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La "rivoluzione" palestinese del 7 ottobre
L’uso spregiudicato dei bambini-soldato nella “rivoluzione” del sabato nero
C’entra qualcosa la presentazione di un libro intitolato “La rivoluzione palestinese del 7 ottobre”, patrocinata dal Comune di Sassari, con la notizia dell’uccisione di un 13enne negli scontri in Cisgiordania tra le forze regolari dell’Autorità palestinese e Hamas? C’entra eccome. Il ragazzino – un “minore” che, come molti, finisce alla rinfusa tra i “martiri” di cui narra la propaganda palestinese – è insieme vittima e protagonista esemplare della “rivoluzione” inaugurata con gli eccidi, gli stupri, le torture e i rapimenti del Sabato Nero.
Si tratta di un profilo della questione poco osservato, capace di superare in ignominia quello che ammanta di tratti “rivoluzionari” le gesta dei macellai che il 7 ottobre sgozzavano i bambini nelle culle, bruciavano vive intere famiglie e rompevano le ossa alle ragazze per farle stare come trofei sui cassoni dei pick up. Il fatto che il terrorismo stragista e genocidiario palestinese allevi – nella complicità delle Nazioni Unite – intere generazioni di fanciulli da indottrinare al dovere di uccidere gli ebrei e alle bellezze del martirio, e che con regolarità recluti questi giovanissimi individui mandandoli ad ammazzare e a essere ammazzati, non impensierisce i cronisti e i romanzieri dell’infanzia derelitta. Perché è derelitta, secondo la loro bella poetica umanitaria, a causa esclusiva dell’oppressione sionista, non a causa dei “rivoluzionari” che rivendicano di usare i bambini come “attrezzi” o che, appunto, mettono loro in mano il kalashnikov che li farà eroi della causa palestinese.
Quel giovane, neppure adolescente – Mohammed Al-Amer, si chiamava – è uno degli innumeri bambini-soldati cui la sanguinaria coscrizione del terrorismo palestinese non esita a rubare tutto: l’infanzia, il diritto a un futuro, la vita. E tra le denunce, lo sdegno, gli appelli della comunità internazionale per la tutela dell’infanzia non c’è mai posto, mai, nemmeno per un accenno a questa pratica tanto notoria quanto impunita: si rivendica il diritto del bambino palestinese a non essere ucciso, a patto che sia il fuoco israeliano a ucciderlo; ma il diritto di quel bambino a non essere ridotto a un tagliagole, questo no, questo non gli viene riconosciuto. I tunnel di Gaza e della West Bank sono interdetti ai bambini qualsiasi – usati, come tutti i civili, a mo’ di sacchi di sabbia – ma accolgono invece il 13enne preparato di tutto punto per la sua missione sicaria.
La “rivoluzione palestinese del 7 ottobre” non è soltanto quella che prende gli ebrei casa per casa e, nel giro di due ore, ne massacra 1.200 e ne sequestra altri 250, torturandoli per 14 mesi e ammazzandone un po’ alla volta con un colpo alla nuca per evitare che siano liberati. È anche quella che riempie di bambini i propri ranghi.
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