Che spettacolo indecente la cronaca e la politica quando si mischiano, la cronaca nera che diventa un manganello da agitare per svendere un senso che la politica si rifiuta di approfondire e noi qui ogni volta a ripeterlo, provare a rimettere tutti i tasselli al loro posto, provare a raccontare un efferato fatto di sangue riabilitando le persone, che siano le vittime o i presunti colpevoli, per smontare la propaganda. E così il fatto del giorno, quello che viene usato come clava per scambiarsi mazzate a destra e a manca finisce per travolgere un uomo schivo, umile, riservato, uno di quelli che mai avrebbe voluto essere immischiato con la foga bavosa di certi comizi, uno di quelli che anche quando avrebbe avuto l’occasione, avrebbe potuto puntare il dito invece faceva altro.

Don Roberto Malgesini, prete comasco 51enne che ieri si è accasciato a terra tagliato dalla lama del suo assassino, si occupava di preparare le colazioni all’alba da distribuire ai senza tetto, passava le notti accanto a chi rimane sulla strada, distribuiva coperte, pantaloni, offriva una doccia o anche semplicemente una parola di conforto a chiunque bussasse alla sua porta. Don Roberto era un prete, vero, uno di quelli che si innamora degli ultimi e che non ha paura di frequentare i cunicoli bassi della disperazione. Certi giornali oggi lo descrivono come “l’amico dei migranti” con la solita logica di contrapporre razze (che non esistono) e di criminalizzare l’essere straniero, ma don Roberto, nato nella provincia di Sondrio e da oltre dieci anni in servizio nel comasco, si occupava semplicemente dei disperati, senza nessuna distinzione, l’unica differenza che vedeva nelle persone era quella che divide gli oppressi dagli oppressori, i poveri dai non poveri. Che poi a Como, come in tutto il resto d’Italia, spesso l’equazione disperazione-stranieri sia l’angolo per accendere una certa xenofobia di fondo è tutto un altro discorso, sempre il solito, sempre lo stesso, sempre parole, niente a che vedere con l’azione.

Dalle notizie che arrivano si sa che l’assassino (che avrebbe già confessato) di don Roberto sarebbe un uomo di 53 anni, uno dei senzatetto che il prete conosceva molto bene: su di lui ovviamente si è accesa la ridda di voci, con il solito pelo della cronaca nera che cerca gli appigli per costruire la polemica, e così mentre la Caritas afferma che l’uomo avrebbe avuto problemi psichiatrici gli altri ci informano che fosse già sottoposto a decreti di espulsione. Sì, perché l’assassino è di origine tunisina e probabilmente clandestino, apriti cielo, il piatto perfetto per buttarcisi dentro. In un gioco meschino che setaccia gli ammazzamenti per trovare il negro e lo straniero la morte di don Roberto è l’oggetto perfetto.

Eppure forse bisognerebbe raccontare, poiché la realtà è composta da centinaia di toni di grigi, che lui e i suoi volontari proprio a Como erano stati multati dall’amministrazione comunale perché violavano l’ordinanza contro l’accattonaggio del Comune di Como. Una polemica che aveva avuto risalto su tutta la stampa nazionale, ma che anche in quel caso aveva visto il parroco rimanere in disparte. Bisognerebbe ricordare che proprio lì a Como la politica ha chiuso tutti i centri di accoglienza e ha chiuso gli spazi di aggregazione, ha perfino chiuso i bagni pubblici per motivi di “ordine pubblico” (con la solita tattica del mettere la polvere sotto il tappeto senza occuparsi della polvere) e ha tolto alla Caritas la gestione della raccolta degli abiti usati in favore di un’azienda privata. A Como, da tempo si combatte una battaglia in nome del “decoro” che ha infiammato gli animi e che ha appuntito gli scontri.

A Como qualche giorno fa l’assessora alle politiche sociali era stata ripresa in un video mentre strappava una coperta a dei senza tetto. Questo è il contesto sociale in cui si è consumata questa ultima tragedia e a questo si riferisce il comunicato della Caritas che dice: «È una tragedia che nasce dall’odio che monta in questi giorni ed è la causa scatenante al di là della persona fisica che ha compiuto questo gesto. O la smettiamo di odiarci o tragedie come questa si ripeteranno». L’odio, appunto, che accende uno scontro sociale in questo Paese in cui le persone come don Roberto Malgesini rimangono schiacciate. «Era troppo buono, glielo dicevamo sempre», continuano a ripetere quelli che lo conoscevano e un Paese in cui essere buono diventa una colpa, un’esposizione rischiosa, perfino una presunta causa di pericolo è un Paese che dovrebbe deporre le armi e interrogarsi a fondo. Ma anche questa volta non accadrà. Sicuro.