Marco Follini, cuore democristiano, è stato vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi. Oggi fuori dalla contesa politica, lega la sua attività alla saggistica.

Il bipolarismo è una gabbia democratica dalla quale è possibile uscire?
«Se passiamo in rassegna la storia d’Italia, da Cavour in poi, osserviamo che il vero pendolarismo sta tra fasi collaborative – per non dire consociative, in cui ci sono politiche di mediazione e di convergenza – e fasi in cui invece abbiamo dato fiato alle trombe della radicalità e degli opposti estremismi. Con la collaborazione tra le ali più estreme. La storia italiana è questa, e la vera alternanza è stata quella che ha visto un modello centrifugo opporsi a quello centripedo. Non va fatta una religione, di questi due modelli. La storia ci insegna che hanno tutti e due i loro difetti e siamo fuggiti ogni volta dal modello che ci dava meno soddisfazione democratica».
E così siamo arrivati alla seconda Repubblica, al maggioritario che ha imposto i due blocchi.
«Siamo entrati a vele spiegate nella seconda Repubblica pensando che la soluzione di ogni male fosse nell’alternanza e nella costruzione di due blocchi nitidamente contrapposti l’uno all’altro e abbiamo attraversato il ventennio della seconda Repubblica forti di questa certezza. Non mi pare che le cose siano andate per il verso giusto: all’origine di tutto c’è un problema più profondo, quello della rappresentanza».

Di cui il segnale d’allarme è dato dall’astensionismo, che è la vera maggioranza elettorale…
«La chiave per interpretare il presente sta nel numero di persone che non vanno più a votare. Alle Europee per la prima volta gli assenti sono diventati più dei presenti: un dato che dovrebbe indurre a una riflessione più profonda di quelle di circostanza che si fanno».
Tutti quelli che hanno provato a costruire un corpo intermedio tra i due poli poi ci sono ricaduti dentro.
«Sì ma i due poli così come sono fatti incantano un numero di elettori sempre minore. E la radice della crisi democratica sta lì, nei numeri di chi segnala un difetto di rappresentanza. Dobbiamo chiederci se quel problema non discende dall’illusione, e direi quasi dalla pretesa che riducendo la politica ai minimi termini ne avremmo guadagnato sul fronte dell’entusiasmo degli elettori. Mi sembra che non sia così».

Per tornare a dare piena rappresentanza e non cadere nel bipolarismo obbligato dovremmo cambiare la legge elettorale. E fare come in Germania, magari, con un proporzionale con sbarramento.
«E lo dice a me? Sono un proporzionalista convinto. Ma mettiamo via le bandierine degli uni e degli altri e proviamo ad auscultare il paese per capirne i tormenti e i lamenti. C’è secondo me un errore di fondo nell’idea che a furia di semplificare, diventeremmo tutti più simpatici. L’esperienza di questi ultimi tempi dimostra che così non è. Occorrerebbe dare invece possibilità di esprimersi a tutte le identità che il dibattito politico talvolta sprigiona. Aveva ragione Andreotti quando diceva: “Il proporzionale è come la pressione bassa, fa venire il mal di testa ma ti evita il coccolone”».
È finito un ciclo? Si dice a proposito dei populisti che stanno perdendo smalto. C’è una ricerca di maggiore stabilità?
«Non mi sento di dire che siamo in una fase in cui ci stiamo lasciando alle spalle il populismo. E non direi neanche che la romanizzazione dei barbari sta funzionando. Tutt’altro. Vedo al contrario una eccessiva confidenza collettiva nel fatto che la semplificazione possa ricreare una connessione sentimentale tra la politica e gli elettori».

Cosa può ricrearla, allora?
«L’autenticità dei progetti. Il significato politico che riusciamo a dare alle forze in campo. La capacità di approfondire le questioni. E lo sforzo di liberarci di un’idea molto immaginifica e tutto sommato poco veritiera. La politica che pretende di cavalcare l’onda dei social e dunque seguire l’elettorato, cercando di captare qua e là l’argomento del giorno, è una politica priva di lungimiranza. Ci si aspetta dalla politica che possa aiutare il paese a ritrovare dei riferimenti».
Dall’arte della mediazione alla politica immediata, si crea un cortocircuito?
«Se tutto è giocato sulla rincorsa dell’immediatezza, che è stato il carburante per le corse fatte in questi anni, succede che il sentimento della pubblica opinione non diventa affatto più favorevole. Chiediamoci se non abbiamo imboccato tutti quanti un percorso che, ritagliando la politica sulla linea dei social, non ci ha portati a sbagliare strada».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.