Le storie
Madre costringe figli ad accusare il padre di violenza sessuale: maxi risarcimento di 400mila euro dopo anni di carcere
C’è una parola che ritorna, ostinata e cupa: calvario. E ogni volta porta con sé lo stesso carico di macerie: famiglie che si spezzano, vite consumate nel tentativo di difendersi, soldi che svaniscono, salute che vacilla. Alla fine resta solo l’impotenza verso una macchina che va avanti imperterrita. Per una falla nel software: non può fermarsi. C’è poi un’altra parola che ricorre: insindacabile. Come il ritornello di una vecchia canzone di Caterina Caselli: “Nessuno mi può giudicare”. È che in questo caso, è il sistema che, troppo spesso, sembra dirlo sul serio. Una lite di coppia, la separazione, due figli sospesi tra Brescia e la Sardegna, una contesa sull’affidamento. Potrebbe essere la cronaca di un divorzio difficile, come tante volte succede. Diventa invece un incubo, il peggiore
Madre costringe figli ad accusare il padre di violenza sessuale: maxi risarcimento di 400mila euro dopo anni di carcere
È quello che comincia nel 2001 per Saverio De Sario, un autotrasportatore sardo, travolto da un’accusa infamante: violenza sessuale sui figli, di 12 e 9 anni. I riscontri non ci sono: gli accertamenti medici danno esito negativo. Eppure parte la “mostrificazione”. Seguono 46 mesi di carcere e una condanna a 11 anni, confermata nei tre gradi di giudizio. Nel 2015 la realtà si incrina: i figli ritrattano, raccontano di essere stati costretti dalla madre ad accusare il padre. Serve un nuovo ricorso in Cassazione perché quelle dichiarazioni non restino ignorate. Si riparte. Nel 2017 arriva l’assoluzione. Dopo 17 anni, si aprono le porte del carcere. Il risarcimento stabilito dal giudice? Quattrocentomila euro, spese legali comprese. Il conto, quello umano, resta incalcolabile.
La Tonnara di Scopello
Un’altra storia, un altro contesto. Siamo in uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia: la Tonnara di Scopello, nel Trapanese. Un complesso monumentale plurisecolare frammentato tra oltre trenta proprietari. Per dieci anni, dal 2004, Rosa Maria Ruggieri e il marito, l’architetto Leonardo Foderà, gestiscono il sito e ne avviano il recupero. Nessun contributo pubblico: solo i proventi dei biglietti reinvestiti in un restauro conservativo. Quello che era un rudere torna a vivere, aumentando notevolmente gli incassi grazie all’accoglienza. Ma il successo apre il fronte dei conflitti. Il Comune di Castellammare del Golfo rivendica l’uso demaniale di una parte dell’area. Poi emerge una cordata ostile che contesta la delibera di conferma del 2014 e ottiene l’estromissione dei due gestori. Intorno, un clima opaco: scambi di comunicazioni tra vertici giudiziari che, secondo quanto denunciato dagli interessati, avrebbero potuto incidere sull’esito del contenzioso. “Ogni elemento della magistratura a cui ci siamo rivolti ha avuto il ruolo di agevolare una delle due parti”, scrive Ruggieri. Un’accusa pesante, che chiama in causa non solo una vicenda locale, ma la percezione stessa di imparzialità. Altro che giudice terzo.
Il poliziotto anticamorra
Terzo scenario. Armando Riccardo è un poliziotto anticamorra, trenta encomi, uno di quelli che sul campo non si tirano indietro, un falco. Nel 2006 guida un’operazione al Rione Traiano di Napoli: otto chili di cocaina sequestrati, cinque arresti. È l’inizio dei suoi guai. Alcuni pentiti lo accusano di concussione: finisce in carcere militare. Il Riesame lo rimette in libertà per carenza di indizi. Arrivano nuove accuse, questa volta di corruzione. Ancora una volta, dichiarazioni ritenute poco credibili, misura annullata. Eppure il rinvio a giudizio arriva comunque. Siamo nel 2015. Quasi quattro anni dopo, il Tribunale di Napoli lo assolve: il fatto non sussiste. Ma intanto la sua vita è cambiata. “Mi sono separato, ho sostenuto spese enormi, ho perso tutto”, dirà.
Il peso della giustizia
Tre storie diverse, contesti lontani, esiti che si chiariscono solo dopo anni. Il filo comune però è evidente: il tempo della giustizia e il peso che può avere, quando si abbatte su una vita. E ancora: dov’è il giudice terzo? È l’attore fondamentale per garantire che il processo sia imparziale e equo. È il vero quesito che ci sottoporrà il referendum del 22-23 marzo.
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