Chissà se, quel 19 ottobre 1995 in cui il ministro Filippo Mancuso fu crocifisso nell’aula di Palazzo Madama, il giovane Maurizio Lupi, consigliere comunale a Milano, ha percepito il fatto come un punto di non ritorno e se ha immaginato che esattamente vent’anni dopo sarebbe toccata a lui una simile sorte. E soprattutto se aveva intuito, essendo stato lui eletto in un consiglio comunale risorto sulle macerie di una giunta sterminata da Tangentopoli, che da quel momento in avanti, o si procedeva alla ricostruzione, proprio come quella post-bellica, dello Stato di diritto, o non si sarebbero più contate le vittime del giustizialismo. Anche tra i componenti di un governo. Non ci sono molti modi per cacciare un ministro, nel nostro Paese. Non lo può fare, al contrario di quanto accade in paesi come la Spagna e l’Inghilterra, il presidente del consiglio, né la Costituzione ha previsto il caso della sfiducia individuale. Pure nel 1995, sulla base di un regolamento della Camera (che in seguito la Corte costituzionale dichiarò applicabile anche al Senato), il Pds, che costituiva la maggioranza di sostegno al governo Dini, riuscì a impallinare un grande ministro di Giustizia per “eccesso di garantismo”: il guardasigilli Mancuso aveva osato mandare gli ispettori all’intoccabile pool di Milano e aveva criticato gli incriticabili “professionisti dell’antimafia”.

Quello del ministro Mancuso resterà l’unico caso di sfiducia individuale andato in porto. Anche se, da quel momento in avanti, e soprattutto dopo l’entrata in Parlamento del Movimento Cinquestelle, sarà tutta una fioritura di mozioni di sfiducia individuale, in gran parte legate a inchieste giudiziarie, anche se presentate nei confronti di ministri non indagati. Secondo la Banca dati della Camera, dal 1990 al 2017 sono state presentate 58 mozioni di sfiducia individuale, il solo partito di Grillo nella quindicesima legislatura ne ha protocollate 25. Sono armi spuntate, anche perché sono in genere strumenti usati dai partiti di opposizione, che non hanno i numeri per farle votare. Ma c’è un modo molto più subdolo ed efficace da parte degli stessi governi e delle maggioranze per eliminare un ministro quando un’ombra vada a oscurare la sua reputazione, ed è quello di accompagnarlo alle dimissioni “spontanee”. Il caso di Maurizio Lupi è esemplare, ma non è stato il solo, negli anni dei governi di sinistra. Apripista è stata la ministra del governo Letta Josefa Idem nel 2013, per una violazione nel pagamento dell’Ici. Un peccato veniale, la cui penitenza è stata scontata, prima ancora che con l’uscita della ministra dal governo, con una vera lapidazione mediatica ben orchestrata in particolare dal Fatto quotidiano. Seguirà un anno dopo, nel 2014, il caso di Nunzia De Girolamo, ministro dell’Agricoltura dello stesso governo, che verrà intercettata, quindi sbattuta sui giornali senza essere neppure indagata. Cosa che avverrà in un secondo momento. Ma intanto anche lei verrà accompagnata “spontaneamente” alla porta, salvo verificare nel 2017 di esser stata completamente prosciolta.

Siamo arrivati al governo Renzi, quando assistiamo al consueto balletto del circo mediatico-giudiziario che coinvolge prima Maurizio Lupi e poi Federica Guidi, mai indagati in due inchieste (Grandi Opere e Tempa rossa) che si sono poi sciolte come bolle di sapone. Anche Matteo Renzi si comporterà come i suoi predecessori, a partire da quel presidente Dini che accompagnò alla porta il proprio ministro Guardasigilli. Non hai il potere di revoca? Lo sostituisci con le dimissioni “spontanee”. Basta che tu presidente del Consiglio lasci ai tuoi parlamentari la libertà di voto a una qualunque mozione di sfiducia individuale che qualche grillino tagliagole avrà sicuramente presentato, ben imbeccato dal suo quotidiano di partito. A quel punto il malcapitato ministro non potrà che dimettersi. Non c’è scampo, come ha ben verificato Matteo Salvini, quando ha cercato di difendere i diritti degli uomini di governo del suo partito. La storia si ripete, da quel 19 ottobre 1995.