Oh meu Deus, è arrivato il colpo di spugna! Così all’opinione pubblica brasiliana è stata sostanzialmente venduta la sentenza del Tribunale supremo che la settimana scorsa ha dichiarato incostituzionale la detenzione prima del compimento del terzo grado di giudizio. E’ illegale mettere in cella chi non ha ancora esaurito le possibilità di ricorso, ha stabilito l’Alta corte.
Immediata conseguenza: il detenuto più famoso del Brasile, l’ex presidente Lula da Silva, condannato in appello a otto anni per corruzione, ha chiesto e ottenuto la liberazione. Seguito a ruota da altri carcerati eccellenti dell’inchiesta Lava Jato, la Mani pulite che negli ultimi cinque anni ha terremotato la classe politica e imprenditoriale brasiliane radendo al suolo le principali aziende pubbliche e private tra cui Petrobras, l’impresa petrolifera di Stato, la più grande azienda pubblica dell’America latina ed Odebrecht, la principale azienda privata di costruzioni del continente accusata, con prove, di avere un sistematico metodo di corruzione per aggiudicarsi appalti in Brasile e all’estero. I rami dell’inchiesta su Odebrecht hanno portato all’arresto di politici di primo piano in molti altri Paesi.  Sono 4895 le persone detenute in Brasile, con una condanna in appello, che ora potrebbero ottenere la scarcerazione. Trentotto di loro sono dentro per l’inchiesta Lava Jato. I detenuti sono 726.000, il 35,9% dei quali non ha condanne, nemmeno di primo grado: sono in attesa di giudizio, sono quasi tutti neri poveri, la loro posizione rimarrà inalterata.
Lo scandalo percepito riguarda quei 38, considerati gli eccellenti, i miracolati dalla giurisprudenza del Supremo.

Nella guerra all’ultimo sangue in corso tra poteri dello Stato in Brasile l’immediata risposta allo schiaffo del Supremo da parte del Parlamento, la cui la maggioranza è in mano alla destra radicale, è stato l’avvio di una proposta di modifica costituzionale. L’articolo 5 della Carta, in rispetto del quale s’è pronunciato il Supremo, dice che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva? Allora si cambia l’articolo 5 della Costituzione, basta modificare il comma 57. La Commissione Giustizia della Camera ha già cominciato la discussione.  Se passa l’emendamento, e i voti per farlo passare ci sono, la Costituzione stabilirà che nessuno può essere considerato colpevole fino alla condanna in secondo grado.  Quindi dovranno tornare tutti dentro? Se non i 4895, almeno i 38 che nel frattempo avranno avuto modo di far ricorso ed essere scarcerati? Sarà così salva la Mani pulite che ha ridiseganto la mappa politica del Brasile portando il giudice Sergio Moro, quello che ordinò l’arresto di Lula, a fare il super ministro della giustizia del presidente Jair Bolsonaro diventato tale grazie a quell’arresto (senza che il mondo si scandalizzasse per questo)?  Tutto da stabilire. Esimi costituzionalisti di ogni risma si stanno già scannando per sancire se, e in base a quale norma, un emendamento costituzionale possa o non possa scavalcare una decisione del Supremo.
Intanto le stesse tv che Sergio Moro, ai tempi in cui era ancora giudice di primo grado della procura di Curitiba, allertò perché andassero a coprire con gli elicotteri la convocazione a testimoniare dell’allora candidato alle presidenziali Lula da Silva mentre alla sua porta si presentavano gli agenti di polizia come si fosse trattato di un arresto – mentre il candidato Lula non era stato nemmeno avvisato e quindi non aveva nemmeno avuto modo di rifutarsi (impossibile per uno spettatore televisivo distinguere le immagini di quel singolare accompagnamento coatto a testimoniare sotto scorta da quelle di un clamoroso arresto: sembrava avessero suonato alla porta di Jack lo squartatore, c’era uno stuolo di macchine di polizia a sirene spiegate, agenti armati fino ai denti, sirene, cordoni di folla) martellano ora immagini e dibattiti preventivi sull’imminente probabile scarcerazione dei grandi protagonisti della telenovela politico giudiziaria brasiliana. Per cominciare: Eduardo Azeredo, ex presidente del Psdb, il partito dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso (l’unico grande nome della politica brasiliana a non essere finito stritolato dall’inchiesta, cominciata quando lui era ormai lontano dal potere visibile) e José Dirceu del Partito dei lavoratori, il creatore politico di Lula, l’uomo che mise la cravatta al Lula sindacalista e lo scortò fino a portarlo alla presidenza della Repubblica. Dirceu, sempre rifiutatosi di collaborare con gli inquirenti, sta scontando una pena a 30 anni, 9 mesi e dieci giorni per corruzione e lavaggio di denaro. Entrambi hanno chiesto la liberazione tre giorni fa.

