Siamo sempre stati consapevoli che nel nostro Paese tutto è interpretato a convenienza, e poco importa se alcuni concetti vengano sbandierati in ogni occasione, perché persino i diritti fondamentali hanno valore solo per alcuni, per pochi “dotti” considerati o celebrati come tali. Questo approccio non risparmia nessuno, neanche la storia, da maneggiare sempre con cura.

Ad esempio, a Torino il celebre attore Neri Marcorè – testimonial del No al referendum – ha letto il celebre discorso di Pericle agli Ateniesi durante un’iniziativa del Comitato “Giusto Dire No”. Una scelta audace e rischiosa, perché quando si maneggia il passato (soprattutto quello “remoto”) bisogna stare molto attenti, usare le pinze e contare fino a mille. A Marcorè e soci sarebbe bastato consultare un altro e più illustre alfiere del No, il Prof Luciano Canfora: avrebbe spiegato loro che usare una versione “di comodo” del discorso pericleo per celebrare la democrazia moderna è un’operazione ai limiti del surreale. Non solo perché la democrazia ateniese non ha nulla a che vedere con quella moderna, e ogni paragone risulterebbe puerile, ma anche perché il discorso in sé è l’esempio massimo della retorica propagandistica d’epoca, una narrazione che si è soliti definire “sacrale”, celebrativa e poco coerente con la realtà effettuale e dunque storica.

I signori del comitato per il No ricorderanno certamente un tale di nome Socrate, condannato per ragioni politiche, e prima ancora Fidia, Aspasia, Anassagora e Alcibiade, colpiti con la clava giudiziaria per ragioni politiche. E la lista è ben più ricca. Quindi, delle due l’una: o Marcorè ha sbagliato comitato, e dunque doveva presenziare a un evento per il Sì e si è ritrovato a un incontro del Comitato “Giusto Dire No”, oppure deve rivedere un tantino le sue nozioni sul mondo classico, così come gli astanti plaudenti.

Ma nel nostro Paese esiste anche un altro e ancor meno nobile costume, tipico di un certo piccolo mondo che si ritiene depositario della verità, e veste a seconda delle circostanze l’abito dell’inquisitore o del giudice delle opinioni, in barba a quella libertà d’espressione di cui ci si riempie sempre la bocca. Perché altrimenti è difficile spiegare come una trasmissione del servizio pubblico possa attaccare giornalisti, opinionisti e divulgatori perché stanno “conducendo una battaglia per il Sì”. Perché o nel nostro Paese è stato introdotto il reato d’opinione oppure ognuno è libero di battersi per ciò che ritiene giusto senza dover essere additato, bollato ed esposto per le sue idee al sermone di chi ha deciso settimanalmente di vestire il “mantello di Licurgo”. Pensate se fosse successo il contrario. Pensate alla pletora infinita di piagnistei a cui avremmo assistito.

Questo è un tema che ritorna ciclicamente, e nasconde la debolezza delle idee e delle cosiddette “inchieste giornalistiche” che non poggiano su nulla. Non potendo screditare l’idea e non potendo contrapporre nulla se non pochi sterili slogan, prova ad aleggiare ombre sulle persone, facendosi forza sulla propria impunità. Ma la verità è sotto gli occhi di tutti, e il tempo dei “sermoni” è passato. Le nuvole si sono diradate e, alla fine della tempesta, il fango resta fango e la verità brilla di luce propria sulle ali della libertà.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.