1. L’analisi storico-politica
L’ordine politico mondiale e la conseguente configurazione delle relazioni internazionali che si
sono delineati con la fine della Seconda Guerra Mondiale – sviluppati attraverso una serie di incontri tra le potenze vincitrici culminati con il vertice di Yalta del febbraio 1945 – erano basati
sulla divisione del mondo in due predominanti zone di influenza rigidamente divise (guidate da
Stati Uniti e Unione Sovietica) e da una serie di paesi non-allineati ( India, Indonesia, Egitto per
citarne alcuni).

Questo ordine mondiale, che vide anche la nascita delle istituzioni multilaterali (ONU, NATO, Organizzazione Mondiale del Commercio, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha garantito nella nuova era nucleare mezzo secolo di stabilità basata sia sull’accordo di Yalta ma soprattutto sulla deterrenza nucleare. Non furono certo
decenni di pace assoluta: ma i conflitti locali (dalla Corea nel 1950 all’Iraq nel 1990) non hanno mai messo in discussione l’equilibrio tra le superpotenze. Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 – crollo avvenuto non manu militari ma per l’esaurimento
endogeno della capacità di sostenibilità politica ed economica della dittatura comunista – ha dato il
via ad un decennio (1991-2001) caratterizzato dai seguenti elementi:

1.● Apparente vittoria della democrazia liberale, sancita dal progressivo ingresso nelle istituzioni militari, politiche ed economiche occidentali (Nato e Unione Europea) degli ex-regimi comunisti dell’Europa orientale
● Integrazione della Russia nella governance mondiale con la creazione del G8 nel 1998
● Affermazione del paradigma economico libero-scambista
● Affermazione delle istituzioni politiche multilaterali, che governavano con relativa efficacia
gli interventi militari locali (Timor Est e ex-Jugoslavia, dove addirittura si arrivò al “sogno”
di processare e condannare di fronte ad un “tribunale mondiale” alcuni criminali di guerra)
Furono questi elementi a far affermare a Francis Fukuyama nel 1989 e nel 1992 la celebre teoria sulla “fine della storia” (nel suo libro “La fine della storia e l’ultimo uomo”), di cui poi fu costretto
a pentirsi: la definitiva vittoria della democrazia liberale e il conseguente raggiungimento del punto
di arrivo definitivo dell’evoluzione ideologica dell’uomo. Senza dimenticare che quelli furono anche gli anni in cui, in 80 anni di tragedie, si arriva al punto più vicino alla pace nel conflitto
israelo-palestinese.

Due eventi si incaricarono nel 2001 di interrompere invece dopo appena un decennio questa
illusione:
● L’attacco agli Stati Uniti l’11 settembre da parte del fondamentalismo islamico
● L’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio l’11 dicembre
Entrambi questi eventi, ovviamente con intensità e caratteristiche del tutto differenti, hanno
interrotto l’illusione della vittoria definitiva del multilateralismo e della democrazia liberale su scala
globale. In particolare, gli eventi dell’11 settembre – oltre a rompere il tabù secolare dell’inviolabilità del
territorio americano ad attacchi diretti – sancirono l’ingresso sulla scena del fondamentalismo islamico, che da attore sostanzialmente locale (attivo in Medio Oriente e principalmente sull’annosa
questione palestinese) si trasformò in pericolo globale per le liberal democrazie del mondo. È da quel momento, infatti, che le società occidentali cominciano ad essere continuamente sotto attacco,
sia esso terroristico (con i numerosi e continui attacchi di Al Qaeda e ISIS in territorio occidentale), politico-culturale (con l’attivismo dei Fratelli Musulmani e della rete mondiale di Hamas e
Hezbollah) sia di intelligence (con le crescenti infiltrazioni iraniane).

L’ingresso della Cina nel WTO, invece, registrava l’ingresso nella globalizzazione di un gigante dalle immense potenzialità, che aveva deciso di dispiegarle con una strategia di lungo periodo fatta
da un attento mix tra gestione centralizzata comunista e dinamiche propriamente, se non ferocemente, capitaliste. Ad ogni modo, si trattava di una gigantesca sfida economico-politica al
binomio caratterizzante delle società liberal-democratiche: democrazia politica ed economia di mercato.

