I miliardi sono tanti. Circa 209 quelli che, nell’ambito del Next Generation EU, sommando sussidi e prestiti, arriveranno in Italia dall’Unione europea nei prossimi anni. Da qui al 2026, termine entro il quale andranno spesi, sono pari a circa il 2% del pil all’anno. Si è avviata la discussione intorno agli obiettivi da centrare spendendo questa grande massa di quattrini. La Ue ha fornito le sue linee guida, individuando le sette aree di intervento da privilegiare. Il Governo ha presentato le sue priorità nell’utilizzo dei fondi comunitari che peraltro, come ha osservato Renato Brunetta, non sembrano proprio coincidere con le aree privilegiate dalla Commissione europea. La discussione continuerà almeno fino a quando, entro il primo trimestre del prossimo anno, il Governo dovrà presentare il proprio progetto definitivo. Le pressioni – e le tentazioni – cui i decisori politici sono sottoposti si faranno via via più gravose. Occorrerà mano ferma per tenere la barra del timone. Verso quale meta? Per averlo chiaro occorre fare un passo indietro e ricostruire la situazione nella quale si trova l’economia nazionale.

Siamo giunti alla crisi da coronavirus, e al lockdown che ha bloccato il Paese con un’economia già in rallentamento. Nel terzo trimestre del 2019 il pil non era cresciuto affatto rispetto al trimestre precedente. Nell’ultimo trimestre dell’anno era caduto dello 0,2%. La caduta si è fatta frana nei due trimestri successivi, rispettivamente con il –5,5 e il -12,8%. Guardando più indietro, nel 2019 l’Italia, a differenza della generalità del mondo sviluppato, non aveva ricuperato il livello di prodotto precedente la crisi del 2008. E già veniva da alcuni decenni in cui la sua crescita era stata inferiore alla media europea, a sua volta inferiore alla media del mondo occidentale, a sua volta inferiore all’aumento del prodotto globale. Qualche indicazione sulla meta da perseguire comincia a farsi chiara: se vogliamo migliorare le prospettive di benessere per la generalità degli italiani, occorre impiegare i fondi disponibili per rilanciare la capacità di crescita del nostro sistema economico.

È abbastanza intuitivo che un fattore decisivo per la crescita economica è costituito dal volume degli investimenti. È attraverso gli investimenti che le imprese introducono l’innovazione tecnologica nei propri processi produttivi. È anche attraverso la crescita della dotazione di capitale che aumenta la produttività del lavoro, rendendo possibile l’incremento dei salari. Buoni investimenti pubblici migliorano la qualità della rete infrastrutturale, rendendo più facili gli scambi e migliorando la capacità di crescita dell’economia. Ebbene, già con la crisi del 2008 in Italia gli investimenti erano crollati. Nel 2014 erano pari ad appena il 70% del livello raggiunto nel 2007. Negli anni successivi si era registrata una timida ripresa, ma poi, con il Covid, si è verificato il disastro. Oggi siamo a circa il 60% del livello del 2007. La rotta di seguire si fa più precisa: per rilanciare la crescita le risorse disponibili devono essere impiegate per accrescere l’investimento pubblico e per favorire l’investimento privato.

L’altro elemento da considerare è costituito dallo stato delle finanze pubbliche. Undici dei diciannove Paesi aderenti all’euro sono giunti al 2019, culmine della fase economica espansiva, con un avanzo del bilancio pubblico. Ciascuno di essi – esclusa la Grecia – aveva un livello del debito accumulato decisamente inferiore all’Italia. Cinque dei nove Paesi dell’Unione rimanenti avevano anch’essi un bilancio in avanzo. Ciascuno di loro con un debito inferiore all’Italia. All’inizio del secolo l’Italia aveva un debito pubblico rapportato al pil di circa 50 punti percentuali superiore alla media degli altri Paesi appartenenti all’Euro. A fine 2019 tale differenza si era allargata fino a 60 punti. Ancora maggiore il divario con il totale dei Paesi appartenenti all’Unione.

Divario che, riguardo sia al deficit sia al debito, nelle previsioni della Commissione europea non sembra affatto destinato a chiudersi nei prossimi anni. Anzi, al contrario, continuerebbe ad allargarsi. Quel che è certo è che negli ultimi anni il fabbisogno pubblico italiano (la differenza tra entrate e spese per cassa) sembrava stabilizzato sotto i 50 miliardi. A luglio scorso, misurato sugli ultimi 12 mesi, era balzato a 110 miliardi. A meno di dar credito a teorie fantasiose, secondo le quali il debito pubblico non conta, e a meno di volersi illudere credendo che le politiche iper-espansive della Banca centrale europea proseguiranno senza limite, occorre tener presenti livello e dinamica di deficit e debito, oltre che la loro divergenza rispetto ai valori degli altri Paesi, se si vuole scongiurare il pericolo di cadere in una nuova crisi di fiducia che sconquassi la nostra economia. La rotta si fa più difficile: perseguire la crescita, rafforzare l’investimento pubblico e privato, ma mantenere il controllo su livello e dinamica di deficit e debito, in modo di garantirne una prospettiva di rientro da valori alla lunga insostenibili.

Muoversi entro questo non facile percorso orienta però a sufficienza le scelte da fare nell’utilizzazione dei fondi comunitari. La maggior parte possibile di essi deve essere destinata ad accrescere gli investimenti. Non solo perché questa è la spesa che ha maggior effetto sull’obiettivo primario del rilancio della crescita, ma anche perché la spesa per investimenti è quella che – come si è visto negli anni passati – sarà più facile da ridimensionare quando la disponibilità di fondi aggiuntivi sarà esaurita. In nessun modo i fondi comunitari devono essere impiegati per accrescere le spese o per ridurre le entrate ricorrenti. Si tratta di una dotazione finanziaria aggiuntiva una tantum, che come tale deve essere trattata da un serio gestore della finanza pubblica. Ciò non vuol dire che la crisi da coronavirus non abbia segnalato la necessità di accrescere le spese ricorrenti in alcuni settori. Per esempio, ormai sappiamo che dovremo mantenere risorse inutilizzate nel settore sanitario, in particolare nelle terapie di urgenza, volte a fronteggiare emergenze come quella appena sperimentata. Ma ogni aumento della spesa ricorrente in un settore deve essere finanziato tagliando la spesa in un altro, ritenuto meno prioritario.

La rotta è resa difficile dal fatto che ci troviamo di fronte alla più grave caduta del prodotto mai registrato in tempo di pace dall’Italia unitaria. Ormai è chiaro che sull’intero anno in corso la caduta del pil si misurerà in circa 10 punti percentuali. Il che accresce la domanda di sostegno economico da parte di famiglie, imprese, amministrazioni locali. Fin qui il Governo ha assecondato queste richieste, dispensando bonus della più varia natura. In alcuni casi era ragionevole, in altri molto meno. Ora occorre una presa di coscienza collettiva, a partire dai decisori politici: non c’è modo di tenere indenne la generalità di famiglie e imprese da una caduta del pil di queste dimensioni. Quel che si può fare – e che i cittadini possono pretendere – è che, anche grazie a un uso intelligente delle risorse aggiuntive offerte dall’Unione europea, i decisori politici aiutino a rimettere il Paese sul cammino della crescita economica, l’unica in grado di offrire a ciascuno una concreta prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni di benessere.