Non si può capire cosa sta accadendo in Brasile, né come il 52% degli elettori di una delle democrazie più grandi del mondo abbia votato un anno fa un oscuro ex poliziotto ciclotimico dalle sparate violtissime presentatosi come outsider dopo aver passato gli ultimi 23 anni su uno scranno da deputato a Brasilia, se non si considerano i toni e la potenza della gigantesca copertura mediatica di cui dal 2005 (il partito di Lula è andato al potere nel 2003) godono le inchieste sui fondi neri ai partiti prima e quelle sulla corruzione in Petrobras poi. Entrambe talmente ben cadenzate sui tg della sera con suspance, colpi di scena, tradimenti e vendette da essere seguite in tv, ormai da quattordici anni, come si segue la telenovela delle otto. E la Lava Jato garantisce pathos, scandalo e guizzi di regia di una qualità incomparabile con quelli delle migliori telenovelas delle otto.  Quando fu mandato in prigione José Dirceu, per dirne una, il suo personale fustigatore all’Alta Corte fu un giudice ex protetto di Lula e Dilma e di Dirceu stesso, Joaquim Barbosa, l’unico giudice nero della storia dell’Alta corte brasiliana. Se non fosse esistito Dirceu, probabilmente Barbosa non sarebbe mai diventato giudice del Supremo. Questo nel senso comune brasiliano era fatto forse non certo, ma dato per assodato. Barbosa, assurto al ruolo di super giustiziere, fu con Dirceu di una severità inedita. La sua requisitoria è diventata presto un classico per i toni implacabili utilizzati. Al Carnevale di Rio la sua maschera è andata più di moda di quella di Batman. Il clima creato allora attorno al ruolo di angelo vendicatore del giudice nero, scagliatosi contro i potenti bianchi corrotti, spiega molto del brodo di coltura da cui poi è uscito, a sorpresa, Bolsonaro. Al di là della sostanza racchiusa nelle appassionanti pagine processuali. Tra le tante porte spalancate dalla sentenza del Supremo sulla incostituzionalità della detenzione prima del terzo grado di giudizio, ce ne è forse anche una che mette in discussione l’esito delle ultime presidenziali visto che Lula, il candidato favorito al primo turno secondo tutti i sondaggi, fu fatto fuori dalla corsa elettorale a causa dell’arresto finmato da Moro dopo una condanna in appello? No. La legge brasiliana è in materia molto simile a quella statunitense: il presidente può esser rimosso soltanto con una procedura di impeachment. Nemmeno se Lula riuscisse a dimostrare che Moro non è stato un giudice imparziale e ad ottenere quindi l’annullamento del giudizio, i giochi per lui si potrebbero riaprire. Nemmeno se un tribunale potesse riconoscere che è stato condannato senza prove.  E da una futura competizione elettorale, ora che Lula è libero, è fuori comunque. Perché esiste una legge, la Ficha limpa (fedina pulita) che gli impedisce di partecipare. Lula ha anche altre cinque processi pendenti, uno con una condanna per corruzione in primo grado, oltre a quello per l’appartamento al mare costatogli l’arresto e la fine della corsa per le elezioni. Appartamento che la sentenza di condanna ritene gli sia stato messo a disposizione come tangente e che, curisosamente, non risulta essere mai stato abitato nemmeno per un giorno né da lui né da nessuno della sua famiglia, appartamento per il quale non risulta esistere nessun documento di proprietà da far risalire all’ex presidente. L’attico, il famoso triplex di cui da anni si favoleggia, affaccia su una delle spiagge più brutte del Brasile, sporca e affollatissima. Chissà perché l’uomo più potente del Paese, uno che è considerato una sorta di semidio in tutto il Nord est, avrà fatto carte false per avere a disposizione un attico in un postaccio che sembra tutti i giorni Ladispoli a ferragosto? Lungo un litorale triste sul quale non potrebbe neppure metter piede senza essere assediato dai bagnanti? Mistero irrisolto, ma non spettava a Moro risolverlo.