1 A seguito di questi due eventi, resosi probabilmente conto di essere destinato ad un ruolo sempre più marginale, assistiamo in quegli anni anche ad un radicale cambio di atteggiamento da parte di Vladimir Putin: da partner del mondo occidentale, si trasforma progressivamente in un feroce
autocrate voglioso di inseguire i sogni di una Russa protagonista nel mondo tramite l’uso della forza. E da lì che nascono le aggressioni alla Georgia (2008), alla Crimea (2014) e all’Ucraina
(2022), nonché l’attivismo militare in Siria, in Libia e in Africa. Nel frattempo, un imperfetto governo delle nuove dinamiche di globalizzazione economica inizia a provocare crisi globali o pesanti crisi regionali: quella finanziaria nel 2008, quella dei debiti sovrani in Europa nel 2010-12, quella sanitaria nel 2020. Il risultato, catalizzato dall’affermarsi di nuove tecnologie di comunicazione che rendono molto più facile la manipolazione delle opinioni
pubbliche, è una progressiva affermazione di partiti o leadership politiche prettamente populiste,
che contribuiscono a scardinare ulteriormente l’assetto multilaterale e liberal-democratico: il Rassemblement National in Francia, Afd in Germania, M5S e Lega in Italia, Reform in Gran
Bretagna e, più di tutti, la doppia presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti che trova la propria manifestazione apicale nel suo secondo mandato iniziato nel 2025.

E’ in questo quadro, che come abbiamo visto affonda le radici nei decenni passati, che si conclude il primo quarto del 21esimo secolo: con una Cina ormai super-potenza affermata (che si è conquistata la leadership nelle produzioni del futuro) e che non fa mistero di volontà di egemonia globale; una Russia che ha trasformato il proprio sistema in un’economia di guerra; Stati Uniti irriconoscibili e in preda ad una leadership dai tratti mai visti prima d’ora che resuscitano la dottrina Monroe (1823)
e dopo ottanta anni minacciano di ritirare il proprio supporto politico e militare all’Europa, la quale fatica ancora a trovare coscienza di sé; le istituzioni globali (ONU, WTO, Organizzazione Mondiale per Sanità) al loro minimo storico. E la minaccia mai domata del fondamentalismo islamico sunnita
(con Hamas e i Fratelli Musulmani che mirano a conquistare “cuori e menti” del mondo occidentale) e sciita (con l’Iran che resiste ad ogni forma di pressione esterna e interna).

Un quarto di secolo che era iniziato con la liberal-democrazia nel suo punto di massima espansione, e che invece si conclude nel modo esattamente opposto.

2. Che fare?
La nostra impressione è che l’illusione del decennio 1991-2001 ancora faccia sentire i suoi effetti su molti di noi. Vale a dire, molti ancora pensano – magari inconsciamente – di essere, al di là di
piccoli incidenti della storia, in quel tipo di mondo. Un mondo in cui esistono istituzioni multilaterali funzionanti, in cui il detto “là dove passano le
merci non passano i carri armati” conserva ancora cogenza morale e utilitaristica, in cui la maggior
parte del mondo vive in democrazia e in cui la pace sembra la condizione naturale e perpetuo diritto acquisito della coesistenza tra popoli.
3 Purtroppo, invece quel mondo non esiste più, e pensiamo di aver fornito nel paragrafo precedente il nostro sebbene modesto e limitato contributo all’analisi del come e perché quell’illusione sia stata
progressivamente cancellata. Il Manifesto dei Valori del nostro partito – nonché il suo stesso nome – non lasciano, fortunatamente, dubbi sulla nostra collocazione internazionale e valoriale: esattamente con i piedi ben piantati in
quei valori delle società occidentali (economia di mercato, democrazia politica e diritti inalienabili della persona come la libertà) che negli ultimi venticinque anni si sono così smaccatamente indeboliti sia dall’interno che dall’esterno.

