprio perché ci credo che dobbiamo avere il coraggio di cambiarla quando sbaglia. Amare l’Europa non significa difendere tutto ciò che fa. Significa volerla più forte dove deve essere forte, più rispettosa dove deve lasciare libertà, più vicina quando le persone hanno bisogno di sentirla accanto. Un’Europa non della burocrazia, ma della persona. Un’Europa che torni a creare crescita, lavoro, sicurezza e speranza.
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