La pericolosa convergenza che dipinge lo Stato ebraico come forza maligna
Antisemitismo di destra e antisionismo di sinistra: tutti uniti contro Israele
Quando J.D. Vance ha deciso di puntare il dito contro Israele come principale responsabile del fallimento dei negoziati con l’Iran, non ha scelto un talk show tradizionale o una conferenza stampa. Ha scelto The Joe Rogan Experience, il podcast più potente d’America. Con una media di circa 11 milioni di ascoltatori per episodio (e picchi molto superiori nelle puntate più virali) Rogan supera di gran lunga l’ascolto di programmi consolidati come The Daily del New York Times in un’intera settimana. Un singolo episodio di Rogan parla direttamente a milioni di americani, soprattutto giovani maschi, che consumano meno i media mainstream. È un megafono politico senza pari.
Su questo stesso megafono Vance ha lanciato la sua accusa più pesante: “So al di là di ogni ombra di dubbio che ci sono persone all’interno del governo israeliano che stanno cercando di allontanarci dai negoziati perché vogliono continuare la campagna militare”. Parole pronunciate mentre l’Amministrazione Trump cercava di uscire dal pasticcio iraniano e mentre il sostegno pubblico a Israele, soprattutto tra i giovani repubblicani, continuava a crollare. Rod Dreher, su The Free Press, ha definito questo intervento “il momento della scelta” per Vance. Il vicepresidente è oggi uno dei candidati più forti per la Casa Bianca del 2028. Dreher lo descrive come un politico in posizione difficile, che ha scelto di individuare in Israele il capro espiatorio del fallimento americano, riattivando narrazioni di “pugnalata alla schiena” che ricordano inquietantemente la “Dolchstosslegende” weimariana. Il riferimento storico è ai vertici militari tedeschi, dopo la sconfitta del 1918, che sostennero che il loro esercito non era stato sconfitto sul campo di battaglia, ma era stato “pugnalato alle spalle” dalla popolazione civile, dai socialisti, dai comunisti e soprattutto (un pilastro del nazismo) dagli ebrei, tradendo la nazione firmando l’armistizio e imponendo la repubblica di Weimar. Dreher non accusa Vance di essere personalmente antisemita, ma lo critica duramente per la sua reticenza a tracciare linee rosse nette contro l’odio verso gli ebrei che dilaga nella destra giovane.
Per ragioni elettorali, Vance sta dando ossigeno a una galassia di influencer che propaga un antisemitismo esplicito e becero. Nick Fuentes, leader della corrente “Groyper”, ha più volte definito Hitler “figo” e “affascinante”, ha minimizzato l’Olocausto paragonandolo a “sei milioni di biscotti” e ha invocato una “guerra santa” contro gli ebrei. Candace Owens, ex star conservatrice ora indipendente, ha usato ripetutamente il grido “Cristo è il Re” in contesti polemici contro figure ebraiche come Ben Shapiro, ha parlato di “sinagoga di Satana” riferendosi a Netanyahu e ha diffuso teorie complottiste su presunte influenze sataniche o storiche del mondo ebraico. Questi non sono, purtroppo, episodi rari. Dreher documenta come tra i giovani conservatori attivi a Washington il consenso verso figure come Fuentes sia diffuso (con stime tra il 30% e il 70% secondo varie fonti interne). Lo stesso Vance, al Turning Point USA di dicembre 2025, ha minimizzato le preoccupazioni sull’antisemitismo nella destra giovane, preferendo “tenere unito il movimento” piuttosto che denunciare apertamente Carlson, Owens e i loro seguaci.
Ma il fenomeno non è solo di destra. Dreher e molti altri osservatori sottolineano una convergenza pericolosa: l’antisemitismo di destra (complottista, isolazionista, “America First” estremizzato) si incontra con quello di sinistra (DEI, decolonialista, Woke, anti-sionista radicale). Entrambi usano Israele come bersaglio privilegiato. Entrambi alimentano narrazioni che dipingono lo Stato ebraico come il vero ostacolo alla pace o come forza maligna dietro le quinte. Le piazze universitarie post-7 ottobre, spesso finanziate o amplificate da attori come Qatar, Cina o fondazioni progressiste, e le teorie cospirative online di destra finiscono per rafforzarsi a vicenda nel delegittimare Israele. Per Israele (piccolo Stato grande come la Puglia ma bersaglio fisso di un ingrandimento sospetto) questo scenario è esistenziale. Un’America che oscilla tra un nazionalismo MAGA sempre più ostile a Tel Aviv e un progressismo woke che lo demonizza ideologicamente significa meno deterrenza, meno sostegno e un isolamento accelerato. Ma il rischio non si ferma lì: se il sostegno americano si sgretola sotto la pressione convergente dei due antisemitismi, il segnale all’Europa e all’Occidente è serio e grave. Significa che nessuna alleanza è più al sicuro, nessun valore è più difendibile.
Vance sembra aver fatto una scelta netta, mostrandosi accondiscendente verso la destra estrema per consolidare il proprio futuro. Saranno gli elettori americani, alle prossime primarie e presidenziali, a decidere se premiare chi cavalca queste derive o chi, come il probabile sfidante Marco Rubio, le contrasta. Per Israele e per l’Occidente il tempo stringe: la convergenza dell’odio da destra e da sinistra non è un problema solo americano. È una minaccia sistemica da parte di chi cerca di minare le fondamenta della nostra società, che, se non fermata, indebolirà tutti.
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