Due sono, a nostro parere, le bussole sulle quali orientarsi in questi tempi complicatissimi:
1) La necessità di vivere, e far politica per risolverne i problemi, nel mondo per come oggi è diventato. E non per come era nel 1991-2001 o per come vorremo che fosse. Questo approccio non implica alcuna rinuncia ai nostri principi, ma la consapevolezza che la loro difesa richiede strumenti adeguati al contesto storico. Al “tempo che ci è stato dato di vivere”, per dirla con Aldo Moro.
2) Ricostruire, nel lungo periodo, un ordine mondiale fondato sul diritto internazionale, sulla limitazione dell’uso della forza, sulla diplomazia e sulla pacifica coesistenza tra popoli. Occorre anche far sì che l’Europa e l’Italia siano motore e spinta propulsiva verso questo
obiettivo. Proprio per questa ragione, la nostra collocazione nel campo occidentale e liberal- democratico non può tradursi in un acritico allineamento alle scelte delle grandi potenze, soprattutto considerato la postura che stanno assumendo nei rapporti internazionali. E in
particolare, non condividiamo certo il raggiungimento di un ordine mondiale basato sulla spartizione del globo in zone di influenza delle superpotenze, all’interno delle quali ciascuna
è sostanzialmente libera di fare ciò che vuole in spregio a qualsiasi regola.
Il punto cruciale è comprendere che, al fine di realizzare nel medio-lungo periodo il secondo punto, occorre (nel contesto determinato dal primo punto), sostenere sempre, comunque, dovunque e a tutti
i costi i principi di auto-determinazione dei popoli e di diffusione della liberal-democrazia. Non per
idealismo astratto ma per una ragione profondamente concreta: un mondo in cui la liberal-democrazia è prevalente, è un mondo in cui è più probabile restaurare la rule of law del diritto
internazionale e realizzare le massime condizioni possibili di pace e prosperità.
In questo contesto l’Europa unita non è un ideale tra gli altri, ma una necessità storica: nessuno Stato europeo, preso singolarmente, possiede più la massa critica politica, economica e militare per
difendere la propria democrazia, la propria sicurezza e i propri interessi strategici in un mondo dominato da grandi potenze continentali.

Ma il ripristino, o forse la vera e duratura instaurazione, del diritto internazionale potrà avvenire solo se si sostengono le liberaldemocrazie. Né Maduro né Putin, né Khamenei né Hamas o i Fratelli
Musulmani potranno mai costruire un mondo in cui domini il diritto internazionale.

4 In questo contesto dobbiamo riconoscere con onestà che non esistono soluzioni ideali di first best.
Solo, purtroppo, di second-best , e ad essere fortunati. Che sono considerate tollerabili se, nel medio-lungo periodo, migliorano in modo credibile le prospettive di autodeterminazione
democratica e sono accompagnate da un chiaro impegno ad un ripristino dello stato di diritto e della sovranità popolare. Ogni altro esito finisce per abdicare alla missione, per noi sacra, di diffusione
della liberal-democrazia e per diffondere solamente ulteriore caos. Per questo, per quanto avvenuta con modalità che nel mondo 1991-2001 (e in generale in una
prospettica a-storica) siano del tutto inaccettabili, l’operazione militare condotta il 3 gennaio 2026
ha comportato la possibilità che un rilevante attore regionale il Venezuela (paese potenzialmente molto ricco e con 26 milioni di abitanti, la cui maggioranza è invece ridotta alla fame da una gestione dittatoriale e dissennata) possa “cambiare fronte”: e cioè passare dal fronte dei nemici della liberal-democrazia, a quello dei suoi convinti praticanti. Non ci può essere, infatti, nessuna forma di ambiguità: sotto il regime di Nicolás Maduro i diritti umani sono stati sistematicamente violati e la repressione ha colpito oppositori, manifestanti,
giornalisti e attivisti con arresti arbitrari, feriti e morti. Le carceri sono diventate luoghi di tortura e maltrattamenti, come denunciato da numerose organizzazioni internazionali. La giustizia, ormai
sottomessa al potere politico, è stata usata come strumento di persecuzione. La libertà di espressione e ogni forma di dissenso sono state soffocate dalla censura e dalla paura. Nella vita
quotidiana, milioni di venezuelani hanno dovuto affrontare fame, mancanza di medicine e scarsità di acqua; le donne, madri e le bambine venezuelane hanno particolarmente sofferto le conseguenze
del degrado della vita civile e della prostituzione forzata. Ospedali e scuole sono crollati, lasciando la popolazione senza cure e senza futuro. La repressione ha colpito persino i familiari degli
oppositori, spezzando legami e seminando terrore. Di fronte a questa tragedia, milioni di persone sono state costrette a fuggire dal paese. Corruzione diffusa e isolamento internazionale hanno infine consumato lo Stato e distrutto la democrazia venezuelana
Ovviamente, come già sottolineato, tale valutazione riposa sulla decisiva condizione che – alla fine della fisiologica gestione della transizione dopo un episodio comunque violento – il destino del Venezuela ritorni pienamente ed esclusivamente nelle mani del popolo venezuelano, che deve tornare al più presto ad esprimersi attraverso elezioni libere, competitive e se necessario monitorate dalla comunità internazionale. Le stesse elezioni che sono state brutalmente ignorate e represse con
la forza da Nicolas Maduro.

