Poiché «la storia dell’Occidente può essere letta come un lungo processo di tecnicizzazione del senso», ecco che «l’individuo appare oggi riconfigurato nel contesto di un ordine di efficienza neoliberale: una grande macchina che, grazie all’affinamento della tecnologia digitale, lo ingloba in un ambiente che egli stesso ha generato, ma al quale ora tende ad adattarsi». L’uomo ha dunque sviluppato la tecnica, la tecnica potrebbe annichilire l’uomo. Potrebbe, non è detto. Questo non facile saggio filosofico di Luca Taddio, associato di Estetica presso l’Università di Udine (“Il tramonto dell’umano – Estetica e nichilismo nell’era del digitale”, Il Melangolo), entra a piene mani nelle viscere della contraddizione uomo-macchina nei termini inauditi di oggi, e lo fa alla luce delle grandi lezioni filosofiche del Novecento, da Wittgenstein a Heidegger.

Leggiamo attentamente cosa scrive Taddio: «Ciò che entra in crisi non è una presunta essenza dell’umano, ma una determinata forma storica della relazione tra vita e mondo, in cui il senso operava come mediazione orientante. Questa mediazione viene assorbita nei dispositivi che organizzano l’esperienza, trasformando il mondo in ambiente operativo. L’umano persiste come organismo e come funzione, ma cessa di persistere come soggetto secondo le medesime modalità esistenziali, poiché ogni modalità di esistenza è inseparabile dalla forma di vita che la sostiene. A scomparire, più che l’umano, è la forma di mondo entro cui esso poteva riconoscersi come soggetto».

La trasformazione epocale intervenuta a questo livello di sviluppo della tecnica mette insomma in discussione la soggettività dell’umano come l’abbiamo conosciuta per secoli. Nessuno sa dire cosa accadrà. Non è inevitabile che il tramonto diventi notte. La partita umana è aperta. Rifletterci filosoficamente è un esercizio difficile ma decisivo.