Centocinquantatré sì, quarantadue no, ottantadue astenuti: con questi numeri la Camera ha varato, in via definitiva, il nuovo articolo 94-ter del Testo Unico Stupefacenti. Chi ha già gridato allo svuota-carceri farebbe bene a leggerlo: si applica solo a condanne non superiori a otto anni, solo a chi aderisce davvero a un programma di cura, solo quando l’affidamento in prova terapeutico non è praticabile. Nessun automatismo, nessuna amnistia mascherata.

Curioso il fronte del no. Il M5S vi legge un cedimento sulla certezza della pena. Futuro Nazionale, la ragione opposta: troppa clemenza per chi delinque in stato di dipendenza, nessuna per chi si difende. Due forze sullo stesso voto, partite da premesse agli antipodi. La ratio del provvedimento è più semplice, e più seria, di come la si racconta nei talk show. Le nostre carceri scoppiano — 138% di sovraffollamento reale, secondo l’ultimo report del Garante nazionale — e oltre un quarto degli ingressi penitenziari del 2025 è dovuto all’articolo 73 del DPR 309/90, la normativa antidroga. Non è una curiosità statistica, ma la fotografia di un sistema che risponde alla dipendenza con la cella, salvo poi scoprire che il tossicodipendente ne esce più dipendente di quando vi è entrato, e infatti recidiva. Punire il sintomo lasciando intatta la causa non è giustizia: è un rinvio, con gli interessi a carico della collettività.

Fu Tommaso Natale, giurista palermitano, ad anticipare già nel 1759 — cinque anni prima di Beccaria — l’idea che la pena debba essere proporzionata e utile a prevenire il male, non a vendicarlo. Due secoli e mezzo dopo, un tossicodipendente in cura commette meno danni di uno lasciato a marcire in una cella sovraffollata. Basta il buon senso, merce sempre più razionata, in materia di giustizia. La vera certezza della pena non sta nel tenerlo dentro il più a lungo possibile. Sta nell’evitare che ci torni.

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