La posizione del Partito Liberaldemocratico è quindi chiara e senza ambiguità: in questa fase di
nuovo disordine globale, vanno contrastati i regimi autoritari che mettono in pericolo la pacifica convivenza tra le nazioni e vanno sostenuti tutti i popoli in lotta per la democrazia e per la libertà.
Dai dissidenti palestinesi anti-Hamas ai giovani iraniani che muoiono sulle strade di Teheran, dalle spinte riformiste nelle monarchie arabe all’opposizione (in realtà maggioranza!) venezuelana, fino
alle richieste di libertà religiosa dei cristiani in Nigeria. Si tratta di una posizione molto diversa da quella, accarezzata sempre nel decennio “1991-2001” in particolare dai neo-conservatori americani, secondo cui libertà e democrazia potevano e dovevano
5 essere esportati con le armi anche in paesi che non ne avevano mai fatto esplicita richiesta: i fallimenti americani in Somalia, Iraq e Afghanistan sono lì a perenne monito della fallacia di quel
ragionamento: è troppo semplicistico, e in ultima analisi foriero di tragedie, pensare di imporre la democrazia a popoli che non ne hanno mai respirato il fresco profumo di libertà, per dirla con Paolo
Borsellino. Si tratta allora di applicare un po’ di sano buon senso (categoria che scarseggia sempre di più, dalla
Casa Bianca fino ai meandri dei dibattiti pubblici nostrani) e saper distinguere le situazioni: aver creato le condizioni per il ripristino della democrazia in Venezuela non significa, e non può nemmeno mai dare l’impressione di significare, un implicito via libera alle folli e persistenti
dichiarazioni americane sulla Groenlandia così come ad azioni militari da parte di regimi autoritari contro democrazie come Ucraina o Taiwan. Così come le disfunzioni della governance globale e il venir meno delle effettività dell’ONU non possono certo essere sanate con iniziative estemporanee quali il Board of Peace, perlomeno nella sua attuale configurazione, assetto e funzionamento.
La costruzione di un nuovo ordine globale nel medio-lungo periodo non può prescindere dalla costruzione di un’Europa attore politico, economico e militare quale difensore dei valori liberal-
democratici nello scenario mondiale.

Su questo abbiamo sempre parlato con chiarezza, nel nostro Manifesto e in ogni singola posizione politica espressa quotidianamente. Con la stessa forza con cui ribadiamo tale necessità, rifiutiamo
l’ipocrisia di chi declama a favor di telecamere la necessità di un’Europa più forte salvo poi ostacolare sistematicamente tutti i passi concreti per realizzarla. Dall’unione del mercato dei capitali agli ostacoli delle fusioni transazionali tra banche e imprese, dal superamento del voto all’unanimità
alla difesa comune europea, dagli Eurobond alla necessaria disciplina fiscale, alla promozione e crescita di una cultura realmente europea per le generazioni che verranno. E guardiamo con interesse all’iniziativa dei “Volenterosi”, auspicando un ruolo più attivo dell’Italia come modalità
concreta per dare voce ai legittimi interessi europei e per ridisegnare il rapporto con gli Stati Uniti. Un’Europa che sa assumersi le proprie responsabilità è un alleato più credibile, non uno più debole.

Il Partito Liberaldemocratico italiano pensa che in un mondo in tempesta non serva più né la nostalgia, né lo sterile idealismo di testimonianza, né la legittimazione della legge della giungla:
serve, invece, mirare all’obiettivo di ristabilire un ordine mondiale basato sul libero commercio, sul diritto internazionale, sulla governance multilaterale e sulla pace. E per farlo c’è un solo modo: sostenere sempre, comunque, dovunque la lotta per la liberal-democrazia e per l’autodeterminazione dei popoli. Ricordandoci, ogni giorno, che la libertà richiede coraggio.

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