Dovesse, però, saltar fuori che c’è stato un accordo per far condannare Lula in secondo grado, e renderlo così incandidabile, frenare lo scandalo potrebbe diventare complicato anche per Moro. Complicato, ma non impossibile. Perché il consenso popolare sta dalla parte dell’ex giudice sceriffo diventato ministro dopo aver giurato pubblicamente che mai avrebbe accettato un incarico politico. E’ lui il candidato che la maggioranza degli elettori brasiliani vorrebbe alla presidenza della repubblica, a dar retta ai sondaggi. Il presidente Bolsonaro ha già detto ai suoi di volerlo come vice per il prossimo mandato, invece di nominarlo per meriti membro del Supremo. C’è una conseguenza possibile della sentenza dell’Alta Corte che ha portato alla liberazione di Lula di cui si parla poco. L’effetto più temuto sulla Lava jato non è tanto la scarcerazione dei tanti condannati in appello che riescano a farsi accogliere il ricorso, ma la ricaduta che quella sentenza potrebbe avere sull’armageddon della Mani pulite brasiliana: la legge sulla delazione premiata, una versione locale (con alcune differenze) delle norme italiane sui collaboratori di giustizia. La delação premiada – il testo di legge dice proprio “delazione premaiata”, non collaborazione, né testimonianza: delazione, tu fai la spia io ti premio, il lessico del legislatore di Brasilia è meno ipocrita del nostro – prevede un vero e proprio contratto firmato tra accusato e inquirente. Sostanziosi sconti di pena e, in alcuni casi, la liberazione da ogni pendenza penale per chi collabora con gli inquirenti. Un bell’incentivo a vuotare il sacco, certo. Ma anche a mentire con intelligenza. A offrire verità verosimili, difficili da ricostruire e quindi da smentire, tenute in piedi da brandelli di indizi in grado di somigliare a una prova senza esserlo. Molti avvocati brasiliani rifiutano la delação premiada come strategia difensiva. Alcuni grandi studi legali hanno denunciato in una pubblica lettera l’uso diffuso di “metodi da Inquisizione” nelle inchieste. Hanno invitato, inascoltati, “con urgenza il potere giudiziario” a “una postura rigorosa di rispetto e di osservanza delle leggi e della Costituzione”. La questione è la solita: come si devono usare le dichiarazioni di chi accusa qualcun altro in un’inchiesta? E soprattutto: cosa è legittimo fare per ottenerle?
In alcuni casi sono saltate fuori le prove dei fatti contestati, presentate come tali in processi arrivati a sentenza. Ma a tenere in piedi la Lava Jato sono le delazioni premiate a tappeto di detenuti in via preventiva che, magicamente, escono dal carcere appena indicano il nome di un presunto corrotto. Che non viene mai trattato come tale, ma finisce sbattuto nelle aperture dei tg come fosse un reo confesso. A osservare il dettaglio delle principali inchieste, a controllare sul calendario i nomi di chi esce e di chi entra dalla cella, il timore che la prigione preventiva sia usata per forzare la chiusura degli accordi di collaborazione, sembra fondato. Nel bel mezzo della guerra in corso, anche dentro l’avvocatura brasiliana si è scatenata più di una battaglia. Approfittando del rifiuto di alcuni studi legali di difendere gli imputati che firmano accordi di delazione premiata, spuntano come funghi avvocati che si stanno specializzando nella contrattazione con l’accusa, per conto dell’assistito, per accedere ai benefici offerti a chi collabora. Benefici che, a volte, somigliano a un regalo. Prendiamo il caso di Joesley Batista, il proprietario della principale azienda mondiale per l’esportazione di carne, la Jbs. Incastrato da intercettazioni pesanti, Batista ha confessato e descritto il giro vorticoso di tangenti che gli ha consentito, tra l’altro, di evadere tutte le tasse sull’export. Il contratto di delazione premiata da lui firmato gli ha permesso di dirsi colpevole della corruzione dell’intera classe dirigente brasiliana degli ultimi quindici anni – destra, sinistra, centro, più alcuni giudici – pagata secondo le sue accuse con milioni di dollari per un’enormità di favori illeciti, e di scampare illeso dal processo vendendo la testa dei politici da lui accusati in cambio dell’impunità. Ha confessato crimini clamorosi ed è improcessabile.  La notizia non è stata presentata come scandalosa e non ha fatto scandalo. Il biglietto da pagare per lo show.