A Sollicciano un giudice mette i sigilli a sette sezioni del carcere. Il Guardasigilli promette di ridurne i numeri. Ma il vero rimedio è curare la pena. È successo il 16 giugno: per la prima volta in Italia, un giudice — il Gip di Firenze — ha messo i sigilli a sette sezioni di un carcere, Sollicciano, dichiarandole inservibili. Non un capannone abusivo: una struttura dello Stato, sequestrata allo Stato, sulla scorta di oltre trecento ricorsi di detenuti che denunciavano condizioni indegne.

Il ministro Nordio ha annunciato che il carcere «sarà ridotto o svuotato entro fine anno, appena avremo i posti»: un impegno di cui va dato atto. Resta però un nodo che nessun trasloco può sciogliere: i detenuti si sposterebbero altrove, dove il sovraffollamento viaggia già al 139%. Travasare un secchio bucato in un altro secchio bucato non lo rende meno bucato. Il problema non è dove dormono gli uomini: è che la pena, così, rischia di non essere più pena ma supplizio. E non è una tesi di parte: lo ricorda Strasburgo, che l’Italia ha già condannato — da Sulejmanovic a Torreggiani, e poi ancora — in nome dell’articolo 3 della Convenzione. Nessuno può subire trattamenti inumani o degradanti. Nemmeno chi sta scontando una condanna giusta.

Calamandrei ammoniva che del carcere «bisogna aver visto». Si discute, e giustamente, di separare le carriere: è riforma sacrosanta, e chi scrive l’ha sostenuta. Ma c’è un’altra separazione: non l’unica che conti, eppure quella che in questo momento conta di più.

Quella tra una pena e una tortura. A Sollicciano i sigilli li ha messi un giudice. Confidiamo nella nota saggezza del ministro Nordio perché non li impugni. Ma il vero imputato non è un uomo di governo: è una macchina giudiziaria allo sfascio, che di condanna europea in promessa italiana non cambia mai. Un Paese costretto a sequestrare le proprie celle per ammettere che sono indegne ha già pronunciato, su sé stesso, la condanna più dura.

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