La situazione delle carceri italiane è pessima: sovraffollamento, suicidi, assenza di educatori e assistenti, impossibilità o quasi per i detenuti di svolgere qualsiasi attività. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva messo il tema della detenzione al primo posto. Dopo quattro anni di governo, invece, il sovraffollamento è aumentato e i posti disponibili sono diminuiti. Prosegue il viaggio del Riformista sulle mancate riforme in materia di giustizia.

I numeri, riportati nell’ultimo dossier di Antigone, sono impietosi: 64.709 detenuti a fronte di una capienza ordinaria di circa 51.183 posti. Ma il problema non è soltanto quello delle celle che non bastano. C’è un altro paradosso, tutto italiano e meno visibile: mentre si cercano nuove soluzioni per alleggerire la pressione sugli istituti penitenziari, ci sono oltre 10mila detenuti definitivi con una pena residua inferiore ai 24 mesi e quindi potenzialmente interessati a una misura alternativa. Il punto è che tra la richiesta e la decisione della magistratura di sorveglianza può trascorrere un tempo tale da rendere inutile, o quasi, ciò che lo Stato avrebbe potuto concedere.

Per trovare una soluzione all’impasse, le consigliere laiche del Csm Isabella Bertolini (FdI) e Claudia Eccher (Lega) hanno chiesto questa settimana di aprire una pratica e arrivare così a un tavolo condiviso con il Ministero della Giustizia, il Garante per i detenuti e le altre autorità interessate. Ma c’è un altro elemento che pesa. Il lavoro è uno degli strumenti più importanti per il reinserimento di chi esce dal carcere e per ridurre il rischio di recidiva. Le evidenze disponibili mostrano infatti una recidiva sensibilmente più bassa tra le persone detenute che riescono a lavorare e a costruire un percorso concreto di reinserimento. Non si tratta quindi soltanto di liberare posti. Una misura alternativa può servire a interrompere il circuito della detenzione, mantenendo la persona dentro un percorso di responsabilizzazione, lavoro e ritorno alla vita esterna.

Le consigliere richiamano sul punto le segnalazioni delle Camere penali (vedasi il Riformista del 22 luglio) sui tempi degli uffici di sorveglianza. Il rischio segnalato è che l’udienza destinata a stabilire se un detenuto possa accedere a una misura alternativa venga fissata quando la pena è ormai prossima all’espiazione. In alcuni casi, addirittura, quando è già stata scontata. Non è una questione confinata a un singolo ufficio. Bertolini ed Eccher ricordano i casi di Viterbo, Venezia e Verona. E soprattutto Roma, dove la Camera penale ha proclamato l’astensione dalle udienze proprio in relazione alle criticità della magistratura di sorveglianza.

Poi c’è l’altro pezzo della storia: quello delle nuove celle promesse. Nell’agosto 2023, Nordio indicò nelle caserme militari dismesse, di cui l’Italia è piena da Aosta a Trapani, una possibile soluzione per i detenuti con pene brevi e per i soggetti ritenuti meno pericolosi. L’idea era quella di utilizzare strutture già esistenti, evitando i tempi e i costi della costruzione di nuovi istituti. Nordio spiegava allora che le caserme avrebbero potuto essere riconvertite rapidamente e a costi inferiori. Un anno dopo, nel luglio 2024, il governo istituì il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, presentando un programma definito dal ministro come “imponente” e destinato ad aumentare rapidamente i posti disponibili. Al commissario Marco Doglio vennero affidati ben 250 milioni di euro e l’obiettivo di realizzare oltre 7mila nuovi posti. Nordio non aveva però fatti i conti con la burocrazia del Ministero della Difesa retto da Guido Crosetto: a distanza di tre anni, le caserme da riconvertire a carceri sono rimaste solo sulla carta.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere