Mezza retromarcia del senatore Lucio Malan. L’omosessualità è un abominio, è scritto nella Bibbia, dice lui. Poi di fronte alle reazioni fa un passo indietro, commentando di avere solo citato dal capitolo 18 del libro del Levitico. La spiegazione è peggiore del guaio, come ora vediamo. Il senatore di Fratelli d’Italia, originario della Val Pellice, era ospite della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora. Tutto è nato da una semplice domanda. I conduttori hanno chiesto al politico di raccontare quale fosse il principale motivo che lo avesse indotto ad abbandonare Forza Italia. La sua risposta è partita dalla legge Zan.

«Un esempio la posizione del governo Draghi sulla legge Zan, a cui io sono contrario». Da qui il contraddittorio con i giornalisti che gli hanno fatto notare come la Chiesa Valdese, di cui Malan fa parte, sia favorevole ai matrimoni omosessuali: «Non abbiamo il dovere di obbedienza, la Chiesa Valdese è fondata sulla Bibbia e non sulla gerarchia». E poi ha aggiunto: nella Bibbia «c’è scritto che l’omosessualità è un abominio, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento». In seguito arriva la precisazione che sa di “mezzo” dietrofront, con Malan che sottolinea di aver riportato il versetto del Levitico 18,22 (“Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole”) ma di essersi sempre battuto per la libertà sessuale. A ribellarsi di fronte al ‘biblista’ Malan è sceso in campo un vero biblista, teologo ed esegeta cioè padre Alberto Maggi, prima con un post su Facebook, poi con un’intervista a Repubblica.

In sostanza, spiega Maggi, «il termine omosessualità è assente nella Bibbia. Nei tanto citati versetti del Libro del Levitico non si tratta di omosessualità. In essi viene considerato abominevole l’uomo che si corica con un uomo come si fa con una donna ma nulla viene detto della donna che si comporta allo stesso modo. Se si parlasse del concetto attuale di omosessualità, dovrebbe valere anche per la donna. La proibizione non riguarda la sfera sessuale della persona, ma quella importantissima in quella cultura della generazione. In quella cultura non mettere al mondo dei figli era considerato quello sì un abominio, perché chi non si sposava era considerato alla stregua di un omicida perché negava l’immagine di Dio, ma non c’entra niente con la sessualità. Nello stesso capitolo del Levitico in cui si condannano rapporti tra maschi, si legifera anche: ‘Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte’. Non sembra che questo precetto abbia frenato l’adulterio, ma è certo che nessuna nazione civile punisce con la morte gli adulteri». E aggiunge ancora Maggi, rispondendo ad una domanda sulla condanna dell’omosessualità nei testi dell’apostolo Paolo: «Ancora una volta, a quel tempo non c’era la nozione di omosessualità. Nella Lettera ai Romani, Paolo inveisce sia contro le femmine che ‘hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura’, sia contro i maschi, i quali ‘lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi’. Non esistendo la nozione di omosessualità, ovvero la normale attrazione che può avere una persona verso un’altra dello stesso sesso, Paolo vedeva questo comportamento come una deviazione, basandosi su quello che riteneva fosse il ‘rapporto naturale’. Le sue opinioni in materia hanno lo stesso valore di quando afferma che è ‘la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli’, identificando il concetto di natura con la cultura che varia secondo le popolazioni».

Insomma, siamo di fronte ad un grossolano scivolone, perché inventarsi biblisti induce a commettere degli errori piuttosto gravi. La Bibbia infatti va interpretata e su questa linea, dal Concilio Vaticano II in poi, la Chiesa cattolica ha assunto una posizione molto chiara. L’interpretazione fondamentalista della Scrittura, soprattutto l’Antico Testamento, è appannaggio, delle sétte evangelical nordamericane, poi diffuse in America Latina, che predicano una versione del cristianesimo completamente disancorata dalla comprensione del contesto delle diverse scene bibliche. Basti pensare ai Testimoni di Geova e al divieto delle trasfusioni di sangue, basato su un’interpretazione letterale che fa perno esattamente sul Levitico. Questo libro è uno dei testi più complessi e difficili della Bibbia, in quanto raccoglie e codifica le norme rituali di Israele. Come ha osservato acutamente un altro dei più raffinati esegesi cattolici, il cardinale Gianfranco Ravasi, il Levitico non è altro che una raccolta ordinata delle norme di comportamento e di prescrizioni rituali messe a punto dai sacerdoti d’Israele. Norme che per quell’epoca avevano una risonanza che a noi oggi sfugge. Perché siamo nel sesto secolo prima di Cristo, quando parte della popolazione ebraica è deportata a Babilonia ed in quel clima nasce l’esigenza di fissare per scritto le norme e le regole cultuali, al fine di non disperdere l’identità religiosa e la tradizione dei vinti e deportati, per quando faranno ritorno in patria.

Le norme fanno riferimento ad una purezza rituale che diventa ‘metafisica’ cioè l’essenza del popolo ebraico che si vuole salvaguardare. E Gesù trasgredisce di continuo tali norme: toccando i lebbrosi, non giudicando l’adultera, rispettando in generale il messaggio che viene dall’ebraismo – in cui è comunque nato e vissuto – ma al tempo stesso è capace di scioglierne le gelide ritualità, come si vede nella discussione accademica, tra dottori della legge, se fosse possibile operare una guarigione nel giorno di sabato, giorno del riposo nel senso della non interferenza con i ritmi della natura. Sappiamo come va a finire: Gesù guarisce di sabato perché le regole non devono soffocare la ragione e la misericordia (Luca 14,1-6). Conclude Ravasi: «Facciamo in modo di non creare mai una religiosità puritana, gelida, inesorabile, che non conosca misericordia». Considerazione cui si potrebbe aggiungere quella di Papa Francesco, quando di ritorno dal viaggio in Brasile, nel 2013, rispondendo ad una domanda sugli omosessuali e sulle lobby gay (anche in Vaticano?, chiedevano), disse: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Dovrebbe bastare per far capire che dietro a tante espressioni forti di politici che tirano in ballo la religione a sproposito, non c’è la religione ma soltanto il desiderio di farsi propaganda, rivelandosi per quello che si è: abbastanza ignoranti in religione. Ed essere valdesi non mette al riparo, evidentemente.

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Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).